Città del Vaticano - C’è un anno che, nella storia recente dell’Istituto per le Opere di Religione, varrà la pena ricordare: il 2025. Il bilancio approvato lo scorso 11 maggio dal Consiglio di Sovrintendenza racconta di un esercizio chiuso con 51 milioni di euro di utile netto, una cifra che non si vedeva da dieci anni e che segna una crescita del 55,5% rispetto ai 32,8 milioni del 2024. Per dare una misura del salto, basti pensare che nel 2024 l’utile era cresciuto del 7,2% rispetto al 2023, e l’anno prima il margine era stato simile: una progressione lenta, ordinata, quasi pedagogica nella sua misura. Il 2025 rompe questo schema e introduce un’accelerazione che le voci di bilancio aiutano a spiegare nel dettaglio.
Il primo riflesso di questi numeri si vede nel dividendo destinato al Santo Padre, che ammonta a 24,3 milioni di euro contro i 13,8 milioni dell’anno precedente: un balzo del 76,1% che porta il payout ratio dal 42% al 47,6%, avvicinandolo al tetto del 50% fissato dall’Istituto stesso. È una scelta significativa, perché indica una maggiore generosità verso la Santa Sede pur in presenza di una politica patrimoniale che continua a privilegiare l’accantonamento. Vale la pena ricordare che già nel 2024, per la prima volta, il Pontefice aveva deciso di destinare l’intero ammontare del dividendo a opere di carità e missione: nel 2025 quella quota raddoppia e con essa le risorse che il Papa potrà mettere a disposizione dei progetti che sostiene direttamente.
A guardare le voci principali del conto economico si capisce dove l’Istituto abbia davvero guadagnato terreno. Il margine di interesse - cioè il differenziale tra ciò che lo IOR ricava dagli impieghi e ciò che paga sulla raccolta - è salito a 32,3 milioni di euro, in crescita rispetto ai 29,4 milioni del 2024 e ai 27,8 del 2023. Una progressione costante, sostenuta dalle condizioni favorevoli sui tassi. Il margine commissionale, che misura i ricavi dalle gestioni patrimoniali e dai servizi offerti alla clientela, si è mantenuto sostanzialmente stabile a 26,2 milioni, contro i 26,5 dell’anno precedente: segno di una redditività ricorrente solida, anche se non in espansione. Ma è il margine di intermediazione, voce che sintetizza l’intera attività caratteristica dell’Istituto, a raccontare la storia vera del 2025: 66,3 milioni di euro contro i 51,5 del 2024, con un balzo di quasi quindici milioni in un solo anno. Per dare una proporzione, dal 2023 al 2024 questa voce era cresciuta appena di 1,8 milioni. Significa che la gestione attiva del portafoglio - obbligazioni e azioni valutate al fair value - ha intercettato in modo particolarmente felice il vento di mercato, generando proventi straordinari che hanno trainato l’intera redditività.
Anche la redditività complessiva, indicatore più ampio che tiene conto delle variazioni delle riserve patrimoniali, segna risultati di rilievo: 97,2 milioni di euro, in crescita del 25% rispetto all’anno precedente, sostenuta tra l’altro dalla variazione positiva delle riserve relative al Fondo Pensione. Tutte le strategie delle Gestioni Patrimoniali della clientela, sottolinea l’Istituto, hanno chiuso l’anno in territorio positivo, confermando lo IOR come uno dei principali gestori di patrimoni cattolici a livello internazionale.
Sul fronte della solidità patrimoniale, i numeri del 2025 confermano una traiettoria che dura ormai da diversi esercizi e che ha pochi paragoni nel sistema bancario europeo. Il Tier 1 ratio - l’indicatore che misura la robustezza di una banca rispetto ai rischi assunti - è salito al 71,9%, in aumento di 2,5 punti percentuali rispetto al 69,4% del 2024 e di oltre dodici punti rispetto al 59,8% del 2023. Per cogliere la dimensione del dato, basti dire che le grandi banche europee viaggiano in media tra il 13% e il 16%: lo IOR, che comunque non è una banca, si colloca su un livello che riflette la sua natura particolare, quella di un’istituzione che non opera con leva finanziaria significativa e mantiene un profilo di rischio estremamente conservativo. Il patrimonio netto è salito di 83,4 milioni in un solo anno, passando da 731,9 a 815,2 milioni di euro: più del doppio del ritmo di crescita registrato nel 2024.
Il quadro della raccolta restituisce invece l’immagine di un Istituto che cresce senza farsi prendere dalla fretta. I 5,9 miliardi di euro complessivi al 31 dicembre 2025, tra depositi, conti correnti, gestioni patrimoniali e titoli in custodia, si confrontano con i 5,7 miliardi del 2024, dopo i 5,4 del 2023 e i 5,2 del 2022: una progressione costante ma misurata, di circa duecento o trecento milioni l’anno. È una crescita coerente con la filosofia dell’Istituto, che il Rapporto Annuale descrive senza giri di parole come “fortemente selettiva”. Lo IOR, in altre parole, non insegue volumi: lo IOR sceglie. Non accetta clienti che non abbiano una stretta relazione con la Chiesa Cattolica, applica controlli frequenti sulle posizioni esistenti e mantiene una politica di apertura conti molto rigorosa. I numeri di riferimento aiutano a inquadrarne le dimensioni reali: oltre dodicimila clienti in centododici paesi del mondo, serviti da appena centocinque dipendenti. Una struttura piccola per standard bancari ordinari, ma con masse gestite per cliente molto elevate e una platea estremamente concentrata sul piano istituzionale.
Chi sono, in concreto, i clienti dello IOR? Quasi metà del patrimonio detenuto presso l’Istituto, il 46%, fa capo a ordini religiosi: congregazioni, associazioni di fedeli, seminari, collegi e università cattoliche, monasteri e conventi sparsi nei cinque continenti. Un altro 30% è riferibile ai dicasteri della Curia romana, agli uffici della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano e alle nunziature apostoliche. Il 9% appartiene a conferenze episcopali, diocesi e parrocchie; il 7% a cardinali, vescovi e clero a titolo personale; il 6% a dipendenti e pensionati vaticani; il restante 2% a fondazioni e altri enti di diritto canonico. È una mappa che spiega in modo plastico la natura dell’Istituto: non una banca al servizio dei singoli, ma un’infrastruttura finanziaria al servizio dell’organismo ecclesiale nel suo insieme, dalle congregazioni missionarie nei Paesi più poveri agli uffici centrali della Santa Sede.
C'è infine un punto su cui l'Istituto continua a insistere, e che assume un rilievo particolare alla luce delle recenti indicazioni di Papa Leone XIV: la coerenza degli investimenti con la dottrina cattolica.
L’Istituto ribadisce nel comunicato di promuovere “unicamente investimenti coerenti con i principi della fede cattolica”, una scelta che esclude settori come il gioco d’azzardo, la produzione di armamenti, la pornografia e altre attività ritenute incompatibili con la dottrina sociale della Chiesa. Sia nel 2024 che nel 2025, il grado di conformità dei prodotti delle Gestioni Patrimoniali ai principi dell’etica cattolica risulta del 100%: nessuno strumento offerto alla clientela si discosta dai criteri adottati dall’Istituto. È un dato che, in un’epoca di crescente attenzione ai criteri di sostenibilità e responsabilità negli investimenti, segna un posizionamento preciso.
Restano, alla fine, due letture possibili di questo bilancio. La prima è quella di un’Istituzione finanziaria che ha saputo cogliere un’annata particolarmente favorevole sui mercati, traducendo le condizioni esterne in risultati eccezionali grazie a una gestione attiva e disciplinata del portafoglio. La seconda è quella di una rottura di passo strutturale rispetto agli esercizi precedenti, che apre una nuova fase per la “banca del Papa”. La domanda interessante, nei prossimi mesi, sarà capire quale delle due chiavi di lettura prevarrà. Intanto, una cosa è certa: i 24,3 milioni che lo scorso 11 maggio sono stati deliberati a favore del Santo Padre rappresentano, in fondo, il vero indicatore di successo per una realtà che non risponde al mercato ma alla Chiesa universale. Più l’Istituto guadagna, più la Chiesa può dare. Il 2025, da questo punto di vista, è stato un anno particolarmente generoso.
p.F.V.
Silere non possum