C'è qualcosa di patetico, e insieme istruttivo, nel modo in cui Andrea Grillo continua a battere i tasti del suo Facebook come un boomer disoccupato che non si è ancora accorto che la festa è finita. Nelle scorse ore Avvenire ha pubblicato un'intervista all'Abate primate della Confederazione Benedettina, dom Jeremias Schröder OSB, che raccoglieva l'invito di Leone XIV - formulato lo scorso marzo nella lettera ai vescovi di Francia tramite il cardinale Parolin - a una «generosa inclusione» di chi aderisce sinceramente al Vetus Ordo. Parole di pace, di buon senso monastico, di carità ecclesiale. Schröder raccontava semplicemente come nei monasteri benedettini le due forme liturgiche convivano armoniosamente, senza conflitti, e come lui stesso - che celebra solo con il messale nuovo - sia accolto con rispetto a Fontgombault e ricambi quel rispetto verso le comunità che celebrano nel rito antico. Una testimonianza concreta, vissuta, non ideologica.
Vale la pena ricordare, peraltro, come si sia arrivati fin qui. Avvenire ha cominciato a guardare a Fontgombault dopo l'intervista che l'abate ha concesso a Silere non possum. È stato infatti questo portale a portare alla luce la ricchezza autentica di quella comunità monastica: i tanti aspetti positivi della sua vita interna, le intuizioni preziose che questi monaci sanno offrire alla Chiesa, il modo in cui vivono la liturgia in piena comunione ecclesiale.
Apriti cielo. Il sedicente liturgista da tastiera è subito intervenuto a spiegare al mondo - e soprattutto a un Abate primate che di liturgia monastica vive ogni giorno della sua vita - che ha capito tutto male. Che la convivenza pacifica nei monasteri sarebbe in realtà una resa. Che il «rispetto» tra fratelli sarebbe un capovolgimento del Movimento Liturgico. Che Guéranger, Beauduin, Casel, Vagaggini sarebbero stati traditi da Schröder e dall'Abate di Solesmes Kemlin, colpevoli di aver suggerito che il bene della comunione monastica possa stare al di sopra dell'uniformità rituale.

Un pontificato finito, un personaggio rimasto indietro
Conviene dire chiaramente come stanno le cose. Durante il pontificato precedente, Grillo aveva trovato un microfono. Era l'epoca in cui un certo lessico violento, polemico, divisivo trovava udienza, in cui chi alzava la voce contro i «tradizionalisti» - categoria sempre più vasta, quasi a ricomprendere chiunque non concordasse con lui - poteva sentirsi intellettualmente protetto. Quel tempo è finito. Leone XIV ha imposto, con il suo stile pacato e fermo, un cambio di tono che ha reso obsoleti i Grillo di ogni ordine e grado. Il Papa parla di «ferita dolorosa», invoca «nuova prospettiva reciproca», chiede «maggiore comprensione delle sensibilità altrui». Grillo invece scrive di «anarchia imposta dall'alto», di «indifferenza rituale», agita Zizola del 2007 come una reliquia polemica, evoca un Ratzinger del 2001 piegato a uso di fazione.
È l'emblema perfetto di un'epoca passata: violento, vendicativo, arrogante. Competenza poca, cattiverie tante. E le cattiverie le digita lì, sul social dei boomers, dove pensa di essere ancora il maestro mentre è semplicemente un signore che non si è accorto che il treno è ripartito senza di lui.
L'ideologia travestita da teologia
Smontiamo nel merito il pezzo. La tesi di Grillo è che Schröder e Kemlin avrebbero «capovolto» il Movimento Liturgico, perché ridurrebbero la liturgia a una dimensione «affettiva» dove «ognuno può coltivare le proprie passioni», salvando l'unità solo con l'etichetta del rispetto. Da qui l'accusa decisiva: la Regula Benedicti non basterebbe come principio di comunione, e fuori dalla clausura tutto questo non funzionerebbe.
È una tesi ideologica, e per più ragioni.
Prima ragione: Grillo finge di non sapere - lui che dovrebbe insegnarlo - che la convivenza di forme rituali diverse è la normalità storica della Chiesa cattolica, non un'eccezione patologica. Riti orientali e rito romano, ambrosiano e mozarabico, domenicano e certosino: la Chiesa ha sempre vissuto della pluralità dei suoi riti senza che la comunione ne venisse minata. Se davvero la diversità rituale producesse «anarchia» e impedisse «azione comune», bisognerebbe concludere che la Chiesa cattolica non è mai stata in comunione con se stessa. È un'assurdità che si commenta da sola.
Seconda ragione: Grillo confonde scientemente l'unità con l'uniformità. È un errore teologico grossolano. La Chiesa è una nella fede, nei sacramenti e nella comunione gerarchica, non nell'identità rigida di ogni singola rubrica. Schröder dice una cosa elementare e profondamente cattolica: che il rispetto reciproco fra chi celebra con messali diversi non è una rinuncia alla comunione, ma una sua forma matura. Grillo trasforma questa evidenza in tradimento del Vaticano II. È disonestà intellettuale, o miopia ideologica, scegliete voi.
Terza ragione, la più seria: Grillo cita Guéranger, Beauduin, Casel come se fossero suoi alleati, quando l'intero Movimento Liturgico nasce proprio dall'esperienza monastica della liturgia come lex orandi vissuta nella concretezza delle comunità. Esattamente quello che Schröder e Kemlin difendono. L'idea che i monaci debbano ricevere lezioni di Movimento Liturgico da un docente laico dell’ateneo Sant'Anselmo che attacca l'Abate primate di Sant'Anselmo è un cortocircuito che basterebbe da solo a chiudere la questione.
Quarta ragione: la mossa retorica di Grillo è classica e disonesta. Prende un ragionamento monastico e lo accusa di non valere fuori dalla clausura. Ma Schröder non ha mai detto che la sua esperienza sia il modello canonico per la Chiesa universale: ha detto che è un modello, che funziona, che mostra che la convivenza è possibile. È stato il giornalista a chiedergli se i benedettini possano essere un modello, e lui ha risposto con la prudenza di chi conosce il proprio carisma: «in un certo senso, sì». Grillo finge che Schröder abbia preteso ciò che Schröder non ha preteso, e poi lo bastona per la pretesa che gli ha attribuito. È il manuale del polemista da tastiera.
Quinta ragione: il Papa ha già parlato. Leone XIV ha chiesto «generosa inclusione». Grillo risponde con esclusione generosa. Il Papa parla di «sanare una ferita»; Grillo riapre la ferita con il bisturi della polemica. Il Papa invoca lo Spirito Santo per «soluzioni concrete»; Grillo offre soluzioni astratte, fondate su un principio teorico - l'unicità rituale come condizione della comunione - che la storia della Chiesa smentisce e che il magistero attuale non condivide.
Lo scandalo del Sant'Anselmo
E qui veniamo al punto più imbarazzante di tutta questa vicenda, quello che andrebbe affrontato con la serietà che merita. Andrea Grillo insegna al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo e riceve uno stipendio di cui Silere non possum ha rivelato gli imbarazzanti numeri. Il Gran Cancelliere del Sant'Anselmo è dom Jeremias Schröder, l'Abate primate. Cioè la persona che Grillo, nelle scorse ore, ha attaccato pubblicamente accusandolo, in sostanza, di aver tradito il Movimento Liturgico, di amministrare la convivenza con un principio teologicamente insostenibile, di essersi reso complice di una posizione contraddittoria con Guéranger e con la Riforma Liturgica.
Si rifletta un momento sull'enormità della cosa. Un docente di un ateneo pontificio attacca pubblicamente, sui social, il proprio Gran Cancelliere su una questione che è esattamente il cuore del suo insegnamento. Lo fa con tono sprezzante, con la consueta pretesa di essere l'unico depositario della vera dottrina liturgica, con la consueta riduzione a oggetto polemico di chi non concorda. E lo fa nel momento in cui il Papa stesso ha indicato una direzione di marcia opposta.
Che un personaggio così possa continuare a insegnare in quella sede, in cui il superiore ultimo è proprio l'Abate primate dei benedettini, dice qualcosa di non secondario sullo stato di certi ambienti accademici ecclesiastici. Non si tratta di chiedere censure: si tratta di chiedere coerenza. O si insegna con la fedeltà istituzionale che un ateneo pontificio richiede, o si fa il polemista da Facebook a tempo pieno. Con i propri soldi, però, non con quelli delle istituzioni cattoliche. Le due cose non possono convivere senza che ne soffra la credibilità dell'istituzione.
Leone XIV ha emarginato, semplicemente con il suo stile, tutta una stagione di violenza verbale travestita da riforma liturgica e teologica. Grillo non se n'è ancora accorto. Continua a battere i tasti convinto di essere il guardiano della liturgia, mentre la liturgia, quella vera, si celebra ogni giorno nei monasteri benedettini che lui pretende di correggere - con la pazienza, il rispetto e la comunione che Schröder ha descritto e che il Papa ha chiesto.
Il treno è partito. Sul predellino, qualcuno digita ancora.
p.L.C.
Silere non possum