Londra - Una ex dipendente della Diocesi di Westminster è stata condannata per una serie di sottrazioni di denaro che, secondo quanto ricostruito in tribunale, hanno raggiunto quasi 100.000 sterline in meno di un anno. Il 6 febbraio, al Southwark Crown Court, Francisca Yawson (37 anni) ha ricevuto una pena di due anni di reclusione sospesa, evitando così l’ingresso immediato in carcere, pur a fronte di una condotta definita dal giudice grave e reiterata.

Yawson, madre di quattro figli, lavorava nella divisione di Londra centrale della diocesi come gift aid and operations technician: un ruolo collegato alla gestione operativa e alle pratiche del Gift Aid, il meccanismo fiscale britannico che consente alle organizzazioni benefiche di recuperare imposte sulle donazioni dei contribuenti. È proprio in questo contesto, ha riferito l’accusa, che l’imputata avrebbe aggirato procedure interne e controlli, disponendo nove bonifici a proprio favore. Secondo quanto emerso in aula, i trasferimenti sarebbero avvenuti tra settembre 2018 e agosto 2019, con importi progressivamente crescenti: dalle prime somme - si parla di un pagamento iniziale di 247 sterline - fino ad arrivare a un singolo trasferimento di quasi 20.000 sterline. I pubblici ministeri hanno sostenuto che date e cifre dei movimenti contestati coincidevano con i passaggi di denaro verso i conti personali dell’imputata, delineando un quadro di appropriazione sistematica.
Il passaggio più duro, emerso con chiarezza in aula, riguarda l’uso di quei soldi. Secondo la ricostruzione dell’accusa, si trattava di risorse che avrebbero potuto finanziare interventi a favore dei senza dimora e sostenere le mense solidali; al contrario, sarebbero state dirottate su spese personali dell’imputata, tra cui acquisti in un grande magazzino e bonifici per 8.500 sterline alla nonna in Giamaica. Il giudice Mark Weekes ha descritto quel comportamento come un modo di sostenere un tenore di vita “in modo gravemente scorretto e disonesto”, richiamando l’effetto concreto che la sottrazione di fondi destinati alla carità produce sulle persone più fragili.

La sentenza: pena sospesa, lavori socialmente utili e risarcimento parziale

Yawson ha ammesso la colpa, dichiarandosi colpevole di nove capi d’imputazione per furto. La pena stabilita dal tribunale prevede due anni di carcere sospesi, con l’obbligo di versare 1.000 sterline, completare 150 ore di lavoro non retribuito e seguire 15 ore di un percorso previsto come rehabilitation requirement. In termini pratici, la sospensione della pena implica che l’imputata rischia il carcere in caso di violazioni delle condizioni imposte. Un elemento decisivo, nella valutazione finale, è stato il fattore tempo: il giudice ha definito “shocking” il ritardo con cui il procedimento è arrivato in aula. È stato ricordato che la polizia avrebbe chiuso erroneamente l’indagine tra 2021 e 2025; il fascicolo è stato poi riaperto. Weekes ha affermato che, se la condanna fosse arrivata nel 2019 o 2020, l’esito più probabile sarebbe stato una pena detentiva immediata, aggiungendo che l’imputata è stata “lucky because of the passage of time”. Questa considerazione riapre inevitabilmente il tema dell’efficacia della risposta giudiziaria quando i tempi si dilatano: non si tratta soltanto di una questione procedurale, ma di deterrenza, di fiducia pubblica e di percezione di equità. La difesa ha puntato sulle conseguenze personali già subite dall’imputata: la perdita del lavoro, il ricorso al sussidio pubblico e il peso psicologico di un procedimento trascinatosi per anni, che - secondo l’avvocato - sarebbe stato ulteriormente appesantito dalla presenza di un neonato. È un copione frequente: la dimensione familiare viene esibita per suscitare comprensione, quasi a ridimensionare la portata del fatto e a spostare l’attenzione dalla responsabilità di chi ha tradito un incarico di fiducia. Il tribunale, pur tenendo conto di questi elementi, ha ricondotto la vicenda alla sua sostanza: chi maneggia fondi provenienti da donazioni ha un dovere di correttezza e trasparenza più stringente di altri, perché quelle risorse sono affidate con uno scopo preciso e ricadono su persone in situazione di fragilità. In questo senso, la risposta della giustizia inglese è stata netta: un reato grave, commesso in modo ripetuto e in danno di una comunità, è stato trattato come tale, senza lasciare che l’argomento “umano” diventasse un alibi.

La reazione della diocesi: controlli rafforzati e recupero dei fondi

La Diocesi di Westminster ha dichiarato di aver segnalato l’accaduto alla polizia e alle autorità competenti non appena scoperta la mancanza di fondi, seguendo procedure interne “established”. Nel comunicato diffuso dopo l’udienza, la diocesi si è detta “deeply disappointed” per la durata del percorso che ha portato alla celebrazione del processo, spiegando di aver continuato a sollecitare la riapertura del caso dopo l’archiviazione iniziale.

Sul piano organizzativo, la diocesi riferisce di aver rivisto e rafforzato processi operativi, assetti di governance e sistemi di controllo, in particolare nella supervisione delle pratiche Gift Aid, con l’obiettivo di ridurre al minimo la possibilità che episodi analoghi possano ripetersi. Parallelamente, viene ribadita la volontà di perseguire il recupero integrale delle somme sottratte, mentre ai fedeli e ai donatori viene chiesto di segnalare eventuali sospetti di irregolarità, sia internamente sia alle autorità.

In questa vicenda, giustizia e Chiesa si incontrano sul terreno più sensibile che esista: la tutela delle donazioni e la credibilità di chi le amministra. Ma c’è un punto che pesa ancora di più, e che molti fingono di non vedere: da anni si è costruita una narrazione tossica sul clero, dipinto come strutturalmente corrotto, ossessionato dal denaro, incline all’abuso di potere. Su quella caricatura sono state fatte campagne denigratorie sistematiche, e il risultato è sotto gli occhi di tutti: si è spinto a sostituire i preti con i laici anche in ruoli delicati, come se la semplice “laicità” fosse garanzia di pulizia. Non lo è mai stata. Anzi: casi come questo mostrano che certe infedeltà sono tutt’altro che rare anche tra i laici, e in alcuni contesti risultano perfino più frequenti. È un dato che si osserva anche in Vaticano: dove un tempo capitava l’episodio isolato del chierico disonesto, oggi si moltiplicano figure laicali che maneggiano denaro, procedure e pratiche con la stessa opacità, e spesso si proteggono a vicenda, dentro reti di complicità e silenzi. Il nodo, inoltre, non riguarda soltanto la colpa individuale. Riguarda l’effetto devastante che una falla nei controlli - soprattutto quando viene sfruttata con lucidità e in modo ripetuto, come ha scritto la diocesi - produce sul rapporto di fiducia con comunità e benefattori. E quella fiducia, quando viene tradita, non si ricompone con facilità, ci vuole tempo, molto tempo. 

Fr. C.A.
Silere non possum