Città del Vaticano - Quando Papa Leone ha dichiarato che l'Iran non deve essere sterminato, stava facendo esattamente ciò che ci si aspetta da un leader spirituale: invocare la dignità della vita umana, chiedere diplomazia invece di annientamento, ricordare che dietro ogni popolo ci sono milioni di persone innocenti. Un appello antico, proprio come quel Vangelo che Prevost ha scelto di servire da anni. La risposta di Donald Trump è stata fulminea e, soprattutto, recidiva. Nelle scorse settimane, mentre il Papa era in Africa, lo aveva già accusato di sostenere il nucleare iraniano. L'ha ripetuto nelle scorse ore, impunito, con la stessa sicumera di chi sa che basta lanciare il fango: qualcosa resterà sempre appiccicato

Perché è questo il meccanismo: questi personaggi - e Trump è solo la punta più visibile di un iceberg molto più largo - non argomentano, non dimostrano, non cercano la verità. Lanciano. Sanno che non dovranno mai provare ciò che affermano, perché nell'epoca dell'attenzione frammentata la smentita arriva sempre tardi, sempre più bassa, sempre meno condivisa dell'accusa.

In tre secondi, una posizione umanitaria è diventata un atto ostile. Un appello alla pace è stato trasformato in complicità con il nemico. Leone e la Chiesa non hanno mai detto nulla di simile. Non importa: il fantoccio era già in piedi, e il fantoccio bruciava benissimo.







La risposta di Papa Leone

Di fronte a questa strumentalizzazione, Papa Leone ha risposto con una chiarezza evangelica che vale la pena riportare integralmente: “La missione della Chiesa è annunciare il Vangelo, predicare la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, che lo faccia con la verità. La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi lì non c’è nessun dubbio. Spero semplicemente di essere ascoltato per il valore della parola di Dio. Ho già parlato dal primo momento che sono stato eletto.” - Papa Leone XIV

Tre elementi spiccano in questa risposta. Primo: la rivendicazione della missione: annunciare il Vangelo, predicare la pace. Secondo: la sfida etica rivolta all'accusatore: "che lo faccia con la verità". Terzo: il richiamo alla coerenza storica del Magistero contro le armi nucleari, che rende la falsificazione ancora più evidente.

Lo strawman: colpire ciò che l’altro non ha detto

In retorica e psicologia della comunicazione, questa tecnica si chiama strawman, uomo di paglia. Il meccanismo è semplice e antico: si prende la posizione dell'avversario, la si distorce, la si esagera fino all'assurdo o la si sposta su un terreno completamente diverso, e poi si attacca quella versione falsificata. È molto più facile abbattere un fantoccio di paglia che confrontarsi con un argomento reale.

Il maestro e i discepoli

Volete un esempio concreto? Volete vedere questa tecnica all'opera, praticata dai devoti di Donald Trump in salsa ecclesiale? Un simpatico barbapapà, qualche mese fa, pubblicò un articolo diffamatorio contro un sacerdote di Comunione e Liberazione - imbeccato, manco a dirlo, da Davide Prosperi, che gli indicò cosa scrivere e come scriverlo. Fin qui, ordinaria amministrazione.

Dopo qualche tempo, però, Silere non possum uscì con un articolo documentato, prove alla mano, nel quale dimostrava punto per punto che quanto scritto era falso. Risposta del barbapapà? Un nuovo articolo nel quale Silere non possum veniva accusato di "promuovere l'omosessualità fra il clero". Esatto. È la stessa identica mossa di Donald Trump con il Papa. Spiccicata. E non è un caso che questi psico-blog si riconoscano tra loro proprio in questo metodo - e osannino Trump, non certo il Papa. Perché c'è una differenza che vale la pena spiegare, anche ai meno avvezzi alla logica elementare. Una cosa è dire che nessuno dovrebbe preoccuparsi delle "mutande altrui" - dei preti come dei laici - e che l'omosessualità non può essere usata come calunnia per eliminare avversari e diffamare persone. Altra cosa, radicalmente diversa, è essere "promotori di un orientamento sessuale fra il clero".

Quanto al barbapapà, che sembra straordinariamente esperto dell'argomento, aspettiamo con curiosità che ci spieghi in che modo concretamente si "promuove" un orientamento sessuale - così, almeno, possiamo imparare anche noi. Lo strawman funziona perché sfrutta una debolezza strutturale della comunicazione pubblica: la maggior parte delle persone non ha accesso diretto alle parole originali, pronunciate per intero, nel loro contesto. Sentono la risposta, non la domanda. Vedono l'attacco, non ciò che viene attaccato. Ed è esattamente per questo che Silere non possum, dalla sua nascita, ha scelto di puntare tutto su documenti originali, video, audio, trascrizioni complete - non rielaborazioni cucite e tagliate a seconda di ciò che conviene. Il nostro lettore legge tutto, accede alla fonte direttamente. Senza intermediari che decidono cosa mostrare e cosa nascondere. Perché altrimenti accade precisamente questo: chi si affida alla stampa generalista finisce per sentire ciò che dice Trump, non ciò che ha detto il Papa. A questa debolezza strutturale si aggiungono poi tecniche complementari che completano il meccanismo. La prima è la riduzione malevola all'assurdo: si porta la posizione dell'altro a una conclusione estrema che non ha mai sostenuto, per renderla ridicola o pericolosa. La seconda è il framing ostile: il messaggio viene re-inquadrato in una cornice completamente diversa, così che il pubblico lo percepisca attraverso una lente già distorta. La terza è la proiezione di intenti malevoli: all'avversario vengono attribuite intenzioni oscure, interessi nascosti, complicità con il male - cose che non ha mai pensato, ma che ora gli vengono cucite addosso.

Il risultato finale è un processo in tre tempi precisi: decontestualizzare, falsificare, accusare. L'avversario non viene sconfitto con argomenti. Viene costruito come nemico, e poi demolito.

La verità come fondamento

Ciò che rende questa tecnica particolarmente grave in un contesto religioso è che non si tratta di una scorrettezza procedurale o di un vizio retorico: è una contraddizione teologica e morale con i fondamenti stessi della tradizione cristiana. La tradizione cristiana non considera la verità come un valore tra i tanti, una virtù accessoria da praticare quando conviene. La incarna nel suo centro: Cristo stesso si definisce "la via, la verità e la vita" (Gv 14,6), e questa identificazione non lascia margini di ambiguità. Significa che mentire sulla posizione di un altro, costruire un fantoccio al suo posto e attaccarlo, non è soltanto una disonestà intellettuale: è una forma di tradimento di ciò che la fede cristiana è nella sua essenza. Il Vangelo non offre sconti su questo punto. "Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno" - la franchezza, la precisione, la fedeltà alle parole altrui non sono stili comunicativi facoltativi. Sono esigenze morali. E la promessa che "la verità vi farà liberi" presuppone un impegno attivo nei suoi confronti: non si può invocare la libertà evangelica e contemporaneamente costruire accuse su fondamenta false.

Il Decalogo è altrettanto netto. "Non rendere falsa testimonianza contro il tuo prossimo" non è una norma pensata per i tribunali. È un presidio della dignità della persona: il riconoscimento che ogni essere umano ha il diritto di essere giudicato per ciò che ha realmente detto e fatto, non per il fantoccio che qualcun altro ha costruito al suo posto. Attribuire a Leone XIV la volontà di armare l'Iran con la bomba atomica non è un'esagerazione polemica: è falsa testimonianza nel senso più preciso e più antico del termine.

La tradizione filosofica che ha nutrito il pensiero cristiano lo affermava in modo altrettanto chiaro. Aristotele distingueva nettamente tra la persuasione legittima - fondata sull'argomento, sulla credibilità e sull'emozione onesta - e la manipolazione sofistica, che distorce i termini del dibattito per vincere senza dover affrontare la realtà. Lo strawman è esattamente la tecnica che i sofisti usavano e che Socrate smascherava come tradimento della ricerca del vero: si vince non confutando l'avversario, ma sostituendolo con una caricatura più comoda. Cicerone, nel De Officiis, aggiungeva che falsare la posizione altrui - anche senza pronunciare formalmente una bugia - è una forma di disonestà che corrode il tessuto della vita civile, perché la fedeltà nelle parole è il fondamento su cui si regge qualsiasi convivenza.

E sul piano specifico della pace e del disarmo, la falsificazione di Trump è ancora più clamorosa perché si scontra non solo con le parole di un singolo pontefice ma con un'intera tradizione magistrale coerente e pluridecennale. San Giovanni XXIII nella Pacem in Terris condannava già la corsa agli armamenti nucleari come imperativo morale urgente. Il Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes dichiarava crimine contro Dio e contro l'uomo ogni atto bellico che mirasse alla distruzione indiscriminata di intere città. San Giovanni Paolo II ad Hiroshima proclamava che la guerra non è inevitabile e la pace è possibile. Papa Francesco a Nagasaki arrivava a dichiarare immorale non solo l'uso ma il mero possesso delle armi nucleari. Leone XIV non sta improvvisando una posizione nuova o scomoda: sta semplicemente continuando a parlare con la voce della sua Chiesa. Chi lo accusa di volere la bomba per l'Iran non distorce le parole di un uomo: contraddice un magistero che dura da sessant'anni.

Non solo politica: questo accade anche nella Chiesa

Sarebbe però troppo comodo liquidare tutto questo come un vizio esclusivo della politica populista americana. Chi conosce la vita interna della Chiesa sa che questo metodo ha radici profonde anche qui, e che viene praticato con grande efficacia da quegli ambienti ecclesiali che non a caso condividono con Trump molto più del metodo: la visione del mondo, il catalogo dei nemici, l'estetica della guerra permanente.

Certi ambienti cattolici, tradizionalisti o modernisti che siano - perché le etichette cambiano ma il metodo è identico - hanno fatto dello strawman uno strumento quasi pastorale. Un teologo che propone una riflessione non viene discusso: viene citato fuori contesto, le sue parole vengono isolate dal ragionamento che le sostiene, gli viene attribuita un'eresia che non ha mai professato, e infine viene presentato al pubblico come un pericolo per la fede. Il meccanismo è identico a quello di Trump con Leone XIV: si costruisce un nemico, lo si attacca, e si conta sul fatto che pochi andranno a verificare le fonti originali.

Lo stesso Leone XIV subisce questo trattamento sistematicamente all’interno della Chiesa. Il meccanismo è sempre lo stesso, cambia solo il pretesto. Ogni parola sul dialogo diventa relativismo. Ogni gesto di misericordia diventa lassismo dottrinale. Ogni apertura diventa tradimento. Se il Papa mostra accoglienza verso chi è legato ad un rito, è un traditore del Concilio; se indossa “un gemello”, è un tradizionalista travestito aggrappato alle apparenze liturgiche. Non importa cosa faccia davvero: c'è sempre qualcuno pronto a reinterpretarlo, a deformarlo, a costruirci sopra un processo. Non si risponde al Papa reale, a ciò che ha effettivamente detto o fatto. Si costruisce un papa immaginario, gli si cuciono addosso le posizioni più scomode o più ridicole a seconda dell'obiettivo, e a quello ci si scaglia contro. È più facile. E, soprattutto, è più efficace.

Sant'Agostino nel De Mendacio aveva identificato la menzogna come una perversione dell'intelletto che tradisce la vocazione profonda dell'uomo alla verità. La falsificazione delle parole altrui non è un'opinione diversa, non è una lettura alternativa: è un atto morale preciso, con una responsabilità precisac- anche davanti a Dio.

Perché è efficace - e perché è disonesto

La forza di questa tecnica sta in una asimmetria brutale. Costruire uno strawman richiede un secondo. Smontarlo richiede un'ora. Nel tempo in cui la vittima si difende, spiega, ricostruisce il contesto, il pubblico si è già annoiato o ha già cambiato canale. La menzogna ha già completato il suo giro. E la ricerca cognitiva documenta bene l'effetto che ne consegue: il cervello umano tende a ricordare l'accusa molto più della smentita. Chi viene accusato di volere la bomba atomica in mano all'Iran porta quella macchia anche dopo che la smentita è arrivata, chiara e documentata. È per questo che la tecnica viene usata sistematicamente da chi sa che sul piano degli argomenti perderebbe.

Il coraggio di chiamarlo con il suo nome

Di fronte a tutto questo, la smentita puntuale non basta. Occorre qualcosa di più preciso: nominare il meccanismo, esporlo per quello che è. Dire ad alta voce che non è un errore, non è un'esagerazione, non è una lettura parziale: è una falsificazione deliberata. Leone XIV lo fa con una frase che vale più di molte analisi: "Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, che lo faccia con la verità." Non è una difesa. È una sfida etica rivolta direttamente all'accusatore. È il richiamo a quel livello minimo di onestà intellettuale senza il quale non esiste dibattito, non esiste confronto, non esiste nemmeno disaccordo autentico - esiste solo propaganda. Ed è ciò che da diversi anni diciamo anche noi, nel nostro piccolo. La critica è sempre legittima ma sugli argomenti, non sui feticci e le ossessioni dei vari leoni da tastiera.

La responsabilità, alla fine, è anche di chi legge e di chi ascolta. Imparare a riconoscere lo strawman quando lo si vede. Chiedersi sempre se è davvero quello che l'altro ha detto, o se qualcuno ha costruito una versione più comoda da attaccare. La differenza tra il dibattito e la propaganda sta esattamente lì: nel rispetto - o nel tradimento - delle parole altrui.

d.E.R.
Silere non possum

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