Roma – «Quante tenebre chiedono credenti capaci di essere luce! Quante notti di tristezza e angoscia attendono sentinelle che sappiano indicare l’aurora!». Con queste parole il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, ha introdotto l’avvio dei lavori del Consiglio Episcopale Permanente (26-28 gennaio 2026).

Zuppi parte da un dato ecclesiale: si è appena concluso l’Anno Santo 2025, ma non si è chiuso «il desiderio di una speranza affidabile». Richiama la Bolla d’indizione con l’appello di Papa Francesco: «Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza. La Parola di Dio ci aiuta a trovarne le ragioni». La linea del discorso riprende anche quanto già detto da Papa Leone: il Giubileo non è un capitolo archiviato, bensì un criterio per leggere il presente e per verificare se la speranza proclamata diventa risposta concreta.

Nel cuore della fede: Cristo, non un “Gesù solo ammirevole”

Il presidente della CEI lega la fase post-giubilare a una consegna che attribuisce a Leone XIV, collocata “poco prima della fine del Giubileo” e connessa simbolicamente a Nicea, 1700 anni dopo il Concilio. Il Papa – riferisce Zuppi – ha posto «la sfida fondamentale» di «cogliere l’essenza della fede e dell’essere cristiani», denunciando il rischio di un «arianesimo di ritorno»: guardare a Gesù con «ammirazione puramente umana», come a un maestro etico, «senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi».

Da qui, le domande rilanciate come decisive “adesso”, non per altri: «Chi è Gesù per noi? Cosa significa, nel suo nucleo essenziale, essere cristiani?». Nel ragionamento di Zuppi, queste domande non restano in ambito catechetico: diventano il metro della testimonianza pubblica, perché senza la centralità di Cristo e la “tradizione della Chiesa” la fede rischia di ridursi a linguaggio morale, incapace di incidere nella storia.

L’“età della forza” e la crisi del diritto: quando il mondo perde il senso del limite

Zuppi sposta poi lo sguardo sull’attualità e mette in guardia da una “rincorsa compulsiva” alle notizie: ciò che serve è «scoprire nella realtà i segni dei tempi», perché senza questo «il Vangelo non entra nella storia» e i cristiani finiscono «per mettere la luce sotto il moggio». Il mondo, osserva, vive un’«incertezza profonda» che genera instabilità, un clima che identifica con l’espressione di Giorgio La Pira: «l’età della forza».

Il punto, per Zuppi, non è solo la guerra come fatto, ma la mutazione del metodo: una forza che «irride il diritto e i processi internazionali» produce «instabilità pericolosa» e costringe a rinunciare alla via del «dialogo», del «multilateralismo», del «pensarsi insieme». Cita un passaggio del discorso di Leone XIV al Corpo diplomatico (9 gennaio 2026), insistendo sulla «debolezza del multilateralismo» e sulla sostituzione di una diplomazia del consenso con «una diplomazia della forza», con un esito che “compromette gravemente lo stato di diritto”.

Da questa cornice discende, nelle parole del Presidente CEI, una diagnosi sul tessuto sociale: nelle “rapide comunicazioni” del mondo globale, il clima generale diventa conflitto, con «polarizzazioni» e «odio manipolato da campagne interessate». È una fotografia che il cardinale collega a un «disprezzo della vita» “dal suo inizio alla sua fine”, giustificato da un «materialismo pratico» che rende l’individuo misura di tutto.

Femminicidio, disagio psichico, violenza tra giovani: la radice non è “altrove”

La parte più immediata del discorso riguarda le ferite che attraversano famiglie e comunità. Zuppi parla di «gesti tragici compiuti all’interno della famiglia» e tra adolescenti; rifiuta di fermarsi all’episodio isolato e chiede «lo sforzo di coglierne le radici profonde, che riguardano tutti noi». Inserisce qui il riferimento ai «casi martellanti di femminicidio», su cui – afferma – «dobbiamo insistere» per difendere vita, dignità e libertà delle donne, senza dimenticare «le violenze legate alle dipendenze e ai problemi psichiatrici in crescita esponenziale». Il passaggio più drammatico è legato a La Spezia: «Siamo tutti ancora scossi da quanto avvenuto… dove la vita di Abu è stata spezzata… per mano di un coetaneo». Zuppi indica una postura che unisce giustizia e sguardo antropologico: preghiera per la vittima e per la famiglia, ma anche per chi ha compiuto il gesto, perché «nessuno è riducibile al proprio errore». E da qui il nodo educativo: «accompagnare i giovani, ascoltarli davvero, non lasciarli soli» in fragilità, paure e rabbie. L’educazione, aggiunge, è una responsabilità «condivisa» che non si può «delegare né rimandare».

Nel discorso compaiono anche dati puntuali sul rapporto tra minori e armi: i minori segnalati per porto di armi improprie passano da 778 (2019) a 1946 (2024) e nel primo semestre 2025 sono già 1096. Zuppi mette questo incremento accanto a un elemento che può sorprendere: «il tasso dei minori in contatto con il sistema giudiziario è uno dei più bassi di Europa». La lettura che propone non è indulgente né esclusivamente repressiva: ringrazia chi offre “alternative di senso” e insiste sul «primato della indispensabile dimensione educativa sull’aspetto solamente repressivo», citando tra i testimoni padre Pino Puglisi e le figure “della porta accanto”.

C’è, qui, un punto che il cardinale non elude e che interpella anche la Chiesa come istituzione: “fare di più” richiede «scelte coraggiose, continuative» e «coperture giuridica ed economica» per chi lavora in prima linea (educatori, operatori), perché le responsabilità siano riconosciute come competenze e professionalità, non come puro volontariato da spremere.

Censis, paura e tentazione autoritaria: una società che rischia di smarrire la fiducia

Zuppi richiama l’ultimo Rapporto Censis, parlando di un’Italia nell’«età selvaggia, del ferro e del fuoco». Riporta percentuali e convinzioni che descrivono la crisi di fiducia: quasi la metà degli italiani (e il 55,8% dei giovani) pensa che il futuro non sarà progresso; il 38,7% ritiene che contino forza e aggressività più di legge e diritto; il 29,7% arriva a considerare i regimi autocratici più adatti delle democrazie a competere o sopravvivere.

La conseguenza, secondo l’Arcivescovo di Bologna, è uno “spaesamento” che produce «malessere, paura e violenza», insieme però a una volontà di uscita e di futuro che si manifesta in forme diverse. Il cardinale riconosce anche la fatica interna della Chiesa - ad esempio «il ridotto numero di sacerdoti» - ma propone una direzione netta: la forza non si ritrova «andando a risparmio o isolandoci», bensì «prendendoci noi cura delle ferite del prossimo», soprattutto di poveri, deboli, emarginati. In questa linea inserisce il riferimento al «naufragio nel Mediterraneo» e alla necessità di non rassegnarsi a una “logica della morte”.

Parrocchie e “case di fraternità”: aprire porte, anche quelle del carcere

Accanto alle ombre, Zuppi descrive un’Italia credente che non è scomparsa: un popolo che chiede non “idee” o “consigli virtuali”, ma «comunità, case di fraternità, relazioni umane disinteressate». Riconosce che «non siamo più in un clima di cristianità», e tuttavia parla di una «diffusa Italia cattolica» che si manifesta in parrocchie, comunità religiose, movimenti, istituzioni e iniziative di fraternità.

Qui inserisce un lungo riferimento all’amore cristiano, richiamando la Dilexi te: «una Chiesa che non mette limiti all’amore… è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno». E collega il Giubileo al suo fondamento biblico (Levitico 25), con la preoccupazione di costruire «una comunità di pari», dove la fede diventa fraternità e le relazioni salvaguardano soprattutto i deboli. La tesi è anche civile: senza relazioni d’amore l’individuo si riduce a solitudine e la comunità a «un condominio anonimo», pronto a cercare «un amministratore che garantisca la sicurezza». In questo quadro colloca la Porta santa aperta a Rebibbia: un segno per rendere visibili i “dimenticati” e per chiedere «dignità, opportunità, speranza» e percorsi di reinserimento. Zuppi afferma l’interesse per la proposta di «indulto differito» maturata in seno al Giubileo dei detenuti e, più in generale, per tutto ciò che facilita il reinserimento, presentandolo come unica via per una sicurezza non fondata sulla disperazione.

Unità e comunità: non importare categorie mondane nella Chiesa

Zuppi torna sul Giubileo come esperienza di popolo: una sincronia di ricerca e «comunione di sentimenti e di fede», che definisce un segno credibile in un mondo diviso. Da qui un richiamo netto: «Non lasciamoci dividere… e non portiamo nella Chiesa categorie mondane che non le appartengono». Cita, inoltre, un fatto recente - la firma del 23 gennaio a Bari del “Patto tra Chiese cristiane in Italia” - come elemento da “conservare e sviluppare” nel quotidiano delle Chiese locali. Riprende poi un’indicazione attribuita a Leone XIV: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”… dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». E ne trae un compito pastorale concreto: ogni parrocchia e comunità deve interrogarsi su come diventare casa di pace e casa dei poveri, perché – ancora dalla Dilexi te – i poveri «non sono un problema sociale», ma «una “questione familiare”… “dei nostri”».

Recezione del Cammino sinodale: decisioni, non solo processi

La sezione più organizzativa riguarda il Cammino sinodale. Zuppi parla della necessità di «dare spazio a ciò che nasce» e di non comprimere tutto nelle strutture esistenti; richiama la “fioritura carismatica” come tratto storico della Chiesa e descrive il vescovo come costruttore di comunione, capace di ascolto e incoraggiamento, in una paternità che promuove corresponsabilità.

Il punto, però, è la “recezione”: Zuppi utilizza l’immagine biblica del Concilio di Gerusalemme, sottolineando che la storia si compie quando Antiochia accoglie decisioni e inviati. La CEI, dice, ha tra le mani il Documento di sintesi Lievito di pace e di speranza e deve guardare avanti: quel testo «non è solo un punto d’arrivo, ma un punto di partenza», affidando ai vescovi il compito di individuare percorsi e organismi concreti. Chiede quindi che, a livello di diocesi, regioni ecclesiastiche e CEI, si prendano «con determinazione» decisioni.

Zuppi riprende anche un tema segnalato dal card. Repole: lo scollamento tra fede e vita e la constatazione che «la trasmissione della fede cristiana oggi non è più un processo normale». Indica priorità operative (fede vissuta, testimoniata e celebrata; comunità; impegno sociale e caritativo) e mette in guardia dal disperdere le energie: «Non siamo soli e nessuno è solo (ma anche nessuno si isoli!)». Il passaggio si chiude con un richiamo attribuito a Leone XIV: «la ragion d’essere è annunciare il Vangelo… il kerygma, il Vangelo con Cristo al centro».

Le “considerazioni finali”: referendum, fine vita, scuola, memoria

Nella parte conclusiva Zuppi affronta temi pubblici che, a suo giudizio, non possono lasciare indifferenti i pastori e la comunità ecclesiale.

Sul referendum costituzionale sulla giustizia previsto per il 22-23 marzo, il cardinale Matteo Zuppi richiama la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del CSM, inquadrandoli nel tema dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Nel suo intervento insiste su autonomia e indipendenza come «connotati essenziali» per l’esercizio di un processo giusto, invita i cittadini a informarsi e a non lasciarsi irretire da «logiche parziali», e sollecita la partecipazione al voto, chiedendo che resti vivo un dialogo responsabile tra forze sociali, culturali e politiche.

Ma il rischio, evidente, è un altro: che queste parole vengano piegate a un orientamento di fatto, fino a diventare una spinta mascherata verso il “no”. È una deriva che sta già contaminando alcune realtà ecclesiali, dove si arriva persino a far intervenire esponenti della magistratura associata - come l’Associazione Nazionale Magistrati - dentro le chiese, trasformando i luoghi di culto in spazi di propaganda. Una pratica che, oltre ad essere pastoralmente devastante, viene è incompatibile con le norme del codice di diritto canonico e con il rispetto dovuto alla natura del luogo sacro.

La Chiesa italiana non può permettersi di schierarsi per il no a una riforma di questo tipo che non mina affatto l’indipendenza della magistratura sancita dalla Costituzione. Non mentre, da anni, tante parrocchie, comunità e presbiteri vivono un rapporto durissimo con un sistema giudiziario spesso aggressivo e sbilanciato, con procedimenti e iniziative che lasciano ferite profonde nel tessuto ecclesiale. In questo quadro, qualsiasi impressione di “sponda” istituzionale verso un fronte politico-giudiziario diventa un atto irresponsabile: alimenta sfiducia, spacca i fedeli, compromette la credibilità della Chiesa come casa comune.

E non è accettabile che un passaggio come questo diventi il pretesto per fare campagna, soprattutto quando alcuni vertici vengono considerati palesemente schierati con una parte politica. Il punto non è il tifo, ma la correttezza istituzionale e pastorale: un referendum sulla giustizia non può essere trascinato dentro interessi e geometrie di partito, né usato per costruire consenso. Questo voto deve restare sul merito: portare l’Italia verso un assetto più normale e comparabile con quello di molti Paesi europei, dove la separazione delle carriere esiste da tempo. Serve un confronto serio, netto, comprensibile, senza pulpiti trasformati in comitati elettorali e senza cardinali ridotti a megafoni di battaglie che non appartengono alla missione della Chiesa ma al Partito Democratico. 

Sul fine vita Zuppi esprime «forte preoccupazione» per il dibattito: la dignità non si misura su efficienza o utilità; la risposta alla sofferenza passa da sostegno sociale e sanitario, assistenza domiciliare, accompagnamento e cure palliative garantite a tutti. Avverte che eutanasia e suicidio assistito possono indebolire l’impegno verso i fragili e incidono sull’intero tessuto di relazioni comunitarie: la “presa in carico” diventa lo spartiacque tra richiesta di morte e scelta di vita.

Sulla scuola, Zuppi saluta con favore l’attenzione della legge di bilancio 2026 alle paritarie e richiama il “buono scuola” per studenti della paritaria secondaria (nel biennio), collegandolo alla funzione educativa delle scuole cattoliche come presìdi territoriali. Riprende anche la nota pastorale sull’insegnamento della religione cattolica come «laboratorio di confronto, di convivenza e integrazione».

Alla vigilia della Giornata della Memoria, infine, denuncia «fenomeni di antisemitismo» che non trovano giustificazione e rinnova la vicinanza alle comunità ebraiche.

“Spera nel Signore”: la paura come nemico dell’amore

Zuppi chiude tornando alla Parola di Dio, con il Salmo 27: «Il Signore è mia luce e mia salvezza… Spera nel Signore, sii forte». Da qui una lettura spirituale che si trasforma in consegna pastorale: il vero nemico dell’amore è «la paura» – di esporsi, di deludere, di pensare diversamente dal “si è sempre fatto così”. L’augurio per l’inizio del 2026 diventa un programma: «non aver paura di sperare», e «realizzare questa speranza amando con audacia».

S.M.
Silere non possum