Roma - C'è un peso simbolico difficile da ignorare nella visita che Papa Leone XIV ha compiuto stamattina, 14 maggio 2026, alla Sapienza - Università di Roma. Un peso che si misura non in protocolli o orari, ma in una distanza colmata: quella che nel gennaio 2008 si era aperta come una ferita, quando Benedetto XVI, invitato a inaugurare l'anno accademico, fu costretto a rinunciare alla sua lectio magistralis a causa delle proteste di un gruppo di 67 docenti - capeggiati dal fisico Marcello Cini - e di vari collettivi studenteschi. Una pagina dolorosa, definita da molti come una delle più illiberali della recente storia universitaria italiana, in cui un Papa veniva di fatto dichiarato "ospite sgradito" nell'ateneo più grande d'Europa. Tanto più significativo, dunque, che a quasi due decenni di distanza un altro Pontefice - Leone XIV, eletto da poco più di un anno - abbia attraversato i viali della città universitaria di piazzale Aldo Moro accolto non da contestazioni, ma da studenti in attesa sulla scalinata monumentale.
L'inizio dalla Cappella: "Questa è una visita pastorale"
Il Papa è arrivato alle 10.20, accompagnato in auto dal Vaticano. Ad accoglierlo davanti alla Cappella Universitaria "Divina Sapienza" il Magnifico Rettore, prof.ssa Antonella Polimeni; all'ingresso della chiesa il cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, insieme ai vescovi ausiliari di Roma e al cappellano universitario, don Gabriele Vecchione. Una presenza, quella della Chiesa romana al gran completo, che chiariva immediatamente il senso dell'evento. Leone XIV ha voluto far cominciare la visita proprio dalla Cappella. Un gesto molto chiaro. Dopo un breve momento di preghiera silenziosa, ha parlato a braccio, posando subito le parole che avrebbe ripetuto in forme diverse per tutta la mattinata: «Innanzitutto questa mia visita stamattina è una visita pastorale: conoscere un po' l'Università, conoscere voi, poter salutare e condividere un breve momento nella fede».
Non l'omaggio formale di un capo di Stato estero a un'istituzione laica, dunque, ma l'incontro del Vescovo di Roma con una comunità che è parte della sua diocesi. Una distinzione tutt'altro che semantica, e che il Papa ha sottolineato con una frase di sapore agostiniano: «Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione». Poi la benedizione, e il ringraziamento per l'accoglienza.

La mostra "La Sapienza e il Papato": una storia che parla da sola
Trasferitosi in golf-cart al piazzale centrale e salutati gli studenti dalla scalinata monumentale, il Pontefice ha avuto un colloquio privato con il Rettore nello Studio di Rappresentanza, ha firmato il Libro d'Onore e scoperto una targa-ricordo della visita. Poi, accompagnato da alcuni docenti, ha visitato la mostra "La Sapienza e il Papato", allestita per l'occasione negli spazi dell'ateneo. Ed è qui che la storia, esposta in documenti, immagini e cimeli, ha raccontato in silenzio ciò che nel 2008 sembrò sfuggire ai contestatori: la Sapienza esiste perché un Papa l'ha voluta. Fu Bonifacio VIII, il 20 aprile 1303, con la bolla In Supremae praeminentia Dignitatis, a istituire lo Studium Urbis, ovvero la prima università di Roma. Il nome stesso "Sapienza", con cui l'ateneo è oggi universalmente conosciuto, viene dall'iscrizione Initium Sapientiae timor Domini posta sul portone della sede secentesca voluta da papa Alessandro VII Chigi, che nel 1670 vi fondò anche la Biblioteca Alessandrina. Leone X aveva chiamato studiosi da tutta Europa per dare prestigio all'ateneo; Benedetto XIV aveva introdotto fisica sperimentale, chimica e nuovi corsi di laurea; Leone XII aveva riformato gli studi medici.
L'idea, dunque, che la presenza di un Papa potesse essere "incongrua" rispetto ai valori dell'università rivela - alla luce di questa storia - un tratto di ignoranza storiografica. Ignoranza e ipocrisia che caratterizza diversi di questi docenti, primo fra tutti Giorgio Parisi che questa mattina era nell’aula magna ad applaudire. La Sapienza non è semplicemente un'università che un giorno fu visitata da un Papa: è un'istituzione nata da una bolla pontificia, plasmata per secoli da pontefici riformatori, e che porta nel proprio nome la memoria di quell'origine. Negarne le radici per ragioni ideologiche significò, nel 2008, contestare non solo il più grande teologo degli ultimi tempi, ma anche un pezzo della propria identità.
Il discorso in Aula Magna: ai giovani, ai docenti, al mondo
Alle 11.20, in un'Aula Magna gremita di docenti, studenti, ricercatori, personale tecnico-amministrativo e autorità politiche e civili, dopo il saluto del Magnifico Rettore, Leone XIV ha pronunciato un discoro particolarmente significativo. Il Papa ha aperto riconoscendo alla Sapienza il proprio carattere di «polo d'eccellenza in diverse discipline» e l'impegno «in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra». Ha citato in particolare la convenzione recente fra Diocesi di Roma e Sapienza per «l'apertura di un corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza»: un gesto concreto che il Pontefice ha voluto sottolineare come segno di un'università che non si chiude su sé stessa.

"Noi siamo un desiderio, non un algoritmo"
Il primo nucleo del discorso è stato rivolto direttamente agli studenti. Leone XIV li ha visti - e ha detto di averli immaginati percorrendo i viali della città universitaria - abitati da «sentimenti contrastanti»: la leggerezza della giovinezza da un lato, il malessere dall'altro. Un malessere, ha avvertito, che non è soltanto privato: «Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d'ansia».
«Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!», ha detto. Una rivendicazione della dignità umana di fronte a tutto ciò che - sistemi educativi competitivi, logiche di valutazione, intelligenze artificiali invadenti - tenta di ridurre la persona a misura quantitativa. A questo si lega la prima delle due domande che il Papa ha posto ai giovani questa mattina: «Chi sei?». Una domanda, ha detto, «cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli. Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell'università siano il tempo dei grandi incontri».
"Non si chiami difesa un riarmo": pace, guerre, riarmo europeo
Il secondo nucleo, rivolto agli adulti - docenti, classe dirigente - è stato durissimo. La domanda che il malessere giovanile pone a chi guida è: «Che mondo stiamo lasciando?». Un mondo, ha detto il Papa, «storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra», colpito da un «inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale». Riprendendo il «mai più la guerra» dei suoi Predecessori e richiamando esplicitamente il ripudio della guerra sancito dalla Costituzione Italiana, Leone XIV ha pronunciato una delle frasi politicamente più nette del suo pontificato: «Nell'ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami "difesa" un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». Il Papa ha poi allargato lo sguardo: occorre «vigilare sullo sviluppo e l'applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti». Ha citato uno per uno i fronti aperti: «Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento». L'invito, alla ricerca e all'università, è chiaro: «Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale "sì" alla vita!».
L'ecologia e la "profezia" dei giovani
Il secondo fronte d'impegno indicato è stato quello ecologico. Citando esplicitamente la Laudato si' del suo predecessore - «esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» - Leone XIV ha osservato che a oltre dieci anni dall'enciclica «la situazione non sembra essere migliorata». Ai giovani ha rivolto un appello che vale come testamento educativo della visita: «Non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l'inquietudine in profezia». E ancora: «Studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante».

Ai docenti: "Insegnare è una forma di carità"
L'ultima parte del discorso si è rivolta ai professori, con un'idea di vocazione educativa che ha pochi precedenti nel suo radicalismo. Il Papa ha chiesto loro di interrogarsi: «Ho fiducia in loro?», riferendosi agli studenti. E ha definito l'insegnamento con una parola sorprendente: «Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni». Da qui la conclusione, che inquadra il senso pastorale di questa splendida giornata: la visita vuole essere «segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla Chiesa è nata e cresciuta». Frase con cui il Pontefice ha ricucito, in una sola riga, ciò l’ateneo nel 2008 aveva strappato.
Il saluto finale sulla scalinata
Dopo lo scambio dei doni e il saluto a una rappresentanza di studenti, alle 12 Leone XIV è uscito sulla scalinata monumentale. Sotto, gli studenti che non avevano potuto entrare in Aula Magna ma avevano seguito l'incontro dagli schermi. Il Papa ha congedato la mattinata con un invito a braccio, breve e diretto: «Collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori di pace nel mondo, lavoriamo, studiamo, facciamo tutto, dai rapporti fra gli amici, le nostre parole, il nostro modo di pensare, per costruire la pace nel mondo. Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo!». Poi è risalito in auto, diretto in Vaticano. Dietro di lui, sulla scalinata della Sapienza, restavano applausi e qualche bandiera.
d.R.T.
Silere non possum