C'è una parola che usiamo ogni giorno senza neppure accorgercene, e che racconta di noi più di quanto sospettiamo. Desiderio. Quando entriamo in un negozio e qualcuno ci chiede «cosa desidera?», dietro la formula di cortesia si nasconde una domanda enorme, forse la più antica che si possa rivolgere a un essere umano. Perché non desideriamo solo nei momenti di acquisto: desideriamo continuamente. Mangiando, leggendo, amando, lavorando, pregando. Persino dormendo. Si è detto, non senza ragione, che il desiderio è l'essenza stessa dell'uomo.
Eppure, di questa essenza, parliamo poco e male. La cultura in cui siamo immersi ha tutto l'interesse a non farci capire cosa sia davvero un desiderio, perché lo confonde sistematicamente con un'altra cosa: il bisogno. La differenza è cruciale. Il bisogno è biologico, ci chiude nel presente e in noi stessi: ho fame, mangio; ho sete, bevo. Il desiderio invece è una tendenza psichica e spirituale che abbraccia il passato e il presente per lanciarci verso il futuro e verso l'altro. Il bisogno si soddisfa e tace; il desiderio, anche quando trova, continua a parlare. Il consumismo prospera proprio sull'aver appiattito l'uno sull'altro: ci promette di placare un desiderio vendendoci la soluzione di un bisogno, e quando scopriamo che la cosa acquistata non bastava, ce ne propone subito un'altra. Più desideri si accendono nelle pubblicità, più circola il denaro. Finiamo per consumare anche ciò che non desideriamo, ma di cui ci hanno convinto di avere bisogno. Per uscire da questo inganno conviene tornare all'origine, e qui la cosa si fa interessante, perché il desiderio nasce da due luoghi opposti che convivono in noi.
Il primo luogo è la meraviglia. Davanti a un volto che sorride, a un paesaggio, a una verità che si rivela, qualcosa in noi si solleva. Non manca nulla: anzi, c'è un troppo, una promessa, un invito a essere all'altezza di ciò che ci viene incontro. Il sorriso del padre sul neonato funziona così: non colma una mancanza, conferma che l'essere è buono. In questo senso il desiderio è elevazione, epi-thymía, slancio verso l'alto.
Il secondo luogo è la mancanza. La parola stessa lo dice: de-siderium ha dentro le stelle, sidera, ed evoca chi guarda il cielo sentendo l'assenza di ciò che brilla lontano. C'è un ideogramma cinese che disegna un uomo disteso che fissa la luna crescente: il desiderio come ricerca di ciò che non si possiede. L'ebraico è ancora più crudo: la stessa parola, nefesh, indica la gola, la bocca, lo stomaco, il respiro, la sete, la fame e l'ansia. Quando Dio soffia la vita nelle narici dell'uomo, secondo la Genesi, ne fa un nefesh hayah: letteralmente, un desiderio vivente.
Queste due origini non sono alternative: sono i due fuochi di un'ellisse. Il desiderio vive nella distanza tra loro. È una tensione, non un punto. Ed è qui che si gioca tutto.
Perché la tentazione di ogni desiderio è ridurre la distanza. Afferrare. Possedere. Trasformare il dono in cosa, l'altro in oggetto, l'infinito in qualcosa che entri nel pugno. La Genesi racconta proprio questo: l'albero al centro del giardino era desiderabile, ma desiderabile come dono. Mangiarne fu il tentativo di accorciare la distanza, di non dover più ricevere. E nel momento esatto in cui la distanza si rompe, il campo crolla. Il desiderio non incontra più l'altro: incontra solo se stesso. La fissazione, paradossalmente, fa fuggire l'oggetto. Restiamo con un idolo morto in mano.
Da quel crollo nasce ciò che ciascuno di noi conosce per esperienza: la frammentazione. Non desideriamo più una cosa: ne desideriamo mille, contraddittorie, che ci tirano in direzioni opposte. La carne contro lo spirito, l'ambizione contro la quiete, il bisogno di legami contro la voglia di fuga. San Paolo lo ha scritto: voi non fate ciò che vorreste. Il desiderio originariamente unitario si è triturato in desideri, plurale, e ognuno tira la sua parte. Davanti a questa esperienza, nei secoli, sono nate fondamentalmente tre risposte. La prima, radicale e pulita, è quella di certi buddismi: spegnere il desiderio, raggiungere la cessazione della sete. La seconda, infinitamente più povera, è quella della nostra società: ignorare i desideri spirituali, esasperare quelli sociali, soddisfare quelli biologici. La terza è la via cristiana, che è la più scomoda perché non sceglie. Non spegne il desiderio, non lo lascia esplodere, non separa carne e spirito. Tenta un'unità polare: tenere insieme i poli senza fonderli e senza sopprimerli.
Cosa significa, concretamente? Significa accettare che il desiderio non si educa annientandolo, ma prendendone le distanze. Le distanze, non i contenuti. Smettere di afferrare per imparare a ricevere. Significa anche - e questa è la cosa più difficile da accettare - non avere paura del corpo. Il desiderio carnale non è il nemico del desiderio di Dio: ne è spesso il linguaggio. Il Cantico dei cantici è scritto in quella lingua. La sposa chiama lo sposo «il desiderato del mio desiderio», e il salmista può dire senza imbarazzo: la mia carne ti desidera. Quando una tradizione cristiana sana funziona, non taglia il corpo dall'anima: lascia che l'anima torni a coprire il corpo, come dovrebbe essere. Ma il punto più sorprendente, e il motivo per cui vale la pena scrivere ancora oggi del desiderio, è quello finale. Si potrebbe pensare che lo scopo di tutto questo cammino sia placarsi, arrivare, posare il bastone. Non è così. Chi ha attraversato davvero la questione testimonia il contrario: il desiderio, quando trova ciò che cerca, non si spegne. Si dilata. La pienezza non è il funerale del desiderio, ne è l'olio. La gioia colmata continua a chiamare, continua a dire torna, perché ha imparato che l'altro non si possiede mai del tutto, e che proprio in questo «mai del tutto» sta la sua felicità. È per questo che il desiderio assomiglia a una stella. La raggiungi e si allontana. Ma non per crudeltà: per fedeltà. Affinchè tu possa continuare a camminare.
p.L.V.
Silere non possum