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MANTOVA - Era il 19 maggio 2021 quando il vescovo di Mantova, Monsignor Marco Busca, accettava le dimissioni della dottoressa Silvia Canuti dall’incarico di direttore dell’Ufficio pastorale della Caritas diocesana. Lo fece con un provvedimento di poche righe, protocollo n. 841/21: «Con gratitudine per il servizio prestato, accetto le dimissioni presentate dalla dott. Silvia Canuti, dall’incarico di Direttore dell’Ufficio Pastorale della “Caritas Diocesana”, con decorrenza da oggi». In calce, la firma del vescovo, con tanto di timbro, e quella del cancelliere vescovile, mons. Claudio Giacobbi.

Un atto essenziale, quasi burocratico, che chiudeva una stagione iniziata tre anni prima con toni molto diversi. Correva l’anno 2018 quando, nel mese di giugno, veniva annunciato il cambio al vertice della Caritas di Mantova. Giordano Cavallari terminava il proprio incarico e dal 1º luglio Silvia Canuti prendeva il suo posto.

La nomina era stata presentata come un passaggio significativo per la diocesi. Marco Busca, giunto a Mantova da Brescia nel 2016 dopo la nomina disposta da Papa Francesco, sceglieva infatti di affidare per la prima volta a una donna la direzione della Caritas diocesana. La comunicazione pubblica insistette molto su questo elemento: la novità, il segnale di apertura, la presenza femminile in un incarico considerato delicato. Come spesso accade, però, il racconto ufficiale rischiava di funzionare da copertura narrativa. L’attenzione veniva concentrata sulla “prima donna” alla guida della Caritas, mentre restavano fuori campo dinamiche interne, rapporti di potere e scelte gestionali che negli anni successivi avrebbero mostrato tutta la loro fragilità.

Dietro quelle dimissioni, infatti, c’era ben altro.

Silere non possum è venuto in possesso della documentazione relativa a quelle dimissioni e ha contattato direttamente Silvia Canuti. La ricostruzione fornita dall’ex direttrice della Caritas diocesana e dell’Associazione Abramo apre uno squarcio sulla gestione interna della carità mantovana durante i primi anni dell’episcopato di Marco Busca.

Un rapporto di strettissima fiducia

Canuti racconta che, all’inizio del suo incarico, le venne consegnata «una cartellina segreta» contenente appunti e lettere raccolte dal vescovo appena arrivato in diocesi, durante la sua visita pastorale alla Caritas. Da quella documentazione, secondo la sua ricostruzione, emergevano «problemi, molti problemi da affrontare e risolvere». Il mandato, tuttavia, sarebbe stato accompagnato da una condizione implicita: intervenire senza mai dire apertamente «il vescovo ha detto». La dirigente iniziò così il proprio lavoro dopo essere stata presentata alla Curia e alla diocesi come la prima donna chiamata a ricoprire quel ruolo. La narrazione pubblica, ricorda Canuti, insisteva sulla Chiesa come «madre», come «grembo», sulla necessità di apprendere «le modalità della donna, la gentilezza, l’ascolto».

Dietro quella rappresentazione, però, l’ex direttrice descrive una realtà ben diversa: tre anni di lavoro «fino allo sfinimento», giornate di dodici ore, situazioni amministrative confuse, rapporti opachi, incarichi privi di adeguata formalizzazione e una gestione che lei definisce «prossimale e approssimativa», in alcuni casi «completamente scorretta».

Il fronte più delicato, secondo Canuti, era l’Associazione Abramo, ente della diocesi impegnato nei servizi di accoglienza di persone e famiglie in stato di fragilità. La professionista racconta di essere diventata direttrice anche di questa realtà, che contava una quindicina di operatori, e di aver avviato una riorganizzazione profonda: formazione permanente degli operatori, partecipazione alle riunioni di équipe, impostazione dei progetti educativi individualizzati, apertura di una comunità per minori. Una comunità che, a suo dire, sarebbe stata realizzata «praticamente da sola», senza un sostegno effettivo da parte del vescovo e dei suoi collaboratori.

L’associazione Abramo a Mantova

Proprio su Abramo, l’ex dirigente solleva una delle questioni più pesanti. Secondo la sua ricostruzione, l’ente si sarebbe fatto carico delle spese di ristrutturazione di un immobile della diocesi: una cascina in aperta campagna, chiusa da anni, già utilizzata in passato come sede di una comunità terapeutica per tossicodipendenti. Canuti sostiene che quelle spese sarebbero ricadute su Abramo, realtà che vive anche grazie ai fondi dell’otto per mille. Una dinamica che lei definisce un «perverso sistema» di gestione delle risorse da parte della Curia e sulla quale, afferma, il vescovo non l’avrebbe ascoltata.

Nella sua ricostruzione, Canuti descrive anche una Caritas diocesana frammentata, incapace di esercitare una vera regia sulle realtà operative sorte attorno ad essa. Parla di quattro grandi associazioni, ciascuna con statuto, presidente, direttore, personale assunto e una propria autonomia gestionale. Realtà che, secondo lei, ruotavano attorno alla Caritas soprattutto per accedere ai fondi dell’otto per mille, senza però essere realmente coordinate dalla Caritas diocesana. Si tratta di Agape, Marta Tana, San Lorenzo e San Benedetto, tutte costituite come enti del terzo settore.

L’incarico di Canuti

Il progetto iniziale, sostiene Canuti, sarebbe stato quello di superare questa struttura dispersiva e ricondurre le attività dentro un sistema unitario di Centri di ascolto, eventualmente collegati agli Empori, sotto una gestione più diretta della Caritas diocesana. Ma, quando sarebbero emerse le prime resistenze, il vescovo avrebbe fatto un passo indietro. «Lui non voleva rivoluzionare nulla», racconta Canuti, perché molti sarebbero rimasti scontenti.

Il rapporto con Busca, almeno nella prima fase, viene descritto dall’ex direttrice come molto stretto. Canuti racconta di averlo incontrato ogni settimana, di essersi confrontata con lui, di aver ricevuto da lui richieste di consigli e persino di testi da preparare per incontri pastorali o riunioni. Il vescovo, spiega, le chiedeva addirittura impressioni sui sacerdoti, la inserì nel gruppo direttivo della pastorale diocesana e la coinvolse in modo crescente nella vita della Curia.

Il sistema Busca

La ricostruzione di Silvia Canuti assume un rilievo particolare perché si inserisce nel quadro che Silere non possum ha documentato negli ultimi mesi sulla gestione della diocesi di Mantova da parte di Marco Busca. Non si tratta soltanto di una vicenda personale o di un conflitto interno alla Caritas. Il racconto dell’ex direttrice sembra descrivere un metodo di governo fondato su rapporti di prossimità, fedeltà personale e progressiva marginalizzazione di chi manifesta dissenso. Secondo diverse testimonianze raccolte da questo giornale, il vescovo Busca avrebbe instaurato nella diocesi un sistema relazionale rigidamente verticale, nel quale sacerdoti, collaboratori e laici impegnati negli organismi pastorali vengono valutati sulla base della loro vicinanza personale al vescovo. Chi viene percepito come allineato entra nel cerchio dei “prediletti”; chi solleva obiezioni, chiede chiarimenti o manifesta autonomia di giudizio viene progressivamente isolato.

È in questo contesto che il racconto di Canuti diventa significativo. L’ex direttrice descrive una prima fase di fiducia, ascolto, coinvolgimento e valorizzazione personale, seguita poi da un lento processo di ridimensionamento quando iniziano le divergenze sulle scelte gestionali e pastorali. Uno schema che, secondo quanto riferito da diversi sacerdoti mantovani, non è confinato nella Caritas, ma riguarda anche il clero e altri uffici della Curia.

Le testimonianze parlano di un clima segnato da battute svilenti, provvedimenti percepiti come punitivi, spostamenti, esclusioni e forme di pressione psicologica capaci di logorare chi finisce nel mirino. Alcuni presbiteri, riferiscono fonti interne alla curia, vivrebbero oggi una condizione di forte disagio e paura. Un dipendente afferma: “C’è chi è arrivato ad avere paura a mettere piede fuori casa a causa di questo modo di governare”. Il sistema, secondo queste ricostruzioni, non nascerebbe a Mantova. Alcuni sacerdoti indicano modalità analoghe già nel periodo bresciano di Busca: un governo pastorale fondato sulla distinzione tra vicini e lontani, fedeli e problematici, persone da promuovere e persone da neutralizzare. Il criterio non sarebbe la competenza, né la qualità del servizio ecclesiale, ma la disponibilità a entrare in un rapporto di dipendenza psicologica e obbedienza personale.

E in effetti Silere non possum è in grado di confermare che Marco Busca continua, a Brescia, ad incontrare e indirizzare diversi dei suoi "prediletti" spesso intromettendosi anche in questioni che riguardano la diocesi. 

Quando una persona viene inserita tra i “prediletti”, raccontano i preti, viene valorizzata, consultata, fatta sentire necessaria. Si crea così un rapporto di riconoscimento e gratificazione che può trasformarsi in dipendenza. Quando quella stessa persona comincia a manifestare autonomia, il rapporto cambia: l’ascolto si riduce, la fiducia si incrina, arrivano controlli, affiancamenti, deleghe sottratte, isolamento. È un meccanismo che richiama da vicino le dinamiche di fascinazione, dipendenza e controllo insegnate nel Centro Aletti da Marko Rupnik, di cui Busca è un grande promotore. “Fino allo scandalo portato alla luce da Silere non possum in diocesi giravano immagini, cartoline, biglietti augurali, ecc..Tutto a tema Rupnik. Oltre alla croce pettorale del vescovo, ovviamente….”, spiega un prete.

Si tratta di una modalità relazionale preoccupante: la costruzione di cerchie ristrette, la centralità del “maestro”, l’esaltazione del rapporto personale, la richiesta implicita di fedeltà e la difficoltà ad accettare un dissenso adulto. In questo quadro, la vicenda Canuti non appare come un episodio isolato. Diventa una lente attraverso cui leggere il funzionamento della stessa diocesi: prima la valorizzazione pubblica della “prima donna” alla guida della Caritas, poi il progressivo svuotamento del suo ruolo, infine l’uscita di scena. Una parabola che interroga direttamente il vescovo Busca e il modo in cui, negli anni, ha esercitato il proprio potere nella Chiesa mantovana. (e non solo). 

È la stessa Canuti a indicare il momento in cui il rapporto con il vescovo ha iniziato a incrinarsi. La fase discendente, secondo la sua ricostruzione, cominciò quando l’ex direttrice iniziò a manifestare dissenso rispetto ad alcune scelte pastorali e gestionali. Racconta di aver inviato a Busca alcune mail molto chiare, nelle quali esprimeva la propria contrarietà verso un sistema che, a suo giudizio, riduceva gli organismi di partecipazione a strutture puramente formali. Il Consiglio pastorale diocesano, afferma Canuti, era «alquanto inutile», perché «decide tutto il vescovo».

La nomina del vicedirettore

È in questo contesto che, secondo Canuti, sarebbe arrivata la decisione di affiancarle un vice-direttore. Una scelta che lei legge come il primo passo di un ridimensionamento. Poco dopo, racconta, venne allontanata dai palazzi curiali e destinata in modo prevalente all’Associazione Abramo, dove il lavoro era già consistente. Qui sarebbero emerse anche situazioni gravi riguardanti alcuni operatori storici, nei confronti dei quali Canuti afferma di aver proceduto, con mandato del Consiglio, a lettere di richiamo disciplinare. Nel suo racconto i due casi riguardavano la responsabile di un servizio - segnalata da circa dieci donne per comportamenti ritenuti inappropriati verso le ospiti - e un secondo responsabile accusato di trattare male i propri collaboratori. Il vice-direttore che le venne affiancato, aggiunge, proveniva da una delle associazioni satellite e divenne presto, nella sua lettura, l’uomo di fiducia del vescovo, al quale riferiva su di lei, sui suoi incontri e sui suoi spostamenti: alla scadenza del mandato triennale di Canuti ne avrebbe poi preso il posto alla guida della Caritas.

La vicenda, secondo il suo racconto, assunse poi un rilievo più ampio. Gli operatori contestarono i provvedimenti e si profilò una causa. Canuti sostiene di aver ritenuto necessario rivolgersi a un legale e andare avanti in sede giudiziaria. A quel punto, però, il vescovo avrebbe incontrato singolarmente i due dipendenti e avrebbe imposto una soluzione diversa: evitare il tribunale e arrivare a un accordo con una buonuscita a titolo di risarcimento. Una decisione che, secondo Canuti, sarebbe stata assunta dal vescovo e non dal Consiglio di amministrazione dell’ente. La trattativa, riferisce, fu breve: gli importi vennero proposti dai legali dei due dipendenti e liquidati con fondi dell’Associazione Abramo provenienti dall’otto per mille, per un totale di 50 mila e 30 mila euro.

Da qui la rottura. Canuti afferma di aver contestato quella linea, senza ottenere un cambio di posizione. Racconta poi che, alla scadenza del Consiglio di amministrazione di Abramo, il nuovo assetto sarebbe stato costruito direttamente dal vescovo, scegliendo persone a lui vicine e pronte, secondo la sua lettura, a controllarla e a ridurre i suoi poteri di dirigente. Il nuovo Consiglio, spiega Canuti, non avrebbe mostrato interesse per i servizi, i progetti in corso, le difficoltà e i problemi dell’ente, ma avrebbe introdotto un sistema di deleghe tale da impedirle di agire senza il previo confronto con i singoli consiglieri incaricati.

Canuti sottolinea anche che quella nomina non sarebbe rientrata nei poteri del vescovo
: nel frattempo aveva lavorato a un nuovo statuto che faceva di Abramo un ente della diocesi, in base al quale il Consiglio andava designato dai legali rappresentanti degli enti diocesani - Ente Diocesi di Mantova, Fondazione Ferrini, Fondazione Sant’Anselmo e Seminario vescovile - e solo in seguito avrebbe eletto il presidente. Come esempio del nuovo corso, racconta di aver firmato un contratto con un professionista della sicurezza per mettere a norma alloggi e comunità e calendarizzare i corsi obbligatori per gli operatori: poco dopo il Consiglio bloccò l’incarico, comunicando al professionista che mancavano i fondi.

La situazione precipitò quando, dopo la presentazione dell’ordine del giorno in una riunione del Consiglio, Canuti venne invitata a uscire perché i consiglieri dovevano parlare di lei. Le sarebbe stato comunicato che sarebbe stata aggiornata due giorni dopo, in Curia, dal cancelliere vescovile. È in quel momento che, secondo la sua ricostruzione, maturò la decisione di dimettersi.

Canuti parla di «impossibilità a continuare» il proprio mandato e richiama, nella sua lettura, profili di svuotamento delle mansioni, dequalificazione professionale, estromissione dalle funzioni e tutela della personalità morale e professionale. La lettera, di cui Silere non possum è venuto a conoscenza, conferma almeno un dato: le dimissioni non furono un passaggio ordinario e pacifico. In una comunicazione indirizzata a Canuti, il Consiglio scrive infatti di aver preso atto «con stupore e rammarico» della sua decisione di recedere dall’incarico professionale di direttore generale dell’Associazione Abramo. Subito dopo, però, respinge «quanto da Lei asserito circa il comportamento assunto dallo stesso nei suoi confronti», precisando che i membri dell’attuale Consiglio avevano assunto l’incarico solo dal maggio 2021.

È una frase che pesa. Significa che Canuti, nella propria comunicazione di recesso, aveva contestato il comportamento del Consiglio nei suoi confronti. Il Consiglio nega, ma allo stesso tempo documenta l’esistenza di una frattura. E chiede alla dirigente di mantenere l’incarico fino al 30 novembre, o comunque per il tempo necessario al passaggio di consegne, invitandola a un incontro con il presidente, il vicepresidente e il direttore della Caritas per concordare modi, tempi e comunicazione dei passaggi successivi «all’interno e all’esterno dell’Associazione».

Canuti sostiene di non essere mai stata cercata per un ringraziamento, né per chiarire le ragioni della sua uscita. La sua conclusione è severa: il vescovo avrebbe manipolato persone e situazioni per preservare la propria immagine e avrebbe progressivamente circondato alcune figure interne di persone incaricate di isolarle, fino a spingerle all’uscita. Tra queste, oltre a sé stessa, Canuti cita anche l’economo della Curia, il responsabile dell’Ufficio tecnico e il cancelliere vescovile. La vicenda, nella ricostruzione dell’ex direttrice, si chiude con un’amarezza personale e istituzionale. Canuti ricorda che era stata presentata come la prima donna alla guida della Caritas, in nome di una Chiesa capace di farsi madre, grembo e ascolto. Alla fine, osserva, venne sostituita da due uomini: uno alla direzione della Caritas e uno alla direzione dell’Associazione Abramo. 

Canuti precisa di parlare da cristiana, cattolica e praticante. Ma anche da persona che, dopo quell’esperienza, dice di aver visto incrinarsi in modo irreparabile la fiducia nella Chiesa come istituzione di uomini.

Marco Felipe Perfetti
Silere non possum

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