Città del Vaticano - «Buongiorno a tutti, spero che stiate bene, che siete pronti per un altro viaggio. Già con le batterie cariche!». Tra l'ironico e il paterno, Leone XIV ha aperto la tradizionale conferenza stampa in volo al termine del suo terzo viaggio apostolico internazionale, quello che lo ha condotto in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Dall'aereo partito da Malabo verso Roma, il Pontefice ha risposto alle domande di cinque dei circa settanta giornalisti al seguito, toccando alcuni fra i temi più sensibili dell'attualità internazionale ed ecclesiale: la guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran, le migrazioni, il rapporto della Santa Sede con i regimi autoritari, la questione della benedizione delle coppie omosessuali sollevata dal cardinale Reinhard Marx a Monaco di Baviera, la pena di morte.

La chiave di lettura del viaggio

Prima di entrare nel merito delle domande, Leone ha voluto offrire una chiave di lettura del viaggio appena concluso, prendendo le distanze da quella che ha implicitamente definito una eccessiva polarizzazione politica nell'interpretazione dei viaggi pontifici. «Molte volte l'interesse è piuttosto politico: "Cosa dice il Papa sul tema o su un altro tema? Perché non giudica il governo in un Paese o in un altro?"», ha osservato, riconoscendo che pure ci sono «tante cose da dire». Ma il cuore del viaggio, ha insistito, non è quello: si tratta soprattutto di «voler annunciare il Vangelo, di proclamare il messaggio di Gesù Cristo», un modo «per avvicinarsi al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza». Un approccio che non esclude il commento né l'incoraggiamento ai capi di Stato «ad assumere responsabilità», a un «cambiamento di mentalità» e a «vedere questioni come la distribuzione dei beni di un Paese», ma che trova il suo baricentro nella condivisione con il popolo di Dio. Parole necessarie per un "seguito" composto da vaticanisti che, ancor prima della partenza, avevano deciso di parlare poco di questo viaggio perchè lo hanno definito "un viaggio inutile". Insomma, nulla di nuovo sotto il sole, la tecnica è sempre la stessa: non parlare di ciò che non è nei loro schemi. Leone, però, continua senza preoccuparsi di questo modus agendi tossico e della Guinea Equatoriale, in particolare, ha ricordato la pioggia benedetta accolta come un dono e «questo segno di condividere con una Chiesa universale quello che celebriamo nella nostra fede».

Sull'Iran: «la questione non è il cambio di regime»

Dopo una premessa del genere, ovviamente, Ignazio Ingrao ha posto una domanda politica. Di che stupirsi? La prima domanda ha riguardato la crisi innescata dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran e il conseguente caos dei negoziati, con il richiamo - avanzato da Ingrao - al discorso tenuto a Bamenda, in Camerun, sul «manipolo di tiranni» che rischia di distruggere il pianeta. Interpellato sull'ipotesi di un cambio di regime a Teheran, Leone ha rifiutato l'impostazione stessa del quesito: «La questione non è se cambia il regime, non cambia il regime, la questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti». Il Papa ha raccontato di aver letto la lettera di alcune famiglie dei bambini morti nel primo giorno degli attacchi e ha evocato la fotografia di un bambino musulmano incontrato durante il viaggio in Libano, poi ucciso nell'ultima fase della guerra, che lo aveva atteso con un cartello di benvenuto: «Sono tante le situazioni umane e penso che dobbiamo avere la capacità di pensare in questa forma».

Nessun endorsement, dunque, per la retorica del regime change, ma la richiesta pressante di «una continuazione del dialogo per la pace», del rispetto del diritto internazionale e della protezione degli innocenti. La formulazione più netta è arrivata a proposito della postura ecclesiale: «Come Chiesa - lo dico di nuovo - come pastore, non posso essere a favore della guerra». Una frase destinata a pesare nel dibattito interno cattolico, soprattutto presso quelle correnti che negli ultimi mesi hanno rivendicato una legittimazione morale degli interventi armati contro Teheran. E che chiama a un esame di coscienza chi confonde il realismo geopolitico con la rinuncia evangelica. «Bisogna promuovere un nuovo atteggiamento e una cultura per la pace», ha insistito il Pontefice: «tante volte, quando valutiamo certe situazioni, subito la risposta è che bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando».

Migrazioni: «uno Stato ha il diritto di porre regole, ma sono esseri umani»

In vista del prossimo viaggio in Spagna, il tema migratorio ha dominato un'altra parte della conferenza. Qui Leone ha scelto una linea di equilibrio consapevole, distante tanto dall'irenismo quanto dalla retorica securitaria, affrontando una materia che, ha riconosciuto, divide anche i cattolici. «Personalmente credo che uno Stato ha il diritto di porre regole alle sue frontiere», ha affermato, osservando che un ingresso senza ordine può generare nei luoghi di arrivo «situazioni più ingiuste rispetto a quelle che hanno lasciato».

Ma il discorso si è subito ampliato in senso strutturale, spostando la responsabilità sul sistema economico globale: «Cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo, o quei Paesi dove i giovani oggi non trovano un futuro e quindi vivono questo sogno di voler andare verso il Nord?». Il Pontefice ha puntato il dito contro l'estrattivismo economico, ricordando come l'Africa sia ancora considerata «un luogo dove si può andare a prendere i minerali, prendere le sue ricchezze per la ricchezza di altri», e ha chiamato in causa tanto gli aiuti di Stato quanto «gli investimenti delle grandi imprese ricche, delle multinazionali». Infine, il richiamo alla dignità: «sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umano, non trattarli molte volte peggio degli animali». Sui viaggi futuri in America Latina - Perù, Argentina, Uruguay, e il desiderio di salutare la Vergine di Guadalupe - Leone ha chiuso con una formula prudente: «Finora non è confermato, vedremo. Aspettiamo».

Diplomazia con i regimi: «tantissimo lavoro dietro le quinte»

Sollecitato sul rischio di offrire una patina di legittimazione morale a leader autoritari incontrati nel corso del viaggio il Papa ha difeso con nettezza la tradizionale linea diplomatica della Santa Sede. Ha ammesso che la presenza pontificia «può essere interpretata - e da alcuni è stata interpretata - come se il Papa o la Chiesa stessero dicendo che va bene vivere in quel modo». Ma ha rivendicato il valore del mantenere relazioni diplomatiche «talvolta con grandi sacrifici», sottolineando che i risultati si misurano spesso lontano dai riflettori: «tantissimo lavoro che avviene dietro le quinte per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare, talvolta, situazioni in cui ci sono prigionieri politici e trovare un modo per farli liberare». Una rivendicazione della grammatica tradizionale della diplomazia vaticana, in cui la neutralità formale non coincide con il silenzio sostanziale e in cui l'applicazione del Vangelo alle situazioni concrete passa per canali che raramente arrivano agli onori della cronaca.

La questione Marx e le benedizioni

Il passaggio più delicato, anche sotto il profilo del governo della Chiesa, ha riguardato la decisione del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, di autorizzare la benedizione delle coppie dello stesso sesso nella propria diocesi. Leone ha scelto di non entrare nello scontro frontale, ma ha tracciato una linea che non lascia margini di ambiguità. Ha ricordato che la Santa Sede «ha già parlato con i vescovi tedeschi» e ha chiarito che non vi è accordo «con la benedizione formalizzata delle coppie - in questo caso coppie omosessuali, come ha chiesto lei - o di coppie in situazioni irregolari, oltre a quanto specificamente permesso da Papa Francesco dicendo che tutte le persone ricevano la benedizione».

Il Pontefice ha tenuto a distinguere con precisione tra la benedizione impartita al termine della Messa, rivolta indistintamente a tutti i presenti, e una benedizione che di fatto ratifichi formalmente una unione.
In questo ha rivendicato la continuità con il «tutti, tutti, tutti» di Francesco, ma letto in senso vocazionale: «tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita». Andare oltre questo quadro, ha ammonito, «credo possa causare più disunione che unità». E ha aggiunto un richiamo metodologico che suona come un programma del pontificato: «l'unità o la divisione della Chiesa non dovrebbe ruotare intorno a questioni sessuali. Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di morale, l'unico tema morale sia quello sessuale. In realtà credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l'uguaglianza, la libertà degli uomini e delle donne, la libertà religiosa, che dovrebbero avere la priorità rispetto a quella particolare questione». La risposta, prevedibile nella sostanza, contiene un posizionamento di metodo: il rifiuto di lasciare che la geometria del dibattito ecclesiale sia dettata dalla morale sessuale.

La condanna della pena di morte

L'ultima domanda ha riportato il Papa sull'Iran, questa volta sul versante delle esecuzioni pubbliche di oppositori e dei dissidenti giustiziati dal regime. La risposta è stata perentoria, nel solco del magistero recente: «Io condanno tutte le azioni ingiuste. Condanno l'uccisione di persone. Condanno la pena di morte». E ha riaffermato il principio sul quale si è costruita la dottrina cattolica contemporanea in materia: «la vita umana debba essere rispettata e [...] la vita di tutte le persone - dal concepimento alla morte naturale - debba essere rispettata e protetta».

Un punto fermo che lega le posizioni sulla guerra, sulle migrazioni e sulle esecuzioni capitali in una sola coerenza: la vita umana come criterio non negoziabile. È, in filigrana, la cifra che Leone XIV ha voluto lasciare ai giornalisti prima dell'atterraggio a Fiumicino. Un pontificato che, in questo primo anno, sta ricucendo l'unità nella Chiesa lungo una linea che rifiuta tanto la restaurazione quanto la deriva, e che sceglie di misurarsi con il proprio tempo senza rinunciare al proprio lessico.

L.B.
Silere non possum



CONFERENZA STAMPA

Leone XIV: “Buongiorno a tutti, spero che stiate bene, che siete pronti per un altro viaggio. Già con le batterie cariche! Quando faccio un viaggio, parlo per me stesso, però oggi come Papa, Vescovo di Roma, è soprattutto un viaggio apostolico pastorale per trovare, accompagnare e conoscere il popolo di Dio. Molte volte l’interesse è piuttosto politico: ‘Cosa dice il Papa sul tema o su un altro tema? Perché non giudica il governo in un Paese o in un altro?’. E ci sono tante cose da dire certamente. Ho parlato di giustizia e ci sono temi lì. Ma quella non è la prima parola: il viaggio è da interpretare soprattutto come l’espressione di voler annunciare il Vangelo, di proclamare il messaggio di Gesù Cristo, che allora è un modo per avvicinarsi al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza. Lì, certo, molte volte è necessario fare dei commenti o cercare come incoraggiare lo stesso popolo ad assumere responsabilità nella sua vita. È importante parlare anche con i capi di Stato, per incoraggiare un cambiamento di mentalità o un’apertura maggiore a pensare il bene del popolo, una possibilità di vedere questioni come la distribuzione dei beni di un Paese. Nei colloqui che abbiamo avuto abbiamo fatto un po’ di tutto, però soprattutto vedere, incontrare il popolo con questo entusiasmo. Sono molto contento di tutto il viaggio, ma vivere, accompagnare, camminare con il popolo della Guinea Equatoriale è stata veramente una benedizione con l’acqua… Loro contenti con le piogge l'altro giorno, ma soprattutto questo segno di condividere con una Chiesa universale quello che celebriamo nella nostra fede”

Giornalista: Santità, grazie per questo viaggio ricco di incontri, di storie e di volti. Nel meeting per la pace a Bamenda, in Camerun, lei ha descritto un mondo al rovescio, dove un manipolo di tiranni rischia di distruggere il pianeta. La pace, ha detto, non va inventata ma va accolta. I negoziati per il conflitto in Iran sono nel caos con pesanti effetti sull’economia mondiale. Lei auspica un cambio di regime in Iran, visto che anche la società civile, gli studenti sono scesi in piazza nei mesi scorsi e c’è preoccupazione nel mondo per la corsa all’atomica? Quale appello lei rivolge a Stati Uniti, Iran, Israele, per uscire dallo stallo e fermare l’escalation? La Nato e l’Europa dovrebbero essere maggiormente coinvolte?

Vorrei cominciare a dire che bisogna promuovere un nuovo atteggiamento e una cultura per la pace. Tante volte, quando valutiamo certe situazioni, subito la risposta è che bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando. Quello che abbiamo visto è che tanti innocenti sono morti. Ho appena visto la lettera di alcune famiglie dei bambini che sono morti nel primo giorno dell’attacco. E loro parlano del fatto che ormai hanno perso i loro figli, le figlie, i bambini che sono morti in quello (attacco). La questione non è se cambia il regime, non cambia il regime, la questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti. La questione dell’Iran è evidentemente molto complessa. Le stesse trattative che stanno facendo, un giorno l’Iran dice sì e gli Stati Uniti dicono di no e viceversa, e non sappiamo dove si va. Si è creata questa situazione caotica, critica per l'economia mondiale, ma poi anche c’è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra. Quindi sul cambio di regime sì o no: non è chiaro quale regime ci sia in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi di Israele e Stati Uniti all’Iran. Piuttosto vorrei incoraggiare la continuazione del dialogo per la pace, che le parti cerchino di mettere tutti gli sforzi per promuovere la pace, allontanare la minaccia della guerra e che si rispetti il diritto internazionale. È molto importante che gli innocenti siano protetti, come non è avvenuto in diversi luoghi. Io porto con me una foto di un bambino musulmano che nella visita in Libano stava lì aspettando con un cartello dicendo “Benvenuto Papa Leone”, poi in questa ultima parte della guerra è stato ucciso. Sono tante le situazioni umane e penso che dobbiamo avere la capacità di pensare in questa forma. Come Chiesa - lo dico di nuovo - come pastore, non posso essere a favore della guerra. E vorrei incoraggiare tutti a fare gli sforzi per cercare risposte che vengono da una cultura di pace e non di odio e divisione.

Giornalista: Stiamo lasciando un continente in cui molte persone desiderano, sognano, viaggiare in Europa. Il suo prossimo viaggio sarà in Spagna, dove la questione migratoria occupa un posto importante soprattutto nelle Canarie. Lei sa che il tema della migrazione in Spagna suscita grande dibattito e polarizzazione, incluso tra i cattolici non c’è una posizione chiara. Cosa potremo dire agli spagnoli e in particolare ai cattolici rispetto alla immigrazione? Poi, se mi permette: il prossimo viaggio sarà in Spagna ma sappiamo che ha il desiderio, l’intenzione di viaggiare in Perù e forse in Argentina e Uruguay, ma vorrebbe anche salutare la Vergine di Guadalupe?

Il tema dell’immigrazione è molto complesso e colpisce molti Paesi, non solo Spagna, non solo Europa, Stati Uniti, è un fenomeno mondiale! Quindi una risposta mia inizia con una domanda: cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo o quei Paesi dove i giovani oggi non trovano un futuro e quindi vivono questo sogno di voler andare verso il Nord? Tutti vogliono andare verso il Nord, ma tante volte il Nord non ha risposte su come offrire loro delle possibilità. Molti soffrono… Il tema del traffico di esseri umani, il “trafficking”, fa parte anche della migrazione. Personalmente credo che uno Stato ha il diritto di porre regole alle sue frontiere. Non dico che tutti debbano entrare senza un ordine, creando a volte nei luoghi dove vanno situazioni più ingiuste rispetto a quelle che hanno lasciato. Però, detto questo, mi chiedo: cosa facciamo nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione nei Paesi più poveri? Perché non possiamo cercare, sia con aiuti di Stato sia con gli investimenti delle grandi imprese ricche, delle multinazionali, di cambiare la situazione nei Paesi come quelli che abbiamo visitato in questo viaggio? L’Africa per molte persone è considerata un luogo dove si può andare a prendere i minerali, prendere le sue ricchezze per la ricchezza di altri, in altri Paesi. Forse a livello mondiale dovremmo lavorare di più per promuovere maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi dell’Africa perché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi, in Spagna, ecc. E l’altro punto che vorrei affrontare è che, in ogni caso, sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umano, non trattarli molte volte peggio degli animali. C’è una sfida molto grande: un Paese può dire di non poter ricevere più di questo, però quando arrivano le persone, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità.

E i prossimi viaggi?

Ho il desiderio grande di visitare vari Paesi dell’America Latina. Finora non è confermato, vedremo. Aspettiamo.

Giornalista: Santo Padre, la ringraziamo moltissimo per questo viaggio straordinario. È stato meraviglioso. Durante questo viaggio lei ha incontrato alcuni dei leader più autoritari del mondo. Come fa a evitare che la sua presenza dia autorità morale a questi regimi? Non si tratta, per così dire, di un “lavaggio di immagine” grazie al Papa?

Certamente la presenza di un Papa con qualsiasi capo di Stato può essere interpretata in modi diversi. Può essere interpretata - e da alcuni è stata interpretata - come se il Papa o la Chiesa stessero dicendo che va bene vivere in quel modo. Altri possono dire cose diverse. Vorrei tornare a quanto ho detto nelle mie osservazioni iniziali sull’importanza di comprendere lo scopo principale dei viaggi che faccio, che il Papa compie: visitare le persone. E sul grande valore che la Santa Sede continua a dare, talvolta con grandi sacrifici, al mantenimento di relazioni diplomatiche con i Paesi di tutto il mondo. E talvolta abbiamo relazioni diplomatiche con Paesi che hanno leader autoritari. Abbiamo l’opportunità di parlare con loro a livello diplomatico, a livello formale. Non sempre facciamo grandi proclami di critica, di giudizio o di condanna. Ma c’è tantissimo lavoro che avviene dietro le quinte per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare, talvolta, situazioni in cui ci sono prigionieri politici e trovare un modo per farli liberare. Situazioni di fame, di malattia, ecc. Quindi la Santa Sede, mantenendo una neutralità e cercando modi per continuare una positiva relazione diplomatica con tanti Paesi diversi, in realtà sta cercando di applicare il Vangelo alle situazioni concrete affinché la vita delle persone possa migliorare. Le persone interpreteranno il resto come vorranno, ma credo sia importante per noi cercare il modo migliore possibile per aiutare il popolo di qualsiasi Paese.

Giornalista: Santo Padre, congratulazioni per il suo primo viaggio papale nel Sud del mondo. Abbiamo visto tanto entusiasmo e anche, direi, euforia. Immagino che sia stato molto commovente anche per lei. Vorrei sapere come valuta la decisione del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, di concedere il permesso di benedire le coppie dello stesso sesso nella sua Diocesi. E alla luce delle diverse prospettive culturali e teologiche, soprattutto in Africa, come intende preservare l’unità della Chiesa universale su questa questione?

Innanzitutto credo sia molto importante capire che l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbe ruotare intorno a questioni sessuali. Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di morale, l’unico tema morale sia quello sessuale. In realtà credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà degli uomini e delle donne, la libertà religiosa, che dovrebbero avere la priorità rispetto a quella particolare questione. La Santa Sede ha già parlato con i vescovi tedeschi. La Santa Sede ha chiarito che non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie - in questo caso coppie omosessuali, come ha chiesto lei - o di coppie in situazioni irregolari, oltre a quanto specificamente permesso da Papa Francesco dicendo che tutte le persone ricevano la benedizione. Quando un sacerdote dà la benedizione alla fine della Messa, quando il Papa dà la benedizione alla fine di una grande celebrazione come quella che abbiamo avuto oggi, ci sono benedizioni per tutte le persone. La famosa espressione di Francesco “tutti, tutti, tutti”, esprime la convinzione della Chiesa che tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo oggi, credo possa causare più disunione che unità, e che dovremmo cercare di costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna. Questa è la mia risposta alla domanda.

Giornalista: Santo Padre, in questo viaggio lei ha parlato di come le persone abbiano fame e sete di giustizia. Proprio stamattina è stato riportato che l’Iran ha giustiziato l’ennesimo membro dell’opposizione, e questo avviene mentre il regime ha impiccato pubblicamente molte altre persone e assassinato migliaia dei suoi stessi cittadini. Condanna queste azioni? Ha un messaggio per il regime iraniano?

Io condanno tutte le azioni ingiuste. Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte. Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di tutte le persone — dal concepimento alla morte naturale — debba essere rispettata e protetta. Quindi quando un regime, quando un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita ad altre persone, è evidentemente qualcosa che va condannato.

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