Roma - C’era il buio mite della primavera romana, il chiarore tremolante delle fiaccole, il Colosseo trasformato per una notte in luogo di preghiera e di memoria. C’erano trentamila fedeli raccolti attorno all’anfiteatro Flavio, famiglie con bambini, giovani, sacerdoti, religiose, pellegrini arrivati da diversi Paesi. E c’era, soprattutto, la croce. Tenuta tra le mani da Leone XIV per tutte le quattordici stazioni della Via Crucis del Venerdì Santo, presieduta dal Papa alle ore 21.15 e trasmessa in mondovisione.
È stata una celebrazione intensa, attraversata da un raccoglimento raro, capace di tenere insieme la pietà popolare, il dramma della Passione e le ferite del tempo presente. Cinque stazioni all’interno del Colosseo, nove all’esterno, lungo un itinerario scandito dai canti della Cappella Sistina diretta da monsignor Marcos Pavan, dalle voci dei lettori e dal passo lento del Pontefice, affiancato da due giovani che portavano le torce. Leone XIV ha avanzato con lo sguardo spesso rivolto al legno che stringeva tra le mani, quasi a custodire in quel gesto il dolore di molti, la preghiera di tutti, il peso di una umanità che continua a cercare redenzione nel cuore delle sue contraddizioni.
Le meditazioni e le preghiere delle stazioni sono state affidate quest’anno a padre Francesco Patton, O.F.M., già Custode di Terra Santa. I suoi testi, segnati dal respiro spirituale di san Francesco d’Assisi nell’ottavo centenario della morte, hanno accompagnato i fedeli dentro la Via Dolorosa di Gerusalemme e insieme dentro le strade del mondo di oggi. Non una devozione astratta, isolata dalla storia, ma un cammino immerso nel rumore, nelle ingiustizie, nelle lacerazioni della vita reale. È proprio questo uno dei tratti più forti emersi dalla celebrazione: la Passione di Cristo non è rimasta confinata nel ricordo liturgico, ma è tornata a interrogare il presente con parole severe e misericordiose. Stazione dopo stazione, la Via Crucis ha fatto affiorare i grandi nodi del nostro tempo. Nella condanna di Gesù è risuonata la denuncia di ogni abuso di potere, di ogni autorità che dimentica di essere ricevuta e non posseduta. Nel volto sfigurato del Signore asciugato dalla Veronica sono apparsi i lineamenti di chi oggi viene umiliato, sfruttato, disprezzato, privato della propria dignità. Nell’incontro con la Madre si sono raccolte le lacrime delle donne che piangono i figli arrestati, uccisi, scomparsi, travolti dalle guerre e dalla violenza. Nel Cireneo hanno preso volto i volontari, gli operatori umanitari, quanti si chinano sul dolore altrui senza clamore, talvolta persino senza sapere di servire Cristo proprio lì, nel corpo ferito del fratello.
La forza dei testi di padre Patton è passata anche attraverso la scelta di guardare la croce senza edulcorarla. Le cadute di Gesù hanno parlato delle nostre cadute, della fragilità, della depressione, delle dipendenze, della disperazione. Lo spogliamento delle vesti ha evocato le torture, gli abusi, le umiliazioni inflitte ai corpi, ma anche quella violenza più sottile che espone le persone al giudizio pubblico e calpesta il pudore e l’intimità. La crocifissione ha rimesso al centro la regalità di Cristo, che non domina ma si consegna, non schiaccia ma perdona, non usa la forza per imporsi ma assume su di sé il male per vincerlo con l’amore.
© Vatican MediaAttorno al Colosseo, mentre la folla seguiva in silenzio e il coro intonava l’“Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi”, si è compresa con particolare evidenza la scelta di Leone XIV di portare personalmente la croce lungo tutto il percorso. Un gesto che il Papa aveva presentato nei giorni scorsi come un “segno importante”, per ricordare che Cristo continua a soffrire nei dolori dell’umanità. Al Colosseo quel segno ha assunto una densità concreta. Il Pontefice ha camminato senza lasciarsi distrarre dai presenti. Il suo procedere lento, assorto, ha dato alla celebrazione un tono quasi penitenziale, come se il Vescovo di Roma volesse prendere sulle proprie spalle, almeno simbolicamente, il peso delle ferite che la Chiesa e il mondo portano dentro questo Venerdì Santo. Erano presenti il cardinale Baldassare Reina, vicario generale per la diocesi di Roma, il vicegerente, il vescovo ausiliare Di Tolve e gli altri vescovi ausiliari eletti che Leone XIV ordinerà nel mese di maggio per la diocesi di Roma: una presenza discreta, ma carica di significato, quasi a consegnare anche a loro, fin da ora, l’immagine di un ministero che nasce ai piedi della croce e che trova la propria forma nel servizio, nella prossimità, nella condivisione del dolore del popolo.
Terminata la quattordicesima stazione, il Papa ha fatto sua la preghiera con cui san Francesco d’Assisi chiude la Lettera a tutto l’Ordine: l’“Omnipotens”, invocazione che domanda a Dio di purificare, illuminare e infiammare interiormente l’uomo, perché possa seguire le orme di Cristo e giungere, per grazia, all’incontro con Lui. Poi la benedizione finale, quella antica benedizione biblica che san Francesco amava donare ai frati e al popolo: “Il Signore vi benedica e vi custodisca… rivolga a voi il suo volto e vi conceda la sua pace”. Quando Leone XIV ha pronunciato queste parole, il Colosseo è rimasto sospeso in un silenzio quasi palpabile. Solo dopo è esploso l’applauso. Un applauso composto, che non ha spezzato il clima di preghiera, ma lo ha quasi prolungato in forma di gratitudine. È forse questo il tratto che resta più impresso di questa prima Via Crucis del Venerdì Santo presieduta da Leone XIV al Colosseo: la capacità di tenere uniti il peso della storia e l’orizzonte della speranza. Le guerre, le madri ferite, i poveri, i prigionieri, i migranti, le vittime della tratta, gli umiliati, coloro che cadono e coloro che restano soli non sono rimasti ai margini della preghiera. Sono entrati dentro le stazioni, dentro le invocazioni, dentro il legno della croce portata dal Papa.
Nel cuore del Triduo, mentre la Chiesa entra nel clima di grande silenzio del Sabato Santo, la Via Crucis del Colosseo ha ricordato che la fede cristiana attraversa il mondo senza sottrarsi alla sua durezza. Cammina tra le pietre della città e tra le ferite degli uomini. Guarda in faccia la morte, ma non si ferma lì. Per questo, in questa notte romana, il giardino del sepolcro evocato nell’ultima stazione non è apparso come il luogo della fine, ma come la soglia di un’attesa. E dentro quell’attesa, questa sera, Roma ha pregato con il suo Vescovo.
p.E.R.
Silere non possum