Città del Vaticano - Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale è uno degli esempi più evidenti della tendenza che ha segnato la Curia romana negli ultimi anni: creare grandi contenitori burocratici, attribuire loro competenze sterminate e poi chiamare “riforma” quella che è stata, nei fatti, un’enorme confusione amministrativa.
Il progetto di Francesco era presentarsi come il Papa capace di snellire gli apparati e riportare la Curia all’essenziale. Il risultato è stato l’opposto: uffici accorpati solo sulla carta, nuovi incarichi, nuove catene di comando e una moltiplicazione di poltrone da assegnare e da conservare. Perché, in Vaticano, molti sono convinti di poter distribuire ruoli, stipendi, titoli e potere. Francesco di poltrone ne ha assegnate moltissime. Lo si comprese con chiarezza anche quando fu promulgata Praedicate Evangelium: altro che passare dalla padella alla brace, commentavano in molti tra le mura leonine, qui si era andati ben oltre. La riforma annunciata come una cura dimagrante per la Curia finì per produrre un sistema più opaco, più ramificato e, in diversi casi, persino più pesante di quello lasciato dai predecessori.

Il Dicastero per lo sviluppo…de che?
Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale è stato istituito nel 2016 da papa Francesco ed è divenuto operativo dal gennaio 2017. Non nacque dal nulla, ma dalla fusione di quattro Pontifici Consigli: Giustizia e Pace, Cor Unum, Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Pastorale per gli Operatori Sanitari.
L’operazione venne presentata come una semplificazione. Nei fatti ha prodotto un organismo che pretende di occuparsi di migrazioni, pace, lavoro, economia, salute, ambiente, emergenze umanitarie, cooperazione internazionale, carità, diritti umani e lotta alle nuove forme di schiavitù.
Troppo, per essere davvero utile. La Chiesa ha affrontato questi temi per secoli senza bisogno di una struttura romana che volesse commentare ogni crisi internazionale, elaborare documenti su ogni fenomeno sociale, convocare conferenze e produrre dichiarazioni programmatiche. Molti temi vengono trattati, in modo più competente peraltro, già da altri Dicasteri. Ci sono poi le diocesi, Caritas, organismi missionari, Conferenze episcopali, istituti religiosi, uffici diplomatici e associazioni cattoliche. Esistono competenze specifiche. La fusione ha invece creato un centro che pretende di avere voce su tutto e che, proprio per questo, fatica a dimostrare una reale efficacia su qualcosa. La Costituzione apostolica Praedicate Evangelium assegna al dicastero un campo d’azione enorme: persona umana, dignità, diritti umani, salute, giustizia, pace, economia, lavoro, casa comune, migrazioni, emergenze umanitarie. Un elenco talmente vasto da rendere impossibile individuare un confine netto tra ciò che compete a Palazzo San Callisto e ciò che dovrebbe rimanere affidato alla Segreteria di Stato, alle Chiese locali, agli organismi di carità e ai soggetti che operano concretamente nei territori.
Il risultato è un organismo costoso, sovradimensionato e incapace di rendere conto con chiarezza del rapporto tra risorse utilizzate e risultati ottenuti. Personale, consulenti, eventi, viaggi, progetti speciali, comunicazione e una produzione costante di iniziative che spesso rimangono confinate nel circuito romano degli addetti ai lavori. Si parla molto di poveri, di periferie e di sviluppo, ma il Dicastero continua a funzionare come una struttura di vertice, distante dalla vita concreta di molte Chiese locali. La retorica dello “sviluppo umano integrale” ha così finito per diventare una formula buona per tutto.
Dentro vi entrano l’ambientalismo, la finanza etica, le migrazioni, la cooperazione, la sanità, il lavoro, il contrasto alla tratta e perfino la riflessione sui modelli economici globali. Ci abbiamo messo dentro i giardinieri di Castel Gandolfo, le paperelle e anche l’aria fresca. Ma davvero per ogni singolo tema abbiamo bisogno di un ufficio vaticano, con dirigenti, sottosegretari, consulenti e una macchina burocratica che produce soprattutto linguaggio. Documenti che nessuno legge, comunicati che nessuno ritrasmette, ecc…

Dal Canada al Vaticano, un saltello
Questo dicastero è diventato, negli anni, il terreno di conquista di Michael Czerny. Il cardinale gesuita canadese, arrivato inizialmente alla guida della sezione Migranti e Rifugiati, ha progressivamente costruito attorno a sé una rete di persone provenienti dal mondo accademico della Gregoriana: figure conosciute lungo il percorso e poi portate dentro, una dopo l’altra, con incarichi e funzioni ritagliati su misura. Qualcuno è stato nominato teologo del dicastero, qualcun altro è diventato suo fidato consigliere; ognuno inserito – in un modo o nell’altro - in una struttura che avrebbe dovuto razionalizzare la Curia e che, invece, si è trasformata in un luogo di collocamento per persone legate al prefetto e alla sua personale visione ecclesiale.
Czerny continua a presentarsi ovunque con la sua pesante croce pettorale ricavata dal legno delle barche dei migranti, divenuta ormai il simbolo di una stagione fatta più di gesti studiati che di governo. Quando poi viene invitato nelle parrocchie, chiede ai sacerdoti del luogo di preparargli l’omelia. Questo è il livello al quale è stato ridotto il cardinalato. Il porporato compirà ottant’anni il prossimo 18 luglio. Il tema della successione è aperto da mesi e dentro il dicastero nessuno lo ignora.
La suora economista
La persona che lavora con maggiore intensità per raccogliere l’eredità del cardinale è suor Alessandra Smerilli. La religiosa salesiana è entrata nel dicastero nel 2021 come sottosegretario per il settore Fede e Sviluppo. Pochi mesi dopo è diventata segretario ad interim e nell’aprile 2022 ha ottenuto la nomina stabile a segretario. Una scalata rapidissima, accompagnata da una presenza costante nei luoghi dove si formano gli equilibri della Curia. La salesiana ha fatto per diverso tempo anche la guerra al cardinale Peter Turkson.
Smerilli ha costruito nel tempo una carriera ecclesiastica fondata su relazioni, posizionamento e capacità di intercettare i centri di potere. Nella congregazione religiosa e poi nelle strutture ecclesiali romane ha sempre cercato incarichi, visibilità e ruoli di responsabilità. L’approdo al Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale le ha offerto il terreno ideale: un organismo fluido, privo di confini netti, dove l’attivismo personale può contare più di risultati misurabili. La vicinanza di suor Alessandra Smerilli a monsignor Roberto Campisi, già assessore per gli Affari Generali della Segreteria di Stato e oggi silurato a fare l'osservatore permanente della Santa Sede presso l’Unesco, è uno degli elementi che ne hanno favorito l’accesso ai circuiti che contano. I due hanno condiviso anche incarichi istituzionali, l'ultimo è stato quello nella Commissione per le donazioni della Santa Sede. Fu Campisi a volerla in quel contesto.
Con l’elezione di Leone XIV, però, le cose non sono andate affatto bene per il monsignore siculo e quella commissione è caduta in disgrazia nel giro di pochi mesi dalla sua nascita.
Durante il pontificato di Francesco, Smerilli si muoveva con particolare disinvoltura in un ambiente nel quale parlare male degli altri poteva paradossalmente diventare il modo più rapido per conquistare la fiducia del sovrano. Una dinamica tossica, alimentata da chi faceva della delazione, del sospetto e della continua costruzione di nemici uno strumento di avanzamento personale. Con Leone XIV la strategia della religiosa non è cambiata. Smerilli si è recata ripetutamente in udienza nell’Appartamento per descrivere al Papa come inaffidabili quanti gli stanno attorno e per presentarsi come l’unica interlocutrice realmente capace di proteggerlo dalle manovre altrui. Il messaggio è rimasto sempre identico: tutti vogliono usare il Pontefice, tutti vogliono ingannarlo, tutti coltivano secondi fini; lei no. Lei sarebbe la persona leale, disinteressata, pronta a difendere il Papa da chi tenta di condizionarlo.

La logica è emersa con ancora maggiore evidenza quando Leone XIV ha rimosso Campisi dalla Segreteria di Stato, dopo anni nei quali aveva contribuito a creare un clima divenuto irrespirabile. Anche in quel caso Smerilli ha sostenuto che il Pontefice fosse vittima dei giochi di potere «degli altri». Il ragionamento è semplice: se il Papa fa ciò che lei ritiene giusto, allora agisce liberamente; se prende una decisione diversa, diventa automaticamente vittima di condizionamenti e manovre.
Smerilli rappresenta così la prova che certe derive non hanno sesso e non conoscono stato religioso che tenga. La sindrome è sempre la stessa, ed è forse una delle più diffuse nella Chiesa cattolica: usare la prossimità al potere per isolare gli altri, delegittimarli e trasformare ogni scelta altrui in un complotto, salvo quando coincide con il proprio interesse. È una tattica antica, ma in queste mura continua a funzionare. Chi riesce a presentarsi come custode della fiducia del Papa acquista un vantaggio enorme su chi lavora senza costruire continuamente un nemico da consegnare al superiore. Smerilli si sta muovendo da tempo per ottenere il posto di Czerny. Fa leva sulla solita retorica della “donna prefetta”, perché ormai sono queste le cose che tirano. A Leone XIV questa manfrina non piace: il Pontefice si basa maggiormente sull’affidabilità e sulla competenza. Il dramma, però, è che, se si ritengono affidabili e competenti persone che non lo sono affatto, poi ci si mangia le mani, come è già accaduto con altre nomine.
Smerilli è consapevole di non avere competenze - del resto, quali competenze bisognerebbe avere per guidare questo tipo di dicastero? - ma finge di essere fedele a Leone XIV. Per lei l’obiettivo è diventare la terza donna alla guida di un dicastero romano: la terza perché, purtroppo, non è riuscita a essere la prima.
Questa avverrebbe dopo le nomine che hanno riguardato il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e il Dicastero per la Comunicazione, senza contare la presenza femminile ai vertici del Governatorato. La questione, però, resta sempre la solita: nominiamo le donne perché sono competenti e possiedono i titoli necessari, oppure soltanto perché alla stampa piace e così raccogliamo applausi?
La potestà di governo nella Chiesa
Senza dimenticare che, per quanto riguarda i dicasteri della Curia romana, non possiamo nominare donne perchè non possiamo nominare laici o religiosi/e. Il Codice è molto chiaro. Invece di stracciarci le vesti perché nei concistori non si parla di liturgia, pizzi e merletti, dovremmo forse chiederci come mai nessuno domandi a Gianfranco Ghirlanda & l’allegra brigata come sia possibile nominare a capo di un dicastero persone che non hanno potestà di giurisdizione.
Forse sarebbe utile celebrare un concistoro nel quale qualcuno spieghi, una volta per tutte, se la capacità di governo nella Chiesa derivi dal sacramento dell’Ordine oppure no. E magari mettere fine a questo continuo via vai di laici che entrano, sfruttano la Santa Sede e il Papa, poi se ne vanno e, una volta usciti, sputano anche un po’ di fango e veleno sull’Istituzione. In Vaticano, invece, il criterio simbolico rischia di prevalere su tutto il resto. Da sempre! Ogni nomina femminile viene raccontata come una conquista in sé, quasi fosse sottratta a ogni verifica. Eppure proprio quanto sta avvenendo al Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata dovrebbe imporre una riflessione più seria.

Il Dicastero della vita sconsacrata
Suor Simona Brambilla è stata presentata come il segno di una nuova Curia più vicina alle persone, più capace di ascolto e meno clericale. La realtà raccontata da religiosi, religiose, superiori e responsabili di istituti è ben diversa. Gli appuntamenti vengono concessi con tempi lunghissimi, le persone vengono trattate con freddezza e molti interlocutori preferiscono addirittura rivolgersi al cardinale Ángel Fernández Artime, pro-prefetto, perché parlare con Brambilla viene considerato un’esperienza difficile e spesso umiliante.
Il clima creato dentro il dicastero da questa religiosa e dalla focolarina Tiziana Merletti è diventato, per molti, irrespirabile. Senza dimenticare che queste donne non fanno vita religiosa, in pratica. Insomma, non basta nominare una donna per rendere più umano un ufficio. Anzi, molto spesso le dinamiche diventano ben peggiori di quelle precedenti. Non basta parlare di ascolto, sinodalità e prossimità per trasformare un sistema. Occorre saper ricevere le persone, affrontare i problemi, rispettare chi arriva da anni di servizio nelle congregazioni religiose e non trattare ogni interlocutore come un fastidio.
Il dramma di alcune di queste “promosse” è che pensano di dover dimostrare “sempre di più” e finiscono per diventare apatiche e restare sempre sulla difensiva.
Suor Alessandra Smerilli incarna lo stesso modello: un potere costruito attraverso il controllo delle relazioni, la presenza costante attorno ai decisori e la capacità di trasformare ogni passaggio istituzionale in un avanzamento personale.
Non è questo ciò di cui ha bisogno il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. La soluzione non sarebbe nemmeno sostituire Czerny con Smerilli, mantenendo intatta una macchina che ha dimostrato di vivere soprattutto di ideologia, convegni e apparati. Leone XIV dovrebbe chiedersi se questo Dicastero abbia ancora senso nella forma attuale. Bisognerebbe chiedere un rendiconto serio delle spese, del personale, delle consulenze, dei progetti e dei risultati prodotti dal 2017 a oggi. Dovrebbe verificare quanti uffici siano realmente indispensabili, quanti incarichi siano stati assegnati per competenza e quanti, invece, per appartenenza a reti personali e accademiche. E dovrebbe evitare che la successione di Czerny diventi l’ennesima operazione di potere costruita nei corridoi della Curia ai danni di un uomo che, ovviamente, non conosce cosa accade realmente in tutti i Dicasteri. Insomma, la Santa Sede ha davvero bisogno di questo sgabuzzino di poltrone?
d.R.T. e M.P.
Silere non possum