Caracas - Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 il Venezuela è stato teatro di un’operazione militare statunitense senza precedenti negli ultimi decenni: bombardamenti mirati su infrastrutture strategiche e l’annuncio, da parte della Casa Bianca, della cattura del presidente Nicolás Maduro. L’azione, rivendicata direttamente dal presidente Donald Trump, ha immediatamente aperto una crisi internazionale, con interrogativi politici, giuridici, religiosi e geopolitici ancora aperti.
I bombardamenti e l’operazione militare
Secondo le informazioni diffuse nelle prime ore, le forze armate degli Stati Uniti hanno colpito quasi simultaneamente quattro obiettivi chiave a Caracas e nei suoi dintorni: la base militare di Fuerte Tiuna, l’aeroporto militare di La Carlota, un’importante infrastruttura per le comunicazioni militari e il porto di La Guaira. Le esplosioni sono state accompagnate da blackout parziali e dall’evacuazione di civili in alcune aree della capitale. Il governo venezuelano ha parlato di attacchi che avrebbero coinvolto anche zone residenziali, dichiarando lo stato d’emergenza.

L’annuncio della “cattura” di Maduro
Poche ore dopo l’inizio dei bombardamenti, Trump ha dichiarato che Maduro e la moglie Cilia Flores sarebbero stati catturati e trasferiti fuori dal paese. La notizia non è stata accompagnata da immagini o prove immediate. La vicepresidente Delcy Rodríguez, intervenuta in televisione, ha affermato di non sapere dove si trovasse il presidente e ha chiesto agli Stati Uniti una prova che dimostrasse che Maduro fosse vivo. Nel frattempo, il segretario di Stato Marco Rubio ha sostenuto che l’arresto sarebbe finalizzato a un processo negli Stati Uniti, dove Maduro è accusato di essere a capo di una presunta organizzazione criminale legata al narcotraffico.
Le motivazioni dichiarate da Washington
L’amministrazione statunitense giustifica l’operazione come l’esito di mesi di pressioni contro il regime venezuelano. Washington accusa Maduro di guidare il cosiddetto “Cártel de los Soles”, un presunto cartello del narcotraffico la cui stessa esistenza è oggetto di dibattito tra analisti e osservatori internazionali. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti avevano già intensificato sanzioni economiche, sequestri di petroliere e un blocco navale di fatto, colpendo il settore petrolifero da cui il Venezuela dipende in modo cruciale.
Reazioni interne e internazionali
All’interno del paese, il ministro della Difesa Vladimir Padrino López ha promesso resistenza, annunciando la mobilitazione delle forze armate. Sul piano internazionale, le reazioni sono state contrastanti: la Colombia ha condannato l’intervento come una violazione della sovranità venezuelana e ha chiesto un dibattito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU; l’Argentina, al contrario, ha salutato l’operazione come un passo verso la fine del regime chavista. L’Italia, attraverso la Farnesina, ha fatto sapere di seguire la situazione e di aver attivato l’unità di crisi per la tutela dei cittadini italiani nel paese.
«Siamo svegli dalle due del mattino, ora venezuelana, per seguire quanto sta accadendo. Accompagniamo il nostro popolo con la preghiera»: così, nelle prime ore dell’alba, monsignor Jesús González de Zárate, arcivescovo di Valencia e presidente della Conferenza episcopale venezuelana, ha commentato l’attacco notturno degli Stati Uniti contro obiettivi istituzionali e militari a Caracas, culminato - secondo l’annuncio di Donald Trump - nella cattura di Nicolás Maduro e nel suo trasferimento fuori dal Paese insieme alla moglie. Con gli eventi ancora in evoluzione, l’episcopato venezuelano mantiene una linea di prudenza e discernimento: vicinanza pastorale alla popolazione, invito alla preghiera e richiesta di elementi verificabili prima di esprimere giudizi. Una posizione che si accorda con l’orientamento della Santa Sede, tradizionalmente attenta alla tutela della vita, alla ricerca di soluzioni pacifiche e al contenimento di ogni escalation, mentre González de Zárate richiama, per ora, alla fiducia in Dio e nei valori del popolo venezuelano, in attesa di un quadro più definito.
Uno scenario ancora aperto
Resta incerto cosa accadrà ora in Venezuela. Se la cattura di Maduro fosse confermata, la Costituzione prevede il passaggio dei poteri alla vicepresidente. Tuttavia, il Paese vive da anni una crisi istituzionale profonda: Maduro non è riconosciuto come presidente legittimo da numerosi Stati, l’opposizione è frammentata e molti dei suoi leader sono in esilio o in clandestinità. A più di trent’anni dall’ultima operazione militare diretta statunitense in America Latina, il confronto con l’invasione di Panama del 1989 torna inevitabile. Anche allora Washington giustificò l’intervento con accuse di narcotraffico e la cattura di un leader considerato illegittimo. Oggi, come allora, le conseguenze politiche e umanitarie rischiano di andare ben oltre l’operazione militare in sé.
d.B.N.
Silere non possum