Esta mañana, en Écône, cuatro sacerdotes han sido consagrados obispos sin mandato pontificio. A los candidatos se les formuló la pregunta prevista por el rito: «Habetis mandatum apostolicum?», es decir: «¿Tenéis el mandato apostólico?». En lugar de responder a esta cuestión esencial, se leyó una breve declaración preparada por el Superior General, con la que se intenta «justificar» lo que sigue siendo un acto cismático.

Y ahí reside precisamente la cuestión. El rito fue alterado deliberadamente por quienes lo exaltan y lo invocan como garantía de fidelidad a la Tradición. Se modificó para no tener que responder con verdad a una pregunta tan sencilla como decisiva: ¿tenéis el mandato apostólico? No. Sabían que no lo tenían. Y, sin embargo, fueron precisamente ellos quienes trastocaron la liturgia: quienes pretenden presentarse como los custodios más fieles de la forma, de la letra y de la inmutabilidad del rito.

No creo que este detalle sea casual. Creo que resume con mayor honestidad lo ocurrido hoy y aquello que observo desde hace tiempo, con creciente desazón, en ciertos ambientes que se dicen tradicionalistas y en los que nací y crecí; no sólo lefebvristas, sino también, por otros caminos, en ambientes que se definen como modernistas, progresistas o simplemente «otros» frente a quienes no piensan como ellos. El problema no es, o no lo es ante todo, doctrinal. Es un problema de coherencia entre la conducta y la acción. Entre lo que se proclama y lo que se hace. Y esto, antes que una cuestión teológica, es una cuestión psicológica: la capacidad - o la incapacidad - de hacer coincidir lo que uno dice con lo que uno es.

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Comentarios (1)

Luciolo
01/07/2026 - 14:55

Caro d.F.B., ho letto con attenzione il tuo editoriale. Lo rispetto perché nasce da un’evidente passione per la Chiesa, ma credo che alcune conclusioni vengano presentate come acquisite, mentre sono precisamente il cuore della controversia. Definire le consacrazioni di Écône semplicemente come un “atto scismatico” significa già assumere una precisa interpretazione. La Fraternità San Pio X, infatti, continua a riconoscere il Romano Pontefice, lo nomina nel Canone della Messa, ne riconosce il primato e non sostiene di voler fondare una Chiesa parallela. La sua posizione, condivisibile o meno, è che ci si trovi in uno stato di necessità per la custodia del deposito della fede. È una tesi che può essere contestata, ma va discussa sul piano teologico, non liquidata con un’etichetta. Anche la questione del rito mi sembra letta in modo unilaterale. Non è stata eliminata la domanda sul mandato apostolico per nascondere una menzogna, ma perché la Fraternità non pretende affatto di possederlo. Sarebbe stato falso rispondere di sì. Ha scelto, invece, di dichiarare apertamente la propria posizione e le ragioni per cui ritiene possibile procedere senza mandato pontificio in una situazione che considera eccezionale. Si può ritenere che abbia torto, ma non si può dire che abbia cercato di occultare la realtà. Il nodo vero, però, è un altro. Negli ultimi decenni si è diffusa, a mio giudizio, una concezione eccessivamente “papalista” del ministero petrino, quasi che ogni parola, ogni decisione pastorale o ogni orientamento di un Papa costituiscano automaticamente Magistero infallibile. Ma il Concilio Vaticano I non ha mai insegnato questo. L’infallibilità è rigorosamente delimitata e non coincide con ogni atto del Pontefice. La domanda, allora, rimane inevitabile: quando nella storia sembra emergere una tensione tra affermazioni o orientamenti di pontefici diversi, quale criterio deve seguire il cattolico? Un Papa contro un altro? L’ultimo Papa semplicemente perché è l’ultimo? Oppure la Tradizione apostolica, cioè ciò che la Chiesa ha sempre creduto, insegnato e custodito? A mio avviso il Magistero non è al di sopra della Tradizione, ma ne è il custode e il servitore. È proprio la Tradizione a garantire la continuità della fede cattolica nel tempo. Infine, c’è una domanda che mi pongo da anni e alla quale non ho mai trovato risposta. Perché non vengono pubblicati i colloqui dottrinali che, per anni, si sono svolti tra la Fraternità San Pio X e il Dicastero per la Dottrina della Fede, quando il cardinale Ladaria ne era prefetto? Quali argomenti sono stati affrontati? Quali punti di convergenza sono emersi e quali sono rimasti irrisolti? Non credo che la Chiesa debba temere il confronto teologico. Anzi, sarebbe un grande servizio alla verità rendere pubbliche quelle discussioni. Per mesi teologi di altissimo livello si sono confrontati su temi fondamentali come la Tradizione, il Magistero, la libertà religiosa, l’ecumenismo, la collegialità e l’interpretazione del Concilio Vaticano II. Perché tutto questo deve rimanere chiuso in un cassetto? Sono convinto che la trasparenza farebbe bene a tutti. Consentirebbe di comprendere che il confronto non è mai stato una semplice contrapposizione ideologica tra “progressisti” e “tradizionalisti”, ma un serio dibattito ecclesiologico e dottrinale, nel quale uomini di Chiesa hanno cercato di affrontare questioni reali che non possono essere risolte con slogan o semplificazioni. La Chiesa non ha nulla da perdere dalla verità. Al contrario, è proprio la ricerca sincera della verità, nella fedeltà alla Tradizione apostolica e nella comunione ecclesiale, che può aprire la strada a una riconciliazione autentica. dCamillo

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