Nel 1608 Lord Coke scriveva che tra il sovrano e i suoi sudditi corre un "legame duale e reciproco". Più di quattro secoli dopo, quello stesso principio - trasmigrato dall'Inghilterra alle colonie, dalle colonie alla Costituzione americana - ha retto l'urto di un ordine esecutivo firmato alla Casa Bianca.

Il 30 giugno 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti, chiamata a pronunciarsi sul caso Trump v. Barbara (No. 25-365), ha scelto la fedeltà al principio fondativo piuttosto che la congiuntura politica, con una maggioranza di 6 giudici su 9: il Chief Justice John Roberts, estensore dell'opinione, con Sotomayor, Kagan, Barrett e Jackson.

Al centro della controversia c'era l'Executive Order n. 14160, firmato da Donald Trump il 20 gennaio 2025 - primo giorno del suo secondo mandato - con cui si tentava di negare la cittadinanza automatica ai bambini nati sul suolo americano da genitori privi di stabile residenza legale. Un tentativo di riscrivere, con la penna di un presidente, quanto la Costituzione affida da un secolo e mezzo al popolo sovrano attraverso il procedimento di emendamento.

"Sono cittadini alla nascita": la formula della Corte

La sintesi della decisione non lascia margini di ambiguità: "I bambini nati negli Stati Uniti da genitori illegalmente o temporaneamente presenti sono 'soggetti alla giurisdizione' degli Stati Uniti e sono cittadini alla nascita ai sensi della Clausola sulla Cittadinanza del Quattordicesimo Emendamento."

Una frase che chiude - almeno sul piano costituzionale - una battaglia legale iniziata il giorno stesso dell'insediamento presidenziale e che aveva attraversato tribunali distrettuali, corti d'appello e, infine, i nove giudici di Washington.

Dalle brume del common law inglese a Filadelfia

Ciò che rende questa sentenza memorabile, non è soltanto l'esito - peraltro atteso, dopo che ogni giudice di grado inferiore aveva già bollato l'ordine esecutivo come platealmente incostituzionale - ma la profondità dello scavo storico compiuto da Roberts. L'opinione della Corte risale fino al common law inglese, a Blackstone e al celebre Calvin's Case del 1608, per ricostruire il principio dello ius soli.

Scrive la Corte, spiegando la logica alla base dell'istituto: "Con la protezione veniva la fedeltà, e con la fedeltà veniva lo status di suddito nativo”. Un principio che i coloni portarono con sé attraverso l'Atlantico e che, dopo l'indipendenza, si trasformò: i "sudditi" del sovrano britannico divennero "cittadini" degli Stati americani. È qui che la sentenza tocca la corda più alta, richiamando le parole di Thomas Paine sul giovane esperimento repubblicano - una nazione che la Corte stessa definisce, citando Common Sense (1776), come: "un''asilo per l'umanità'" - una Nazione di immigrati in cui l'ampiezza dello ius soli assumeva un'importanza particolare, assicurando che i figli degli stranieri, "a prescindere dalle loro intenzioni", sarebbero stati cittadini americani per la sola nascita.

Sono righe che meritano di essere lette accanto ai versi che Emma Lazarus fece incidere, nel 1883, alla base della Statua della Libertà - quel "Give me your tired, your poor, / Your huddled masses yearning to breathe free" che ogni immigrato in transito per Ellis Island conosceva a memoria. Non è un caso che la Corte, in questa sentenza, richiami esplicitamente l'immagine dell'America come Nazione di immigrati: è la stessa temperie culturale che Alexis de Tocqueville, quasi due secoli fa, osservava con stupore ne La democrazia in America, descrivendo un popolo capace di rigenerarsi attraverso l'accoglienza piuttosto che attraverso il sangue.

Il ripudio di Dred Scott e la redenzione del Quattordicesimo Emendamento

La parte più drammatica della ricostruzione storica riguarda la celebre - e infame - sentenza Dred Scott v. Sandford (1857), con cui la Corte dell'epoca aveva stabilito che il sangue, non il suolo, determinasse la cittadinanza, escludendo i discendenti degli schiavi da ogni diritto. Fu proprio per seppellire quel precedente che il Congresso della Ricostruzione approvò il Quattordicesimo Emendamento. Come ricorda la sentenza odierna, l'estensore materiale della Clausola sulla Cittadinanza, il senatore Howard, la descrisse come "semplicemente dichiarativa... della legge della terra già esistente" — non un'innovazione, ma la conferma solenne di un principio già radicato.

"Il diritto ad avere diritti": la chiusura dell'opinione

È nelle ultime righe che la sentenza raggiunge il suo punto più alto, quasi un testamento morale oltre che giuridico. Rispondendo a chi, nei dissensi, bollava il common law medievale come un residuo "feudale", Roberts ribalta la prospettiva: "Dove i dissenzienti vedono feudalesimo, i Padri del Quattordicesimo Emendamento videro l'emancipazione."

E la sentenza si chiude con una delle formule più dense di questa stagione della Corte:

"La cittadinanza, allora come oggi, era il diritto ad avere diritti - a partecipare liberamente alla nostra comunità politica. Gli estensori del Quattordicesimo Emendamento estesero quella promessa a 'ogni persona nata libera in questa terra'. Noi manteniamo quella promessa oggi."

We keep that promise today. Cinque parole che riassumono l'essenza di un ordinamento costituzionale che, nel momento del test più severo, ha scelto la continuità con il proprio principio fondativo piuttosto che l'abbraccio della congiuntura politica.

Le crepe: i dissensi e il fronte che resta aperto

Sarebbe disonesto presentare questa sentenza come priva di ombre. La maggioranza è stata di 6 a 3: il giudice Clarence Thomas ha depositato un dissenso di 91 pagine, a cui si è unito Neil Gorsuch, sostenendo che il Quattordicesimo Emendamento fosse storicamente concepito solo per gli ex schiavi e i loro discendenti - una lettura che la giudice Ketanji Brown Jackson, nella sua opinione concorrente, ha definito una sorprendente inversione rispetto al tradizionale rifiuto di Thomas per le interpretazioni "razzialmente orientate" della Costituzione. Samuel Alito ha scritto un dissenso separato.

Il giudice Brett Kavanaugh, pur unendosi alla maggioranza nel bocciare l'ordine esecutivo, lo ha fatto su basi più strette: a suo avviso il decreto non viola il Quattordicesimo Emendamento in sé, ma la legge federale (8 U.S.C. §1401(a)) che ne traduce il principio. Un distinguo che apre - come Kavanaugh stesso riconosce nella sua opinione - la porta a un possibile intervento del Congresso per introdurre eccezioni allo ius soli, restando (a suo dire) nei limiti della Costituzione.

Donald Trump, dal canto suo, ha reagito rilanciando la battaglia sul piano legislativo, sostenendo che non sia necessario un emendamento costituzionale per raggiungere lo stesso risultato per via ordinaria. È una lettura che si scontra, tuttavia, con il cuore della motivazione di Roberts, che ancora il principio direttamente al testo costituzionale - non a una legge che il Congresso potrebbe, in astratto, modificare a piacimento.

Una vocazione che resiste

Resta, cionondimeno, il dato di fondo: nel giorno in cui era chiamata a decidere se restringere per decreto uno dei pilastri della propria identità costituzionale, l'America ha scelto la fedeltà alla propria storia. Ha scelto Wong Kim Ark contro le tesi revisioniste del "domicilio", ha scelto l'emancipazione contro il sangue, ha scelto - per dirla con le stesse parole della Corte - di mantenere una promessa vecchia di un secolo e mezzo.

Non è un caso isolato né un atto di generosità estemporanea: è la conferma che il carisma originario della nazione - quello di "asilo per l'umanità" evocato da Paine, quello della lampada levata accanto alla porta d'oro cantata da Lazarus - resta, nonostante tutto, iscritto nel diritto vivente, e non soltanto nella retorica civile del 4 luglio.

S.R.
Silere non possum 




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