Roma - Nelle scorse ore Enzo Bianchi è tornato, sulle pagine di “Vita Pastorale”, sul tema della pace liturgica nella Chiesa. Non è la prima volta: è una preoccupazione che il fondatore di Bose esprime da anni. Lo aveva già fatto durante il pontificato di Papa Francesco, anche sulle pagine di Repubblica, e oggi la ribadisce con pacatezza. Bianchi non è in alcun modo espressione del tradizionalismo, e negli anni del pontificato di Benedetto XVI lo ha anzi ingiustamente attaccato più di una volta - un atteggiamento di cui, ne sono convinto, oggi si è pentito. Sono parole che non vengono da un nostalgico del Vetus Ordo ed è per questo che pesano.
Le sue considerazioni sono tutte orientate all'unità: un'unità che Bianchi ha sempre cercato in forme e modi che si possono anche non condividere, ma che restano nobili nell'intento. Né va dimenticato che, prima del vergognoso impianto diffamatorio costruito ai suoi danni dalla sua stessa comunità - e smontato documenti alla mano da Silere non possum -, Enzo Bianchi è stato il volto dell'ecumenismo della Chiesa di Roma. E sul terreno liturgico ha lasciato un segno concreto, con schemi che ancora oggi vengono adoperati nei seminari e nelle comunità. Li si può non apprezzare, si può legittimamente preferire altro: ma non si può sostenere che non siano stati un tentativo serio e importante che ha aiutato e aiuta la preghiera di molti. E, non dimentichiamolo, ciò che Bianchi sta dicendo non è altro che quanto Papa Leone XIV ha già detto in diverse occasioni.
Cosa dice Enzo Bianchi
Il suo testo è un appello alla “pax eucharistica”: nessuna resa, nessun cedimento dottrinale, ma la richiesta di un clima di accoglienza reciproca tra chi celebra secondo il rito riformato dal Concilio e chi resta legato al Vetus Ordo, a condizioni esplicite e tutt’altro che indulgenti. Come quasi sempre accade, è puntualmente arrivata la stoccata di Andrea Grillo - l'autoproclamatosi liturgista e tuttologo – che con il suo consueto registro insulta, attacca e deride chiunque non la pensi come lui.
Nella Chiesa di oggi, insomma, non è più possibile dire nulla: né sulle donne, né sul sacerdozio, e tantomeno sulla liturgia - perché puntuale arriva il boomer di Savona ad attaccarti dall'alto della sua illustre paginetta Facebook, o da certi siti tenuti da certi preti che hanno mandato in fallimento non solo le edizioni che curavano, ma il loro intero ordine. Ecco, ricorda vagamente l'atteggiamento di certi repressi che coltivano un vero e proprio feticcio per tutto ciò che pubblicano alcuni giornali diventati la loro ossessione: e ne sono ossessionati proprio perché sanno bene di non poter avere ciò che vorrebbero.
Vale la pena dirlo apertamente, perché è parte del problema: Grillo è noto per un modo di argomentare che scivola con facilità dall’obiezione di merito all’attacco alla persona. Lo si vede già nel titolo - “Enzo Bianchi apologeta del vecchio rito” - e ancor più nel corpo del testo, dove la posizione dell’interlocutore viene squalificata prima ancora di essere discussa: troppo “monastica”, troppo “limitata”, troppo “selettiva”. E lo si vede, soprattutto, nei commenti al suo stesso articolo, dove a chi gli muove obiezioni documentate Grillo risponde con accuse di mentire. Chiamare “menzogna” la tesi altrui non è un argomento ma è noto: Grillo non è capace e non ha gli strumenti per argomentare. Sgombrato il campo dal metodo, veniamo alla sostanza. Perché è nella sostanza che la posizione di Grillo mostra la sua crepa più grave.

L’argomento ad personam: “è solo una visuale monastica”
Il primo movimento di Grillo è ridurre la riflessione di Bianchi a un punto di vista di parte: chiederebbero “la pace” solo i tradizionalisti e i monaci, mentre per tutti gli altri il problema sarebbe opposto: una liturgia troppo spenta, troppo irrilevante. È un’osservazione abile, ma logicamente è una fallacia: invece di confutare la tesi (è desiderabile la pace liturgica? a quali condizioni?) ne squalifica l’origine (chi la chiede, e da quale prospettiva). Che un argomento provenga da un monaco non lo rende né vero né falso: lo si valuta per ciò che afferma, non per il luogo da cui viene scritto. Lo ha fatto anche quando ha attaccato l’Abate di Fontgombault. Nell’intervista rilasciata a Silere non possum, Grillo ha pensato bene di prendersela sia con l’abate sia con il direttore. Perfetti, che Grillo odia peggio del demonio perchè che ha reso pubblici i bilanci attraverso i quali il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo gli paga lo stipendio. Anche questo, come al solito, dovrebbe offrirvi un metro di giudizio. Qui non stiamo parlando di persone serie, ma di personaggi problematici che, guarda caso, trovano spazio proprio dove? Nella Chiesa cattolica. Che novità.
Ma c’è di più. La preoccupazione di Bianchi, non diversa da quella dell’abate Pateau nella sostanza, non è affatto un’ossessione claustrale: è la linea stessa di Papa Leone XIV oggi. La lettera che il cardinale Parolin ha indirizzato, a nome di Leone XIV, ai vescovi francesi riuniti a Lourdes (18 marzo 2026) chiede esattamente “uno sguardo che possa permettere di includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo”. Bianchi non sta esprimendo un capriccio monastico: sta dicendo, con parole sue, ciò che la Segreteria di Stato scrive a nome del Papa. Grillo lo sa, e se ne libera con una battuta: per un diplomatico è possibile dire “una cosa insieme al suo contrario”. È un modo elegante per non rispondere a un documento ufficiale: si insinua che l’autore non pensi ciò che firma, anziché misurarsi con ciò che ha scritto. E poi, francamente, poco importa se Parolin sia personalmente d'accordo con ciò che scrive: l'unica cosa certa è che quella è la volontà del Papa.
L’aut-aut che Bianchi non ha mai posto
Qui sta il cuore del problema, ed è una questione di mentalità prima che di liturgia. Bianchi propone un'interpretazione genuinamente cattolica nel senso etimologico del termine: καθολικός, secondo il tutto, volta a includere, a tenere dentro, a non lasciare nessuno fuori. Grillo, di fronte alla stessa questione, vede soltanto un aut-aut: «se si vuole ammettere in linea generale il rito vecchio, si deve mettere in soffitta il Concilio Vaticano II»; e all'inverso, «se si vuole camminare sulla via del Vaticano II, non si può ammettere l'uso del rito vecchio». O di qua, o di là. «Dire sì e dire no si equivalgono?», incalza, come se ogni mediazione fosse per definizione una contraddizione logica. Ma l'aut-aut è una categoria che la Chiesa, per sua natura, non sposa quasi mai. La sua intera storia dogmatica è fatta di et-et: vero Dio e vero uomo, grazia e libertà, Scrittura e Tradizione, unità e diversità. La pretesa di ridurre una questione pastorale a un bivio senza terze vie è precisamente ciò che il magistero, da sempre, si rifiuta di fare. E c'è qui una contraddizione che riguarda Grillo da vicino. Perché su quasi ogni altro fronte è lui il primo a invocare l'apertura, l'accoglienza, il superamento delle rigidità: il diaconato e il sacerdozio alle donne, il rapporto con i non cattolici, l'inclusione di chi sta ai margini - sempre, su tutto, il registro è quello dell'anche, dell'allargare, del non escludere. Poi però, quando si arriva al Vetus Ordo, l'apertura evapora di colpo e resta solo la logica binaria, la porta chiusa, l'aut-aut. La domanda è inevitabile: perché l'inclusione vale per tutti tranne che per i fedeli legati al rito antico? Perché lì, e solo lì, la categoria diventa improvvisamente l'esclusione? Cosa gli hanno fatto queste persone al noto “urlatore di Camaldoli”?
Bianchi chiede ai praticanti del Vetus Ordo, contemporaneamente: di riconoscere la validità delle quattro Preghiere eucaristiche e dell'Ordo di Paolo VI; di concelebrare alla Messa crismale col vescovo; di non disprezzare le liturgie riformate; e di accettare le costituzioni dogmatiche del Concilio, Sacrosanctum Concilium inclusa. Non c'è nessuna "messa in soffitta" del Concilio: c'è una richiesta di reciprocità in cui il riconoscimento del Vaticano II è condizione esplicita e non negoziabile. Si può discutere se quella reciprocità sia in concreto praticabile; non si può onestamente dire che sia autocontraddittoria, perché Bianchi il Concilio non lo nega affatto - lo pone anzi come prezzo d'ingresso.
Che è esattamente ciò che fa il cardinale Fernández. E qui consentitemi una chiosa. L'ala tradizionalista continua ad attaccarlo sostenendo che non sarebbe la persona adatta a condurre queste valutazioni con la Fraternità. Lo addita con nomignoli e battutine sempre a sfondo sessuale (una fissa di chi non ha una vita risolta, è evidente). Ma è proprio questo a rivelare quanto quell'ala sia più impegnata a trattare in chiave politica un tema come l'omosessualità che non le verità di fede e quelle liturgiche. Del resto, voler inserire la questione dell'omosessualità dentro una professione di fede fa onestamente domandare dove abbiano studiato certi personaggi. E non dimentichiamo che parliamo di ambienti in cui l'omosessualità è tutt'altro che assente: basterebbe, molto semplicemente, prenderne atto.
Sono gli stessi tradizionalisti che strumentalizzano Joseph Ratzinger, il quale - fosse oggi a capo del Dicastero per la Dottrina della Fede - non solo avrebbe fatto altrettanto, ma sarebbe stato anche più severo nei loro confronti.

Il fatto di Solesmes che Grillo non confuta
Bianchi non si limita a sostenere una tesi: porta un fatto concreto. E davanti al fatto Grillo sorvola con sorprendente disinvoltura. Il fondatore di Bose porta l’esempio della Congregazione di Solesmes, dove convivono monasteri che celebrano il rito riformato e comunità che celebrano il Vetus Ordo, e dove gli abati delle une concelebrano nel rito di Paolo VI con gli altri, e viceversa. “E nell’Ordine c’è pace, non c’è tensione”. Non è un auspicio: è un fatto, già in atto, e per giunta in piena accettazione e attuazione del Concilio.
Che cosa risponde Grillo? Che i monaci possiedono la "regola", la quale offrirebbe loro un'unità superiore alla liturgia stessa, tale da render loro sopportabili persino riti diversi; le parrocchie e le diocesi, prive di quella regola, non potrebbero permetterselo. Ma questa è un'osservazione, non una confutazione. La domanda di Bianchi non era "perché i monaci ci riescono?", bensì "che cosa dimostra il fatto che ci riescano?". E ciò che dimostra è semplice: che la coesistenza rituale, in piena adesione al Vaticano II, non è una contraddizione logica - perché esiste già, in atto, sotto gli occhi di tutti. Davanti a un fatto, Grillo non oppone un altro fatto: oppone una distinzione astratta. È il modo più elegante per non rispondere. C'è di più, ed è ciò che tradisce la vera natura dell'obiezione. Non è affatto vero che la regola, di per sé, unifichi su un terreno come la liturgia: e proprio questo rivela quanto Grillo parli di realtà - quella monastica e quella parrocchiale - di cui non ha esperienza diretta. La storia degli ordini e delle congregazioni è semmai costellata di esempi che provano l'esatto contrario: è proprio su questi temi che lo scontro si annida, dentro le comunità, talvolta più aspro che altrove. La "regola" non è un sedativo che spegne le divisioni; non lo è mai stata.
Il cuore della questione: che cosa ha davvero scritto Benedetto XVI
Veniamo al punto in cui Grillo rovescia la verità storica. Nel suo articolo, e ancor più nei commenti, sostiene che esista una linea unica e continua - Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Francesco - secondo cui una forma del rito romano “sostituisce” la precedente, e che lui non farebbe che ripetere ciò che tutti questi pontefici hanno “detto esattamente”. A chi gli ricorda Benedetto XVI, liquida la cosa come “un sofisma ratzingeriano”.
Qui occorre prendere in mano i testi. Nella Lettera ai vescovi che accompagna il motu proprio Summorum Pontificum, del 7 luglio 2007, Benedetto XVI scrive - da Papa, in un atto magisteriale - che il Messale del 1962 “non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso”, e che non è appropriato parlare dei due messali “come se fossero due Riti”, trattandosi piuttosto di “un uso duplice dell’unico e medesimo Rito”. Non è l’opinione di un boomer che si auto definisce liturgista, né un “sofisma”: è la parola di un Pontefice regnante in un documento ufficiale. Chi glielo ricorda non scrive alcuna “menzogna”: cita Benedetto XVI alla lettera. Definire “sofisma” la citazione esatta di un Papa, per salvare la propria tesi, è precisamente quel vizio di metodo che rende sterile il dibattito. Ed è ciò che rende inconsistente tutto ciò che dice Grillo da sempre. Ma il vero errore di Grillo non è sbagliare su Ratzinger. È fingere una concordia tra pontefici che la storia recente smentisce. La continuità lineare che Grillo dipinge semplicemente non esiste, e a smentirla non è un tradizionalista: è il magistero stesso. Summorum Pontificum (2007) afferma che esistono contemporaneamente due espressioni della lex orandi del rito romano, l’ordinaria e la straordinaria. Traditionis Custodes (2021) dichiara l’esatto contrario: che i libri di Paolo VI e Giovanni Paolo II sono “l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano”, e abroga le concessioni precedenti. Sono due Papi e dicono cose opposte sullo stesso punto.
E Francesco non lo fa argomentando perché ciò che lo precedeva non funzionasse. Non stiamo dicendo che non potesse farlo: poteva, ed era nei suoi poteri. Diciamo un'altra cosa, e più seria: quando si interviene per affermare l'opposto di ciò che ha stabilito il proprio predecessore, si deve spiegare perché si cambia e come. È un'esigenza di ragione prima ancora che di governo. Ed è un modo di procedere che si è già visto altrove sotto il pontificato autoritario di Bergoglio: in Praedicate Evangelium la questione della potestà dei laici viene introdotta senza chiarire perché il Codice disponga diversamente, né come la questione possa ora mutare. Il problema, si badi, non è la direzione del cambiamento: è il cambiamento affermato e non motivato. Sia chiaro, però, una cosa sopra tutte: la liturgia non dipende dalle simpatie o dalle preferenze dei pontefici. È realtà di gran lunga superiore a loro - e proprio per questo merita di essere toccata solo con ragioni esplicite, mai per sola autorità. È lecito ritenere - come Grillo - che la posizione oggi vincolante sia quella di Francesco: è l’ultimo atto legislativo, ed è in vigore. Ma allora lo si dica così: “oggi vige la disciplina di Traditionis Custodes”. Ciò che non è onesto è sostenere che tutti i Papi, da Giovanni XXIII a oggi, abbiano “detto esattamente la stessa cosa”, e che chi cita Benedetto XVI menta o sofistichi. È falso, e lo è in modo documentabile: tra il 2007 e il 2021 il magistero pontificio ha detto, sullo stesso identico punto, prima una cosa e poi il suo contrario. Negare questa discontinuità per accusare l’avversario di “intransigenza” al contrario - cioè di lassismo - è la vera scorrettezza intellettuale di questo scambio.

Bianchi non parla da canonista, ma da credente
È vero: quando Bianchi scrive che la lex orandi che vive oggi è "la stessa" che ha praticato dal 1949 al 1971, Grillo replica che no, è la medesima Messa ma con due leges orandi diverse, e che usare oggi quel rito non equivale a usarlo lecitamente allora. Sul piano del diritto canonico vigente, va riconosciuto, una differenza tra l'uso lecito di ieri e la disciplina di oggi effettivamente esiste. Ma anche qui Grillo confonde i piani. Bianchi non sta avanzando un'affermazione giuridica - "il rito è oggi permesso come allora" -: ne sta facendo una spirituale e teologica, e cioè che la fede vissuta in quella liturgia è la medesima fede che vive ora. Ed è esattamente ciò che Grillo “concede” con una mano ("nessuno dubita che tu abbia vissuto nella fede cattolica") salvo poi toglierlo con l'altra, bollando come "chiara distorsione" ciò che è invece una distinzione del tutto legittima tra il piano della disciplina e quello della fede. Che la lex credendi non si identifichi puramente e semplicemente con un rito non è un'eresia: è un principio che la Chiesa stessa applica ogni volta che riconosce, in riti diversi, la medesima fede.
Quando mancano gli argomenti
Si può dissentire da Enzo Bianchi. Si può ribadire che la disciplina di Traditionis Custodes sia oggi quella in vigore, seppur bisogna aver chiaro che non avrà vita lunga considerato che Leone XIV vuole mettere mano a questa questione e favorire una pace liturgica. Sono tutte posizioni rispettabili e chi le sostiene non ha bisogno di alzare la voce per farlo. Ciò che non regge è il metodo: definire un giornalista «ignorante», «nostalgico», uno che farebbe «panegirici»; liquidare un monaco parlando di «tentativi maldestri di capovolgere le cose». Sono giudizi che, peraltro, cadono ben lontano dalla verità, considerato che il direttore di Silere non possum è tutt’altro che «nostalgico» o «tradizionalista». Ma tant’è: prova tu a metterti a discutere seriamente con certi psichiatrici. Oggi sei tradizionalista, domani sei modernista. A seconda di come si svegliano. Il problema, alla fine, è sempre lo stesso: quando mancano gli argomenti, si passa all’etichetta, alla caricatura, all’insulto. E così si pensa di aver chiuso la questione. Non è ammissibile squalificare l’interlocutore prima di discuterlo, aggirare i suoi fatti con distinzioni astratte e, soprattutto, riscrivere la storia del magistero recente come una linea retta quando è stata, sullo stesso punto, una linea spezzata. Bianchi chiude il suo testo da uomo anziano che vede chiudere i monasteri e svuotarsi le chiese, e che chiede di non dividersi più “non per essere più forti ma per essere più fedeli al Vangelo”. Si può rispondergli con un argomento. Lo si merita. Quello che non si merita - lui, e prima ancora la verità dei fatti - è di vedersi opporre, al posto di un argomento, un’etichetta. Da chi, poi? Da un povero personaggio deluso dalla vita che insulta tutti su Facebook? Anche no, grazie.
Figuriamoci, poi, se si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione per attaccare chi non lo ha mai invitato a Bose a parlare di liturgia, preferendo persone ben più preparate, serie ed equilibrate di lui. La domanda che il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e il Dicastero per la Cultura continuano a eludere è semplice: com’è possibile che un soggetto del genere insegni ancora in una università pontificia? I “divisivi”, a quanto pare, sono sempre gli altri. Mai chi insulta chiunque non si adegui al suo non meglio precisato “modernismo”.
d.M.G.
Silere non possum