Le immagini che ci sono state sbattute addosso nelle scorse ore sono imbarazzanti. Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale di Israele, cammina dentro un hangar del porto di Ashdod. Ai suoi piedi, decine di persone in ginocchio, mani legate, volto a terra, occhi coperti. Sono gli attivisti della Global Sumud Flotilla - fra loro ventinove italiani - fermati in acque internazionali al largo di Cipro mentre tentavano di portare cibo e medicine a Gaza. Il ministro sventola una bandiera, l'inno israeliano viene diffuso a tutto volume dagli altoparlanti, e lui parla alla telecamera: «Benvenuti in Israele, qui i padroni di casa siamo noi». Poi pubblica il video sui suoi profili social, sotto il titolo «Ecco come accogliamo i sostenitori del terrorismo». Non è una fuga di immagini. Non è un abuso ripreso di nascosto da un testimone. È il ministro stesso che filma, monta e diffonde. È l'orgoglio dell'umiliazione esibita come metodo di governo.
Si potrebbe partire dal diritto: persone disarmate, civili, fermate in acque internazionali, trattate come prigionieri di guerra in violazione di ogni convenzione. Si potrebbe partire dalla politica: lo stesso Benjamin Netanyahu - non esattamente un'anima candida - ha dovuto prendere le distanze, mentre Roma, Madrid e Parigi convocavano gli ambasciatori israeliani e addirittura il Presidente italiano Sergio Mattarella parlava di «trattamento incivile». Pedro Sánchez ha chiesto sanzioni europee contro il ministro. Persino Washington ha definito il filmato «inaccettabile».
Ma il punto vero è un altro. È la disinvoltura con cui un ministro di un “Paese democratico” – così si definiscono nonostante stiano portando avanti un genocidio - considera normale, anzi vantaggioso, mostrarsi al mondo mentre deride uomini e donne inginocchiati. È la scoperta che il punto più basso della politica contemporanea non è più la violenza nascosta, è la violenza messa in vetrina. La crudeltà come marketing.
Il 14 maggio scorso, parlando agli studenti della Sapienza, Papa Leone XIV ha denunciato, a proposito di Ucraina, Libano, Gaza e Iran, «la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento». Ha chiesto: «Che mondo stiamo lasciando? Un mondo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra». E ha avvertito di non chiamare difesa ciò che è solo riarmo, di non chiamare sicurezza ciò che è solo vendetta.
«Parole di guerra». È esattamente quello che fa Ben-Gvir quando filma. Le sue non sono azioni, sono dichiarazioni. Non gli interessa neutralizzare gli attivisti - sono già neutralizzati, legati, a terra. Gli interessa pronunciare un discorso con i loro corpi. Trasformarli in lettere di un alfabeto della disumanizzazione. È la stessa logica del video di marzo, quando si filmò davanti al patibolo del museo di Gerusalemme dicendo che «moriva dalla voglia» di firmare condanne a morte. È la stessa di febbraio, quando documentò orgoglioso il pestaggio dei detenuti palestinesi a Ofer. C'è una parola, in tutto questo, che non andrebbe usata a sproposito, ma che qui torna inevitabile: vergogna. Vergogna che un governo alleato delle democrazie occidentali tolleri un ministro così. Vergogna che gli applausi gli arrivino, dentro Israele e fuori, da una parte non piccola dell'opinione pubblica. Vergogna che ci si sia abituati, in tre anni di guerra a Gaza, a vedere precipitare le soglie del dicibile fino a questo punto. Il Papa, in quel discorso alla Sapienza, ha citato come piccola luce «l'apertura del corridoio umanitario universitario dalla Striscia di Gaza». Studenti palestinesi che potranno studiare in Italia. È un gesto minuscolo a confronto con la macchina del male in funzione. Ma è una direzione. Da una parte c'è chi prepara corridoi per far passare la vita, dall'altra chi mette in scena hangar per umiliarla davanti alle telecamere. Il problema non è scegliere uno schieramento. Il problema è ricordarsi che cosa si è.
Perché se siamo arrivati al punto in cui un ministro filma persone bendate e le mostra al mondo su un social network, significa che lo fa consapevolmente, certo che dall'altra parte dello schermo ci sarà chi guarderà e accetterà l'idea che esistono esseri umani di serie B. È un'idea antica, e sappiamo bene dove ha condotto la storia del Novecento. Il dramma, oggi, è che a riproporla con tanta naturalezza sia un ebreo.
L'umanità non si perde tutta in una volta. Si perde un pezzo per volta, un genocidio per volta, un video per volta, un silenzio per volta. Per questo le parole pesano. Per questo le immagini pesano. Per questo non si può scrollare e andare avanti. Per questo non possiamo accontentarci di qualche dichiarazione ogni volta che vengono toccati “i nostri”. A Gaza ci sono migliaia di persone che ogni giorno subiscono questo trattamento ma, purtroppo, gli alleati di Israele sembrano essersi abituati.
d.C.R.
Silere non possum