Città del Vaticano - A meno di ventiquattro ore dalla durissima presa di posizione del Dicastero per la Dottrina della Fede, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha rotto il silenzio. Don Davide Pagliarani, Superiore generale dell'istituzione fondata da monsignor Marcel Lefebvre, ha indirizzato oggi - festa dell'Ascensione - a papa Leone XIV una Dichiarazione di Fede cattolica, firmata a Menzingen, sede svizzera della Fraternità. Il testo arriva come risposta indiretta, ma inequivocabile, al comunicato con cui ieri il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, aveva avvertito che le consacrazioni episcopali annunciate dalla FSSPX per il 1° luglio costituiranno «un atto scismatico» comportante la scomunica latae sententiae.
L'avvertimento di Fernández del 13 maggio
Nella nota diramata mercoledì dalla Sala Stampa della Santa Sede, il prefetto del DDF è stato lapidario: «Le ordinazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X non hanno il corrispondente mandato pontificio. Questo gesto costituirà "un atto scismatico" (Giovanni Paolo II, Ecclesia Dei, n. 3) e "l'adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa" (ivi, 5c; cfr. Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Nota esplicativa, 24 agosto 1996)».
Il cardinale argentino ha aggiunto che «il Santo Padre continua nelle sue preghiere a chiedere allo Spirito Santo di illuminare i responsabili della Fraternità Sacerdotale San Pio X affinché ritornino sui loro passi in merito alla gravissima decisione che hanno preso». Una posizione che segue il rifiuto della FSSPX di sospendere le ordinazioni come condizione preliminare per riprendere i colloqui dottrinali, e dopo che il Consiglio generale della Fraternità aveva fatto sapere di non vedere «alcuna possibilità di raggiungere un accordo con la Santa Sede per ripristinare la comunione con Roma».
La risposta di Pagliarani: una professione di fede, non un atto di sottomissione
Il documento firmato oggi da don Pagliarani non cede di un millimetro sul punto giuridico - le consacrazioni del 1° luglio - e sceglie invece il terreno dottrinale. Già nelle premesse il tono è quello del lamento filiale ma irriducibile: «Da più di cinquant'anni la Fraternità San Pio X si sforza per manifestare alla Santa Sede il proprio caso di coscienza davanti ad errori che stanno distruggendo la fede e la morale cattoliche. Purtroppo, ogni discussione intrapresa è stata senza risultato, ogni perplessità espressa senza risposta effettiva». E ancora, con un'accusa diretta - pur senza nominarlo - al modus operandi del Dicastero: «Da più di cinquant'anni, l'unica soluzione veramente presa in considerazione dalla Santa Sede sembra essere quella delle sanzioni canoniche. Con nostro grande rammarico, ci sembra che il diritto canonico sia dunque utilizzato non per confermare nella fede, ma per allontanare da essa».
La Fraternità presenta il proprio testo come «il minimo indispensabile per poter essere in comunione con la Chiesa, per professarci cattolici e dunque figli Suoi».
I contenuti della Dichiarazione
Il corpo del documento è una rassegna di tesi che ricalcano l'impianto tradizionale anti-conciliare della Fraternità. Vi si afferma che «esiste una sola fede ed una sola Chiesa attraverso cui possiamo salvarci. Al di fuori della Chiesa Cattolica Romana e senza professare la fede che Essa ha sempre insegnato non c'è salvezza né remissione dei peccati», e che «in nessun modo la Chiesa Cattolica può essere considerata o trattata alla pari di un falso culto o di una falsa chiesa» - un evidente affondo contro l'ermeneutica conciliare in materia ecumenica e di libertà religiosa.
Significativo il passaggio sul primato petrino, citato proprio dal Concilio Vaticano I: «Lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire scrupolosamente e per far conoscere fedelmente, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede». Una citazione della Pastor Aeternus che, nella logica del testo, vincolerebbe lo stesso Pontefice regnante. Quanto alla liturgia, la Dichiarazione ribadisce la lettura "tridentina" del Sacrificio della Messa, escludendo che esso possa essere ridotto «a una pura commemorazione, a una cena spirituale, a un'assemblea sacra celebrata dal popolo, alla celebrazione del mistero pasquale senza sacrificio, senza soddisfazione della giustizia divina, senza espiazione dei peccati, senza propiziazione, senza Croce». Non mancano gli affondi sui temi caldi del pontificato precedente: contro Fiducia supplicans e qualunque benedizione delle coppie omosessuali, contro la laicità delle istituzioni, contro qualunque etica fondata «sul rispetto della creazione o sui diritti della persona umana» considerata «radicalmente insufficiente». La conclusione è netta: «Con l'aiuto di Nostro Signore, preferiamo la morte piuttosto che rinunciarvi».
Il vero nodo: l'obbedienza, non la dottrina
Qui sta il punto che le bellissime pagine teologiche della Dichiarazione non scalfiscono. Per quanto articolata, per quanto fedele al linguaggio dei catechismi pre-conciliari, la professione di fede di don Pagliarani non risolve - anzi: aggira - il problema concreto sollevato dal cardinale Fernández. Quel problema non è dottrinale, è canonico e disciplinare: si possono consacrare quattro vescovi senza mandato pontificio?
La risposta della Chiesa, fin dal 1988, è no. E il diritto canonico è limpido: il can. 1382 (oggi rinumerato 1387 nel Codice riformato) prevede che «il Vescovo che senza mandato pontificio consacra qualcuno Vescovo, e parimenti colui che da lui riceve la consacrazione, incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica». Latae sententiaesignifica: automatica, ipso facto, senza bisogno di un decreto dichiarativo, anche se poi quel decreto - come avvenne il 1° luglio 1988 con il card. Gantin contro Lefebvre - viene comunque promulgato per pubblica utilità.
La questione, dunque, è semplice e drammatica: la FSSPX può scrivere tutte le dichiarazioni di fede che vuole, può citare Pastor Aeternus, San Paolo, il Pontificale Romano e San Giovanni Battista. Può proclamarsi «cattolica romana» quante volte ritiene necessario. Ma il criterio oggettivo della comunione con la Chiesa cattolica non passa per l'autoproclamazione: passa per l'obbedienza al Romano Pontefice. È la Fraternità stessa, peraltro, a ricordarlo nella propria Dichiarazione: «Il Romano Pontefice, Vicario di Cristo, rappresenta l'unico soggetto che detiene l'autorità suprema su tutta la Chiesa. Solamente Egli attribuisce direttamente agli altri membri della gerarchia cattolica la giurisdizione sulle anime». Affermazione perfettamente ortodossa. Che però si scontra frontalmente con l'atto materiale che la Fraternità si appresta a compiere il 1° luglio: ordinare vescovi senza, e contro, la volontà di quello stesso Romano Pontefice di cui si riconosce - a parole - l'autorità suprema.

Il Concilio non è il problema: lo è la sua applicazione
Il rifiuto sostanziale del Concilio Vaticano II che traspare riga dopo riga dalla Dichiarazione di Menzingen è, in sé, gravissimo. Perché un Concilio ecumenico, riunito dal Papa e con il Papa, è un atto del magistero della Chiesa, non un'opinione tra le tante che un cattolico può accettare o respingere secondo coscienza. Eppure proprio qui la Fraternità San Pio X mostra il vizio di fondo del suo impianto: confondere il Concilio con la sua applicazione, anzi con le sue deformazioni applicative.
Anche da queste pagine, in tante occasioni, abbiamo espresso perplessità e critiche puntuali su scelte del pontificato di papa Francesco - da Fiducia supplicans alle ambiguità di Amoris laetitia, fino a questo cammino sinodale - così come su comportamenti di vescovi e conferenze episcopali che, ancora oggi, sembrano interpretare la pastoralità come dispensa dalla dottrina. Ma queste, va detto altrettanto chiaramente, non sono il Concilio: sono - per usare la formula limpida che Joseph Ratzinger consegnò ai alla curia nel celebre discorso del 22 dicembre 2005 - i frutti avvelenati di un'«ermeneutica della discontinuità e della rottura», contrapposta a quella «ermeneutica della riforma nella continuità» che è l'unica chiave cattolica per leggere il Vaticano II. Ratzinger lo diceva senza giri di parole: i guasti del post-Concilio non vengono dai testi conciliari, ma da una loro lettura ideologica, da un «spirito del Concilio» fabbricato a tavolino contro la lettera dei documenti. Lefebvre risponde alla deviazione con un'altra deviazione, uguale e contraria: invece di richiamare alla retta interpretazione dei testi, ne contesta la legittimità in radice. Invece di combattere chi applica male, combatte ciò che - applicato bene - è patrimonio vincolante di tutta la Chiesa. È una scorciatoia che non risolve nulla e che, anzi, fornisce alibi proprio a quegli abusi che la Fraternità denuncia: perché finché esiste qualcuno che rigetta il Concilio in toto, sarà sempre più facile, per chi lo tradisce dall'interno, presentarsi come l'unica alternativa "moderata". Il cattolico ferito dalla confusione di questi anni non ha bisogno di scegliere tra due rotture. Ha bisogno di Pietro, dei testi conciliari letti nella continuità della Tradizione, e di pastori che li applichino così come sono - non come qualcuno li ha riscritti, e non come qualcun altro li ha rifiutati.
Cosa accadrà il 1° luglio
Leone XIV è intenzionato a seguire quanto accaduto nel 1988 ed è già pronto un decreto analogo per tono e contenuto a quello promulgato da san Giovanni Paolo II tramite il cardinale Gantin. La nota di Fernández di ieri ne è, di fatto, l'annuncio formale.
Se le consacrazioni si terranno come previsto, dunque, il prelato consacrante e i quattro consacrati incorreranno automaticamente nella scomunica latae sententiae. Per esplicita previsione di Ecclesia Dei e della Nota esplicativa del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996, «l'adesione formale» allo scisma comporterà la stessa pena anche per sacerdoti e fedeli che vi aderiranno consapevolmente. La Dichiarazione di Menzingen, in questo quadro, somiglia molto a una piattaforma identitaria preparata in vista della rottura: un documento da brandire come bandiera dopo il 1° luglio, per dire al mondo cattolico tradizionale «vedete, siamo noi i veri cattolici, è Roma che ha sbagliato». Ma il giudizio sulla cattolicità di una comunità non lo emette quella comunità su se stessa. Lo emette Pietro. E Pietro - che oggi si chiama Leone XIV - ha già parlato per bocca del suo Prefetto. Resta il tempo della preghiera, come chiede il Santo Padre, perché i responsabili della Fraternità «ritornino sui loro passi». Ma resta anche, ferma e inderogabile, la regola che la stessa FSSPX riconosce nelle sue carte: senza obbedienza al Vicario di Cristo, nessuna professione di fede, per quanto solenne, è sufficiente a custodire la comunione con la Chiesa di Cristo.
d.N.M.
Silere non possum