Napoli - Quattordici minuti di volo da Pompei alla Rotonda Diaz. Quanto basta per passare dal silenzio mariano del Santuario al fragore di una città che non conosce mezze misure. Napoli ha accolto Leone XIV come solo lei sa fare: con il corpo, con la voce, con quella capacità millenaria di trasformare ogni arrivo in epifania collettiva. I fedeli radunati fuori dal Duomo hanno intonato Tu vo' fa' l'americano - e nel gesto c'era qualcosa di più di un'ironia affettuosa: c'era la presa in consegna di un papa che viene da lontano e che la città, a modo suo, ha già deciso di adottare. I giovani lo hanno acclamato: «Le-o-ne, Le-o-ne», e lui li ha incontrati con la stessa semplicità con cui si risponde a qualcuno che si conosce da sempre: «Ciao Napoli! Sono venuto per trovare questo calore che solo Napoli sa offrire».

Poi è entrato in cattedrale. Ha adorato il Santissimo. E quando ha preso la parola davanti al clero, ai religiosi e alle religiose della diocesi, il tono è cambiato.

La parola che risuona

Leone XIV ha costruito l'intero discorso attorno a un lemma solo: cura. Vi è arrivato attraverso Emmaus - quel racconto in cui due discepoli camminano scoraggiati e non riconoscono il compagno di strada - e ha detto con chiarezza che quella scena riguarda anche i presbiteri di oggi: uomini che portano avanti il cammino senza riuscire a interpretare i segni della storia, con il volto triste e l'amarezza nel cuore. Il Papa li ha riconosciuti in quella figura. E il riconoscimento, nei discorsi papali, pesa più di qualsiasi esortazione. Il contrario della cura, ha proseguito, è la trascuratezza. Ha nominato gli esempi visibili - le strade, le periferie, le aree comuni - ma solo per appoggio, perché dove voleva arrivare era altrove: alla trascuratezza interiore, quella del cuore, quella che si accumula in silenzio sotto il peso del ministero e che nessun calendario pastorale registra.

La diagnosi di una fatica reale

C'è un passaggio del discorso che meriterebbe di essere riletto con calma. Leone XIV ha elencato il peso specifico del ministero presbiterale in un contesto come Napoli con una precisione insolita: la fatica di ascoltare storie pesanti, di intercettare quelle ancora più nascoste, di perseverare nell'annuncio quando i linguaggi sembrano inadeguati, di accompagnare famiglie affaticate e giovani disorientati, di rispondere ai bisogni materiali che bussano alle porte delle parrocchie. Poi ha nominato quello che di solito rimane senza nome: «un senso di impotenza e di smarrimento» e, parola esatta, «una certa solitudine e il senso di isolamento pastorale».

La Chiesa conosce questa crisi da tempo, e non riguarda solo Napoli. È la fatica silenziosa di molti sacerdoti e religiosi in parti del mondo lontanissime tra loro, accomunati dalla stessa sensazione di portare un peso che nessuno vede davvero. Leone XIV lo sa, e parlando al clero partenopeo parla in realtà a tutti loro: Napoli diventa per un momento la cattedrale del mondo. Non si limita a riconoscere la stanchezza: la chiama per nome, le offre qualcosa a cui aggrapparsi.

Fraternità come struttura

La risposta proposta ha radici concrete. Leone XIV ha insistito sulla fraternità presbiterale come «elemento costitutivo dell'identità dei ministri» - citando la lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro - e ha evocato la possibilità di nuove forme di vita comune in cui i sacerdoti possano sostenersi reciprocamente e pensare insieme l'azione pastorale. In un'epoca in cui il sacerdote è sempre più solo - non per scelta ma per struttura - reinvestire nella vita fraterna ha il sapore dell'urgenza. «Esercitiamoci nell'arte della prossimità», ha detto il Papa. La parola arte non era casuale: la prossimità non è spontanea, si apprende, si pratica, richiede volontà.

Il Sinodo come metodo

Il discorso ha toccato anche il Sinodo diocesano recentemente celebrato a Napoli, con un invito preciso: custodire soprattutto il metodo - l'ascolto reciproco, il coinvolgimento dei margini, la sinergia tra carismi diversi. Il Sinodo, ha detto Leone XIV, ha restituito alla diocesi l'immagine di una Chiesa «chiamata a uscire da sé stessa, a convertire il proprio stile, a incarnarsi tra la gente come luce di speranza». Da lì, la richiesta conclusiva: passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria. La distinzione circola nel magistero da decenni, ma il contesto napoletano - disoccupazione giovanile, dispersione scolastica, fragilità familiari - le restituisce un peso specifico che le astrazioni teologiche da sole non riescono a trasmettere.

Sotto la protezione di Gennaro

Prima di congedarsi, il Papa ha richiamato il legame della diocesi con san Gennaro - a cui aveva già tributato omaggio entrando in cattedrale - e ha affidato clero e fedeli all'intercessione di Maria. L'ultima immagine offerta è rimasta sospesa nell'aria della navata con la forza tranquilla delle cose vere: «Siete dentro una storia d'amore - quella del Signore per il suo popolo - che è iniziata prima di voi e non finisce con voi; ci siete dentro come tessere uniche e necessarie; ci siete dentro perché, anche nelle fitte trame del buio, voi possiate accendere una luce».

p.L.G.
Silere non possum




Commenti

Ancora nessun commento...

Lascia un commento

Per prendere parte alla discussione devi far parte della community. Abbonati ora!