È trascorso un anno dalla mattina del 21 aprile 2025, quando il cardinale Farrell annunciò al mondo la morte di Papa Francesco. Dodici anni erano passati dal balcone di un pomeriggio piovoso di marzo, dal «buonasera» che fece il giro della terra, dalla richiesta di una benedizione rovesciata, il popolo al Papa prima che il Papa al popolo. Dodici anni che l'agiografia ufficiale, già in piena e prevedibile fioritura, sta trasformando in epopea.

Compito del giornalismo cattolico, tuttavia, non è scrivere vite di santi prima del tempo. È guardare in faccia la Chiesa quale è, ascoltarne il respiro affaticato, registrarne le ferite. Ed è proprio in nome di questo compito - al quale Silere non possum ha tenuto fede in anni in cui tacere era di gran lunga più conveniente che parlare - che, ad un anno dal ritorno alla casa del Padre del Santo Padre Francesco, occorre dire con chiarezza ciò che la retorica non dice: quel pontificato ha polarizzato la Chiesa come pochi altri nella storia recente, ha prodotto una frattura che il pontificato di Leone XIV sta tentando con pazienza agostiniana di ricucire, e soprattutto - qui sta il nodo - ha offerto al mondo un'immagine di sé che non sempre corrispondeva alla sostanza.

La fabbrica dei gesti

Il Gattopardo, di Tomasi di Lampedusa, contiene la frase che è diventata luogo comune senza mai esaurirsi: perché tutto resti come è, bisogna che tutto cambi. Nessuna formula descrive meglio i dodici anni di Francesco. Il Pontefice che voleva «una Chiesa povera per i poveri» abitò a Santa Marta e non nel Palazzo Apostolico: scelta presentata come segno di umiltà, diventata però in pochi anni strumento di un governo personale e opaco, sottratto ai filtri istituzionali che la Curia, nel bene e nel male, aveva garantito per secoli. La porta di Santa Marta si apriva a chi il Papa voleva, e si chiudeva a chi non voleva: non la trasparenza promessa, ma una forma nuova - e meno controllabile - di corte. Per non parlare dei costi.

La Evangelii gaudium chiedeva una Chiesa «accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade». Ma nei dodici anni che seguirono, furono soprattutto i sacerdoti, i religiosi e i vescovi a trovarsi feriti e sporchi: non per aver camminato, ma per essere stati travolti da un diritto canonico trasformato - come Silere non possum ha documentato minuziosamente in questi anni - in strumento punitivo, modificato a colpi di motu proprio che hanno stratificato un ordinamento vessatorio, complicato, spesso contraddittorio. Vi fu chi, nelle aule delle pontificie università, ricordava l'adagio antico: chi conosce la materia la sa spiegare con semplicità; chi la complica, tradisce di non conoscerla. Per non parlare del diritto vaticano. I quattro rescritti segreti firmati fra 2019 e 2020 - quelli che portarono alla luce l'esistenza di un regime giudiziario speciale dentro lo Stato della Città del Vaticano - rimangono il simbolo di una stagione in cui il principio di legalità fu piegato alla volontà del monarca.

E il sistema mediatico, che in questa giornata celebra il proprio Dio, aveva fatto quadrato in cambio di qualche contentino. Il Papa agiva come un despota che i giornalisti denunciano nelle repubbliche orientali, ma in Vaticano si erano fatti papisti.

L'ipocrisia come sistema

Qui occorre pronunciare quella parola che tanto infastidisce i “professionisti della disinformazione”: ipocrisia. Bernanos, nel Diario di un curato di campagna, osservava che l'ingiustizia fatta in nome della Chiesa ferisce due volte: la vittima e la fede di chi assiste. Sotto il pontificato di Francesco, la distanza fra il discorso ufficiale e la prassi divenne a tratti abissale.

Si predicava la misericordia, e si sospendevano a divinis sacerdoti ancor prima di aver verificato la fondatezza delle accuse, pur di dare in pasto ai media un colpevole da esibire. Si celebrava la sinodalità, e si liquidavano con un biglietto di sola andata coloro che osavano sollevare quesiti legittimi su testi incomprensibili come In Ecclesiarum Communione. Si predicava la povertà, e si spendevano somme ingenti per i capricci della nuova immagine: guardaroba rifatti per apparire più umili, l'abbandono del Palazzo Apostolico a vantaggio di una Santa Marta ristrutturata su misura, il Palazzo di Castel Gandolfo abbandonato e poi riaperto come attrazione museale; e intanto si consentiva al Dicastero per la Comunicazione di trasformare il volto del Pontefice in merce. Si celebrava l'accoglienza di chi aveva errato ed era “lontano”, e si infierì sui “vicini” con commissariamenti e sospensioni che portavano i tratti di una durezza che nulla aveva di paterno. Si tuonava contro il clericalismo, e si proteggevano amici personali come Marko Ivan Rupnik, mentre le presunte vittime attendevano giustizia. Si apriva alle donne, e si discettava, fra quattro mura, che «il chiacchiericcio è roba da donne», salvo poi stigmatizzare — con una scelta lessicale che non si commenta da sola — la «frociaggine» nei seminari. Un vero e proprio tarlo di Jorge Mario Bergoglio.

Manzoni, nel capitolo ventiduesimo dei Promessi Sposi, distingueva con la lama del moralista fra la carità che si mostra e la carità che si spende: «la prima fa fracasso; la seconda fa del bene». Nei dodici anni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio, il fracasso fu abbondante. Il bene, quello vero, quello silenzioso dei parroci di confine, dei monasteri di clausura, dei vescovi che non cercavano microfoni, spesso proprio quel bene venne lasciato solo, e talvolta punito.

La liturgia come campo di battaglia

Con Traditionis custodes, nel 2021, il Papa gesuita che aveva promesso di non lasciare indietro nessuno scrisse una lettera che lasciava indietro moltissimi: quei fedeli che trovavano nella Santa Messa celebrata secondo il Vetus Ordo non una nostalgia reazionaria ma una via di accesso al mistero. Il gesto, giustificato come difesa dell'unità, produsse il contrario: diocesi divise, vescovi imbarazzati, comunità disperse, ragazzi e ragazze spinti - questi sì - verso posizioni estreme dalle quali la pastoralità autentica li avrebbe dovuti allontanare. Chi scrive ricorda la pagina di Newman, nella Apologia pro vita sua, in cui lo scrittore inglese confessa che la fede si radica quando l'intelletto e l'affetto trovano insieme la loro casa. Si può discutere all'infinito del Vetus Ordo; non si può fingere che migliaia di fedeli non si siano sentiti, in quella stagione, non accompagnati ma espulsi.

Un funerale racconta più di un pontificato

C'è un'immagine che torna, oggi, e che fotografa meglio di mille analisi la parabola di questi anni: i medesimi “giornalai” che per un decennio hanno coperto Francesco e il suo entourage - offrendo al pubblico un'immagine del Pontefice che non esisteva, e permettendo così che si agisse impunemente a danno di sacerdoti, religiosi, vescovi - oggi si producono in post piagnucolanti, in coccodrilli commossi, in ricordi struggenti. È il prezzo dell'essere stati, per dodici anni, cortigiani e non cronisti. Non piangono il Papa, piangono Jorge Mario Bergoglio e tutto ciò che permetteva loro di fare. Insomma, qualcuno in queste ore lo chiama “Padre” ma a farlo sono quei “figli” che sul corpo del “Padre” amano mangiare. E non poco.

E non si può non ricordare, proprio in questo anniversario, il trattamento che Francesco riservò al suo predecessore. Quando Benedetto XVI si spense, nel dicembre 2022, fu lo stesso Bergoglio a fare il diavolo a quattro perché le esequie non fossero celebrate «come se fosse un Papa». Il rito fu dimezzato, il Pontefice fu portato di notte, come un ladro, in Basilica su un pulmino, la liturgia esequiale asciugata, il protocollo riscritto pur di marcare una differenza che nessuno aveva chiesto. E quando Francesco salì all'altare per l'omelia, il nome di Joseph Ratzinger fu pronunciato una volta sola. Una sola. Una brevità che non era sobrietà: era deliberata. E quella voglia di andarsene dalla piazza ancor prima che il feretro fosse portato via. Qualcosa di sconvolgente.

Oggi, ad un anno di distanza, quegli stessi giornalisti che accolsero con entusiasmo l'insolito protocollo si scoprono custodi scrupolosi della memoria di Francesco. Tutto, di quel pontificato, dev'essere ricordato: i gesti, le parole, perfino i silenzi. Nulla, del pontificato che lo precedette, dovette esserlo.

I due rogiti

Nulla, forse, dice di più di un pontificato quanto il rogito funebre che lo accompagna nella tomba. Silere non possum aveva proposto l'esercizio che nessun commentatore mainstream ebbe il coraggio di fare: mettere in parallelo il rogito di Benedetto XVI e quello di Francesco. Il primo si apre e si chiude con Dio: il nome del Signore segna la prima riga, permea il testo, sigilla l'ultima. Ogni gesto del pontificato ratzingeriano - compresa la rinuncia - vi è collocato in una prospettiva teologica, quasi ascetica: il mistero della fede che precede e sostiene l'opera dell'uomo.

Il rogito di Francesco, al contrario, si concentra sul profilo umano e sociale: le origini, la formazione gesuita, l'impegno per la pace, per i poveri, per i migranti, per l'ambiente. Si citano i viaggi apostolici, i documenti magisteriali, le riforme della Curia. Ma di fede, di teologia, della sacralità del ministero petrino, quasi nulla. Il riferimento a Gesù Cristo compare una volta sola, e quasi di sfuggita, nel nome della Compagnia cui Bergoglio apparteneva - quella Compagnia di cui molti membri, come la cronaca di questi anni ha ampiamente dimostrato, faticano perfino a ricordarsi chi sia il suo Fondatore. Un pontificato si riconosce anche da ciò che omette. E omettere Dio nel documento che accompagna un Papa alla sepoltura non è una distrazione ma dice molto.

La divisione che resta

Dostoevskij, nei Fratelli Karamazov, affida allo starec Zosima una verità: ciascuno è responsabile di tutto davanti a tutti. Il pontificato di Francesco fu celebrato come pontificato della prossimità; fu, per molti fedeli, pontificato della lontananza. Madri e padri di famiglia disorientati dai cambiamenti dottrinali annunciati e poi smentiti, sacerdoti stremati da una legislazione che cambiava ogni settimana, vescovi rimossi per telefono la sera del venerdì, cardinali trattati da sudditi, teologi zittiti perché ricordavano parole del Concilio che non si voleva più sentire.

L'eredità e il compito

Don Camillo, nelle pagine di Guareschi, parlava con il Cristo del crocifisso della sua canonica, e il Cristo gli rispondeva con una pazienza che è parente della misericordia vera. Quella misericordia non fa sconti alla verità; la esige, anzi, come condizione. È la misericordia che oggi Leone XIV sta cercando - con quella sobrietà agostiniana che però non si pone affatto in contrasto con il pontificato precedente - di restituire alla Chiesa: riportando la Curia alla normalità istituzionale, riannodando fili che erano stati recisi, ascoltando cardinali che per dodici anni avevano imparato a tacere non per virtù ma per timore.

Il compito di chi fa giornalismo, in questo passaggio, non è né celebrare né demolire. È ricordare. Ricordare i casi specifici, i nomi dei sacerdoti ingiustamente sospesi, le vittime degli abusi lasciate fuori dalla porta, i documenti opachi, i rescritti segreti, le frasi fuori microfono che tradivano un'indole. Ricordare perché - come scrisse Paolo VI nella Ecclesiam suam, riprendendo un'intuizione che attraversa tutta la tradizione patristica - la Chiesa si purifica solo nella verità. Un anno dopo, la polvere dei funerali si è posata. Le rose bianche sulla tomba di Santa Maria Maggiore continueranno ad essere portate dai fedeli, ed è giusto che sia così: quella tomba custodisce un battezzato, un sacerdote, un vescovo di Roma. Ma la storia della Chiesa non si scrive sui petali dei fiori. Si scrive sul marmo del vero, anche quando quel marmo è freddo.

Silere non possum: non posso tacere. Oggi quelle tre parole continuano a obbligarci, in primo luogo, di fronte al potere dentro la Chiesa. Perché l'amore per il Papa - per ogni Papa - si misura nella capacità di non trasformarlo in un idolo. E perché la Verità, che è una Persona, non ha bisogno della nostra adulazione. Ha bisogno, soltanto, della nostra fedeltà.

d.L.E.
Silere non possum

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