Allo Stadio Olimpico di Barcellona, durante la veglia con i giovani dello scorso 9 giugno, una giovane ha raccontato a Leone XIV di aver lottato per anni in silenzio contro la depressione, fino al venerdì sera in cui ha tentato di togliersi la vita. Il Papa non ha risposto con una formula edificante. Ha fatto l'esatto contrario di ciò che troppi pastori fanno quotidianamente con i loro presbiteri nelle diocesi di tutto il mondo. Ha detto che la salute mentale è «sempre più minacciata» in società che si credono avanzate, che serve un sistema sanitario capace di mettere tra le proprie priorità «questo malessere invisibile e generalizzato», e poi ha pronunciato una frase che andrebbe affissa all'ingresso di ogni episcopio o curia diocesana: «Non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla "volontà di Dio" o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone». E ancora: «Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi».
Sono parole rivolte ai giovani, ma chi conosce dall'interno la vita del clero sa benissimo a chi suonano come un atto d'accusa.
Il prete come tappabuchi
Esiste, nella governance ordinaria di troppe diocesi, una gerarchia non scritta delle priorità. In cima c'è il numero delle parrocchie da coprire con un clero che si assottiglia di anno in anno. Subito sotto, la cura delle relazioni con il potere civile, con i benefattori, con la stampa amica, con l'immagine pubblica dell'istituzione. Poi ci sono gli accordi, i contratti, le convenzioni. Da qualche parte, molto più in basso, viene la persona del sacerdote: la sua tenuta psicofisica, la sua solitudine, il suo equilibrio.
Il risultato è un modello pastorale che tratta il presbitero come una risorsa funzionale da redistribuire - tre, quattro, cinque, dieci comunità a testa - e non come un uomo che ha dei limiti. Papa Francesco lo ha denunciato più di una volta, ma vale la pena ricordare come certi vescovi lo ascoltavano: lo acclamavano finché toccava i temi che facevano comodo - i migranti, la «frociaggine», le piantine da annaffiare - e diventavano improvvisamente sordi non appena passava alle cose serie. Così troppi preti finiscono per vivere da «funzionari del sacro», che erogano servizi a fedeli sempre più indifferenti, schiacciati dalla molteplicità degli impegni e dalla complessità delle situazioni. È il terreno di coltura ideale del burnout. E quando il burnout arriva, lo stesso apparato che ha contribuito a generarlo si volta dall'altra parte.
I numeri che la Chiesa preferisce non avere
Il dato più imbarazzante non è ciò che sappiamo, ma ciò che ci ostiniamo a non voler sapere. La Conferenza episcopale francese, nel 2020, ha avuto il coraggio di commissionare uno studio serio sulla salute fisica e mentale dei sacerdoti diocesani in attività: oltre seimila preti interpellati in più di cento diocesi. È emerso che quasi due sacerdoti su dieci presentano sintomi depressivi, che una parte arriva al vero e proprio esaurimento professionale, che l'abuso di alcol riguarda una quota allarmante del clero e che più della metà dei preti vive da solo. Sullo sfondo, sette suicidi sacerdotali in quattro anni. I vescovi francesi hanno scelto di pubblicare quei numeri senza nasconderli.
In Italia non esiste nulla di paragonabile. Chi se ne occupa da decenni ha dovuto ammettere pubblicamente, e con vergogna, che nel Bel Paese indagini sistematiche e aggiornate sul disagio del clero semplicemente non vengono condotte. Non perché manchino gli strumenti, ma perché manca la volontà. Misurare un problema significa assumersene la responsabilità. E la responsabilità è esattamente ciò che molti episcopati preferiscono evitare.

Cannobio, e il silenzio che viene dopo
Il 5 luglio scorso don Matteo Balzano, trentacinque anni, vicario parrocchiale a Cannobio nella diocesi di Novara, è stato trovato senza vita nell'appartamento annesso all'oratorio di cui era responsabile. Non si era presentato a celebrare la Messa del mattino. La sera prima aveva organizzato la tombola in paese. Chi gli era vicino ha raccontato che aveva «percorso tutte» le strade per riprendere in mano la propria fragilità, «anche quelle con dei professionisti».
Quella precisazione meriterebbe un'inchiesta a parte perché nel caso di don Matteo furono coinvolti personaggi che al clero hanno solo creato problemi, come don Enrico Parolari, e mai hanno aiutato. Gli psicologi seri – non gli Amedeo Cencini della situazione - non vengono presi in considerazione dai vescovi e dai rettori dei seminari. Anzi, li allontanano e fuggono da loro. Eppure, il percorso terapeutico e di sostegno del presbitero andrebbe sostenuto, protetto, integrato nella vita della diocesi. Troppo spesso, invece, le relazioni cliniche finiscono in un cassetto. Vengono minimizzate, ridimensionate, talvolta apertamente contraddette da superiori privi di qualsiasi competenza, che oppongono alla diagnosi di un clinico il proprio fervorino spirituale. Si arriva al paradosso di colpevolizzare il prete sofferente: gli si insinua che non prega abbastanza, che gli manca lo spirito di sacrificio, che la sua è mancanza di fede travestita da malattia. È la spiritualizzazione del dolore nella sua forma più velenosa, ed è precisamente ciò che Leone XIV ha bollato a Barcellona.
Dalla Spagna che il Papa sta visitando in questi giorni è venuta una delle reazioni più lucide al dramma di Cannobio. Un sacerdote della diocesi di Getafe ha scritto che «non siamo supereroi», che «l'indifferenza uccide più dell'odio» e che troppe comunità «pretendono molto ma offrono poco sostegno», lasciando i preti a tacere il proprio dolore «per paura o vergogna». La diagnosi, da un capo all'altro d'Europa, è la stessa. Cambia solo la disponibilità della gerarchia ad ascoltarla.
Il dolore non si spiritualizza, e nemmeno si sminuisce
Quando un prete è in depressione clinica, rispondergli «dai, è solo un momento di prova» non è carità: è un atto di violenza istituzionale travestito da consolazione. Non è teologia, è abdicazione. È il tentativo di scaricare su Dio - e di riflesso sulla presunta inadeguatezza spirituale di colui che è protagonista - una responsabilità che appartiene interamente agli uomini: a chi assegna carichi pastorali insostenibili, a chi lascia i sacerdoti in un isolamento abitativo e affettivo, a chi cestina le relazioni dei terapeuti perché contraddicono la narrazione del prete «forte» e sempre disponibile.
Leone XIV ha indicato anche la via opposta. Vicino a chi soffre, ha detto, occorre stare «con discrezione senza la fretta di spiegargli quel dolore», prenderlo per mano e accompagnarlo. È il contrario esatto di quei vescovi che convocano, ammoniscono e ricollocano. È il contrario del sistema che vuole tutti «vincitori e perfetti» e che relega il limite, la fragilità e il dolore «nel silenzio assordante della solitudine o addirittura della vergogna».
Quel silenzio non è più tollerabile. Non lo è dal punto di vista ecclesiale, dopo le parole pronunciate da un Papa davanti a una ragazza sopravvissuta a un tentativo di suicidio. Non lo è dal punto di vista umano, dopo Cannobio e dopo i numeri francesi che la Chiesa italiana finge di non avere. La cura della salute dei sacerdoti non è un optional né una concessione paternalistica: è un dovere di giustizia. E i pastori che continuano a anteporre le parrocchie da tappare e l'immagine pubblica dell'istituzione alla vita dei loro preti vanno chiamati per nome. Perché la prima notte da attraversare, oggi, è quella di una gerarchia che ha smesso di guardare in faccia i suoi figli.
p.F.G.
Silere non possum