Papa Leone XIV, nell’Angelus di ieri, 4 gennaio 2026, ha detto di seguire “con animo colmo di preoccupazione” gli sviluppi in Venezuela e ha indicato una bussola che vale più di un commento a caldo: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione”. Da lì discende una traiettoria precisa: superare la violenza e intraprendere “cammini di giustizia e di pace”, “garantendo la sovranità del Paese”, “assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione”, rispettando “i diritti umani e civili” e mantenendo “speciale attenzione ai più poveri”.

Quella bussola serve perché ciò che è accaduto impone di reggere insieme due verità simultanee, scomode eppure ineludibili. Da un lato, il popolo venezuelano - stremato da anni di repressione, miseria, esilio e paura - oggi prova sollievo, talvolta perfino esultanza. È una reazione umana: quando la quotidianità diventa una prigione, anche un barlume improvviso di speranza può sembrare liberazione. Dall’altro lato, il modo in cui questa svolta si è consumata - un’operazione militare statunitense culminata nella cattura del presidente Nicolás Maduro e nel suo trasferimento a New York per affrontare accuse di narcotraffico - apre una frattura profonda nell’edificio già fragile del diritto internazionale. Qui non si tratta di quisquiglie giuridiche per addetti ai lavori, né di cavilli per azzeccagarbugli: è una domanda sulla forma del mondo e sulle regole che lo tengono in piedi quando la forza diventa il modo di risolvere i problemi.

Se la politica globale imbocca la scorciatoia della legge del più forte, il sollievo di oggi rischia di diventare il precedente di domani. E i precedenti, quando vengono consacrati dall’urgenza e dall’applauso - e oggi perfino da inquietanti meme sui social, segno che ci stiamo abituando a scherzare e a ridere persino della guerra - finiscono per essere riutilizzati: per giustificare nuovi interventi, nuove eccezioni, nuovi arbitri. È la prima volta che accade? No. Lo abbiamo fatto anche noi a danno di altri? Sì. Questo giustifica il tutto? Assolutamente no. Proprio per questo la bussola indicata dal Papa non è un ornamento morale, ma un criterio operativo: tenere insieme bene comune, sovranità, Costituzione, diritti, poveri. Perché una transizione che nasce calpestando le regole può promettere stabilità, ma consegna al futuro un debito che prima o poi si presenta: quello della legittimità.

Il punto non è difendere un dittatore

Il rischio, per chi scrive e per chi legge, è scambiare la critica al metodo con una forma di indulgenza verso il regime. Sarebbe un errore insieme morale e intellettuale. Maduro non è un simbolo astratto buono per le analisi: per molti venezuelani è stato il volto concreto di uno Stato che li ha schiacciati, giorno dopo giorno, fino a rendere normale ciò che normale non è. Per questo la sua cattura può essere percepita come la fine di un incubo. E quella percezione merita rispetto: non paternalismi, non lezioni impartite da chi quella dittatura non l’ha attraversata sulla propria pelle. Il punto, semmai, è non barattare la verità di quella sofferenza con l’illusione che ogni scorciatoia produca automaticamente giustizia.

Come Chiesa, del resto, abbiamo visto da vicino gli effetti di un potere che, proprio perché non ha riconosciuto dirittiregole, ha potuto spingersi fino a gesti clamorosi: impedire di viaggiare e arrivare al sequestro del passaporto del cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo. È un fatto che dice molto su quanto avesse a cuore il rispetto per il diritto internazionale Maduro. Il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, che per anni è stato nunzio apostolico in Venezuela, su quanto accaduto al confratello non ha pronunciato una sola parola pubblica. È legittimo chiedersi perché.

Ma proprio perché il dolore è reale, bisogna essere più esigenti sul come. Le democrazie liberali hanno tentato, nel Novecento e oltre, un progetto ambizioso: ridurre l’uso della forza, incanalarlo dentro regole condivise, affidare i conflitti a istituzioni, procedure, trattati, organismi multilaterali. Non ha funzionato sempre; spesso ha fallito; talvolta è stato persino strumentalizzato. Eppure, per decenni, ha costituito un argine: imperfetto, ma pur sempre argine.

Quando quell’argine cede, non crolla solo un principio astratto. Si perde una risorsa politica essenziale: la prevedibilità. Si indebolisce l’idea che gli Stati - soprattutto i più deboli - possano appellarsi a una norma contro l’arbitrio di una potenza. Si consuma la speranza che il vocabolario del diritto non sia una scenografia, ma una differenza reale: tra giustizia e vendetta, tra responsabilità e rapimento, tra processo e resa dei conti. In queste ore la stampa internazionale, gli osservatori e anche molti cittadini si interrogano apertamente sulla base legale dell’operazione e sulle sue implicazioni: dalla mancanza, allo stato, di un quadro giuridico chiaro e definitivo fino al precedente che un’azione di questo tipo rischia di introdurre nell’ordine internazionale. La giustificazione legale non risulta ancora formulata in modo conclusivo e coerente; appare invece evidente che l’accusa di narcotraffico venga utilizzata in modo strumentale dal Presidente degli Stati Uniti per evitare il passaggio congressuale e collocare l’operazione su un terreno che consenta margini maggiori di manovra. Resta, in ogni caso, un nodo dirimente: come è possibile intervenire contro un presidente in carica che, secondo il diritto internazionale, gode dinanzi agli Stati esteri di un’immunità personale ampia e di natura procedurale? L’art. 2, par. 4 della Carta delle Nazioni Unite stabilisce che: «I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite».

Questa cornice si intreccia con il principio - consolidato nella prassi internazionale - per cui l’immunità personale del capo di Stato opera per tutta la durata del mandato: finché il presidente è in carica, egli è protetto da misure coercitive e dalla giurisdizione penale straniera proprio in quanto organo supremo dello Stato. In tale prospettiva, la cattura di un presidente in carica senza il consenso dello Stato sul cui territorio l’azione viene condotta è generalmente ritenuta incompatibile con l’immunità personale riconosciuta dal diritto internazionale. Del resto, quanti sono i dittatori nel mondo? Come mai nessuno ha mai pensato di andare a prendere Kim Jong-un e mettere fine allo strazio del popolo nord coreano?

La gioia dei venezuelani e la responsabilità del mondo

“Il bene del popolo venezuelano deve prevalere”: Leone XIV non ha pronunciato una formula di circostanza. Ha fissato un ordine di priorità e, con esso, un criterio di giudizio. Se davvero il bene del popolo è la misura, allora non basta abbattere un vertice. Occorre mettere in sicurezza ciò che viene dopo: la transizione, le garanzie, le istituzioni, le libertà civili, la sicurezza quotidiana di famiglie che da anni vivono nell’eccezione. È lì che si decide se una svolta diventa rinascita o soltanto cambio di insegne. Bisogna impedire che il vuoto venga riempito da nuove violenze, da vendette, da regolamenti di conti. E bisogna vigilare anche su un rischio più sottile: una tutela esterna che si presenti come liberazione e finisca per assomigliare a un commissariamento, con la sovranità ridotta a parola e la libertà trasformata in gestione.

Ed è qui che la preoccupazione diventa pienamente politica, non soltanto umanitaria. Perché il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha parlato in modo esplicito di controllo americano sul Paese: dichiarazioni che, al di là della retorica, alimentano l’idea di una sovranità venezuelana sospesa, o comunque condizionata.

Leone XIV ha risposto esattamente su quel punto, richiamando i pilastri che impediscono alla storia di trasformarsi in arbitrio: sovranità, stato di diritto, Costituzione, diritti. È difficile sopravvalutare la potenza simbolica dello scontro tra queste due visioni. Da una parte, l’efficacia muscolare, la promessa di “risolvere” con un’azione rapida e un esito immediato. Dall’altra, la convinzione che una pace duratura nasca soltanto dentro regole condivise: lente, spesso frustranti, ma capaci di distinguere la giustizia dall’atto di forza e la ricostruzione dalla pura sostituzione del potere.

Le istituzioni internazionali hanno fallito? Sì. Ma cosa succede se le svuotiamo del tutto?

C’è un’obiezione che merita di essere presa sul serio: “Le istituzioni internazionali non hanno fermato Maduro. Non hanno impedito la deriva autoritaria. Non hanno salvato i poveri”. In parte è vero. Le sanzioni sono state controverse; la diplomazia spesso inconcludente; i tentativi di mediazione, ripetuti, non hanno prodotto la svolta promessa. E nel frattempo i venezuelani hanno pagato il prezzo più alto. Ma la conclusione non può essere: allora la regola non serve. Perché l’alternativa non è un mondo più giusto; è un mondo più arbitrario. Se si normalizza l’idea che un leader straniero possa essere catturato con la forza e portato davanti a un tribunale di un altro Paese senza un percorso riconoscibile e condiviso, il meccanismo si presta a essere replicato altrove - e non sempre contro dittatori. Il diritto internazionale è anche una protezione per i “piccoli”, e spesso persino per i “medi”. Quando viene disapplicato dai forti, diventa un pezzo di carta che i forti citano solo quando conviene. Questo è il punto inquietante: la vittoria immediata può alimentare la sconfitta strutturale. Oggi il bersaglio è Maduro; domani potrebbe essere un oppositore, un dissidente, un capo di Stato scomodo in un’altra regione del mondo. Il criterio diventa la forza, non la legittimità.

Il bivio: giustizia o “esempio”

La giustizia, per essere credibile, richiede procedure che resistano alle simpatie del momento. Se si dice che Maduro deve rispondere di crimini gravissimi, allora servono un’accusa chiara, un processo equo, prove, garanzie, possibilità di difesa. Servono anche risposte alle questioni di immunità e di riconoscimento internazionale. Se invece l’operazione viene rivendicata come “esempio” - come dimostrazione che la forza può sostituire regole e organismi - allora non si sta costruendo un futuro: si sta inaugurando un precedente. E i precedenti, quando si fondano sull’eccezione trasformata in metodo, non restano confinati al caso che li ha prodotti. Non dimentichiamo, inoltre, che ci sono potenze che osservano e registrano: Russia, Cina e altri attori pronti a usare ogni crepa per legittimare le proprie mosse. In questo quadro pesa anche un dato ulteriore: Trump continua a parlare della Groenlandia. È proprio così che l’ordine internazionale si consuma, non con un crollo improvviso ma con una sequenza di atti presentati come risolutivi, finché la regola diventa opzionale e la forza si trasforma in linguaggio ordinario. Per questo le parole del Papa assumono un peso specifico: chiedono di “superare la violenza”, non di santificarla perché produce un risultato gradito. Chiedono “stato di diritto” e “diritti umani e civili di ognuno e di tutti”, quindi anche di chi oggi è odiato, perché è così che si misura la solidità di una legalità: dalla capacità di applicarsi anche al nemico.

Una preghiera civile: non tradire i poveri con un nuovo cinismo

C’è un passaggio, nelle parole di Leone XIV, che dovrebbe restare al centro di ogni analisi: “speciale attenzione ai più poveri”. È un monito contro l’ipocrisia geopolitica. Il Venezuela non è soltanto petrolio, rotte, alleanze, deterrenza. È madri che non trovano medicine, giovani che emigrano, anziani che fanno la fila per un pezzo di pane, famiglie spezzate. È un popolo che può festeggiare oggi e piangere domani se la transizione diventa una nuova stagione di violenza o di tutela esterna. Per questo, se vogliamo davvero una riflessione onesta - e vogliamo evitare la logica che gli schieramenti di partito impongono su questioni delicate come Gaza o l’Ucraina - dobbiamo uscire dalle tifoserie: “il mio partito dice che è bene, dunque lo ripeto”. No, non funziona così. Se vogliamo essere davvero realisti, dobbiamo pretendere che la fine di un potere oppressivo non coincida con la sospensione delle regole. Dobbiamo pretendere che la gioia di chi si sente liberato non venga trasformata in una cambiale politica per legittimare un mondo in cui il diritto diventa un accessorio dei vincitori. Il Venezuela sta vivendo una svolta che può essere liberazione o catastrofe. In quel bivio, la frase pronunciata da Leone XIV è un criterio di giudizio severo: il bene del popolo prima di tutto, la sovranità come fondamento, la Costituzione come garanzia, i diritti come confine, i poveri come priorità. È una bussola che riguarda Caracas, ma anche Washington, New York, e ogni capitale che oggi sta prendendo appunti per il futuro.

d.M.S.
Silere non possum