Minneapolis – «Se sostieni la pena di morte o accetti il trattamento disumano dei migranti, la parola pro-life perde coerenza». Nel settembre dello scorso anno, rispondendo a una domanda di una giornalista americana, Leone XIV ha riportato il dibattito sul terreno della coerenza morale che attraversa la propaganda di alcuni politici e attivisti cattolici americani: la tutela della vita nel grembo e la tutela della vita fuori dal grembo, il rifiuto della pena di morte, la condanna dell’omicidio, la difesa della dignità dei migranti e dei detenuti.
Lo scontro istituzionale nelle città americane
Questo principio torna oggi al centro, mentre negli Stati Uniti l’azione degli agenti federali – in particolare ICE e Border Patrol, sotto il Department of Homeland Security (DHS) – sta trasformando alcune città in un laboratorio di scontro istituzionale e di tensione sociale. A Minneapolis, in Minnesota, l’operazione anti-immigrazione è diventata, per dimensioni e metodi, la più visibile del Paese: rastrellamenti, proteste quotidiane, accuse di profilazione razziale, e un conflitto aperto tra autorità locali e governo federale.
Il caso Pretti e la favola della “legittima difesa”
Nelle ultime ore Alex Jeffrey Pretti, cittadino statunitense di 37 anni, è stato brutalmente ucciso da alcuni agenti in strada. La versione federale ha parlato di “legittima difesa”; i video verificati da più testate, però, mostrano una dinamica diversa: Pretti stava filmando con il telefono, viene colpito con spray urticante, poi placcato e immobilizzato da più agenti; si vede un agente estrarre una pistola dai suoi vestiti quando lui è già a terra, e subito dopo partono numerosi colpi a distanza ravvicinata. In pochi secondi si sentono circa dieci spari. Quella scena ha i contorni di un omicidio: una violenza brutale e priva di logica che non può essere archiviata come legittima difesa né come uso proporzionato della forza. Pretti era già a terra, immobilizzato, in condizioni di evidente non pericolosità. E perfino il placcaggio appare, per dinamica e contesto, ingiustificabile: stava semplicemente riprendendo con il telefono, un gesto che non dovrebbe costituire alcuna minaccia. Se la presenza di una videocamera diventa motivo di nervosismo, il sospetto inevitabile è che questi agenti stessero facendo qualcosa che non potevano fare.
Ed è un nodo che riguarda anche l’Italia. In molte situazioni di ordine pubblico, l’intervento delle forze di polizia si traduce in esecuzione meccanica di direttive operative, con scarsa valutazione del contesto e con modalità talvolta brutali e, in alcuni casi, che va ben oltre i limiti della legalità. Il problema si aggrava perché, anche in un’aula di tribunale, la parola del pubblico ufficiale tende a pesare più di quella del cittadino: se non dimostri che la versione dell’agente è falsa, quella versione resta la “verità”.
La prova come barriera contro l’abuso
E allora la prova diventa decisiva. Spesso l’unico strumento concreto è un video. È anche per questo che, quando qualcuno alza il telefono per documentare un controllo, la reazione è immediatamente ostile: parte la contestazione (“non puoi riprendere”), l’intimidazione, il tentativo di sottrarre lo sguardo pubblico alla scena. Ma un potere che teme la documentazione di un evento non sta difendendo l’ordine pubblico: sta difendendo il crimine. Il punto, infine, è la proporzionalità. Quando la forza viene usata come automatismo, quando si recita il ruolo dell’“azione” come se fosse una scena da film, il rischio è sempre lo stesso: dimenticare che dall’altra parte non c’è un bersaglio, ma una persona.

Escalation e sfiducia: il rischio di una spirale irreversibile
Negli Stati Uniti, in queste settimane, molti provano a difendersi soprattutto in un modo: documentando. È spesso l’unico strumento di tutela immediata, l’unica barriera tra un abuso e la sua negazione. Ma se questa spirale non si interrompe, il rischio è che la tensione degeneri in modo irreversibile. In un Paese in cui la disponibilità di armi da fuoco è ampia e culturalmente normalizzata, l’erosione della fiducia nelle istituzioni può diventare un acceleratore di violenza. Quando il cittadino comune arriva a percepire lo Stato non più come garanzia, ma come minaccia, scatta un meccanismo pericoloso: la tentazione di “difendersi da solo”, con i mezzi che ha. E in quel passaggio, la sicurezza pubblica smette di essere un orizzonte condiviso e diventa una guerra di tutti contro tutti.
Altri episodi e la linea politica di Vance
Ci sono stati più episodi. Tra i primi a innescare le proteste c’è stata l’uccisione di Renée Nicole Good, avvenuta il 7 gennaio 2026 a Minneapolis durante un’operazione federale: anche in quel caso le autorità hanno parlato di legittima difesa, ma i filmati circolati online raccontano altro. Eppure, il vicepresidente J.D. Vance, cattolico e pro life, ha scelto di difendere l’operato degli assassini. Nel giro di meno di un mese, altri casi nello stesso contesto hanno confermato che il ricorso alla forza da parte degli apparati di sicurezza statunitensi stia assumendo un carattere sempre più sistematico, più che eccezionale.
Copwatcher, Primo Emendamento e delegittimazione di chi riprende
In questo scenario si inserisce un elemento decisivo: chi filma. A Minneapolis e in altre città si sono moltiplicati i copwatcher, gruppi che seguono le pattuglie e documentano gli interventi. La pratica è tutelata dal Primo Emendamento. Proprio per questo, da settimane, Trump e i vertici della sicurezza stanno cercando di delegittimare chi riprende, descrivendo i filmati come “doxxing” o “violenza” e giustificando così una risposta più dura sul terreno. Perché è noto, ormai, che prima si parte delegittimando e poi colpendo.
Pressioni sui giornalisti: il caso degli inviati Rai
È in questa cornice che, nelle scorse ore, alcuni giornalisti italiani arrivati sul posto per realizzare reportage hanno denunciato pressioni e intimidazioni. Il caso più eclatante riguarda due inviati Rai, Laura Cappon e Daniele Babbo (trasmissione “In mezz’ora”):
In un video circolato sui social si vedono agenti dell’ICE avvicinarsi al veicolo e intimare di abbassare il finestrino, arrivando a minacciare di forzarlo per trascinare fuori gli occupanti, mentre i giornalisti cercavano di documentare quanto stava accadendo in strada.

La retorica della “protezione” e il caso del bambino fermato
Sul piano politico, il vicepresidente JD Vance ha scelto la linea della difesa dell’operazione federale: ha attribuito il caos soprattutto alla mancata collaborazione delle autorità locali, chiedendo che “incontrino” il governo “a metà strada” per rendere l’enforcement “meno caotico”. In parallelo, commentando il caso del bambino di cinque anni fermato durante un’operazione, ha sostenuto che l’intervento avrebbe avuto lo scopo di “proteggerlo”. Sciocchezze che raccontano ancora una volta una certa propensione alla menzogna da parte di questa tipologia di propagandisti. Il bambino, in realtà, è stato arrestato insieme al padre dopo un’operazione in Minnesota; la vicenda – fotografata e raccontata da media internazionali – è diventata un simbolo del clima di queste settimane: famiglie che finiscono dentro il meccanismo delle retate, minori coinvolti, tensione tra versioni ufficiali e testimonianze locali.
March for Life e la domanda sulla coerenza pro-life
Nei giorni scorsi Vance è intervenuto alla March for Life, rilanciando l’imperativo di difendere la vita nascente. Ciò che ci domandiamo è: la tutela della vita vale solo per i bambini prima della nascita, o anche dopo, quando un adulto viene ucciso mentre filma e un minore viene trascinato in un’operazione federale? Esistono vite di serie A e vite di serie B?
Leone XIV lo ha ricordato: la parola “pro-life” perde senso quando viene ridotta a un solo capitolo e scollegata dal resto. Lo ha detto con chiarezza - suscitando reazioni politiche - contestando l’idea che si possa invocare la vita e, nello stesso tempo, accettare politiche disumane verso i migranti o sostenere la logica della morte come strumento dello Stato. Anche parte dell’episcopato statunitense guarda con inquietudine all’escalation. La Conferenza episcopale ha diffuso diversi messaggi di preoccupazione per gli effetti della campagna di deportazioni su famiglie e comunità; vescovi e leader cattolici locali hanno parlato di paura diffusa e di necessità di riforme, chiedendo che l’azione dello Stato resti dentro limiti di legalità e dignità. Ieri il Presidente dei vescovi USA ha scritto: «Oggi Papa Leone XIV ci ricorda che “il Vangelo deve essere annunciato e vissuto in ogni contesto, servendo da lievito di fraternità e di pace tra tutti gli individui, le culture, le religioni e i popoli”. È con questo spirito che invito in preghiera alla calma, alla moderazione e al rispetto della vita umana a Minneapolis e in tutti quei luoghi in cui la pace è minacciata. Le autorità pubbliche, in modo particolare, hanno la responsabilità di tutelare il benessere delle persone al servizio del bene comune. Come nazione, dobbiamo ritrovarci nel dialogo, allontanandoci da una retorica disumanizzante e da azioni che mettono in pericolo la vita umana. In questo spirito, in unità con Papa Leone, è importante proclamare: “La pace si costruisce sul rispetto delle persone!”».
Leone XIV, pur continuando a esercitare il suo magistero anche su questioni tanto delicate, intende che a parlare per primi siano i pastori sul territorio: i vescovi locali, che conoscono la situazione concreta e portano la responsabilità del loro gregge. Questo stile di vivere il ministero petrino, peraltro, mostra con chiarezza quanto Leone creda nella sinodalità e nella corresponsabilità ecclesiale, senza sovrapporre la propria voce a quella dei legittimi pastori.
ICE a Milano-Cortina 2026
La questione, intanto, tocca anche l’Italia. Nelle ultime ore è esplosa la polemica su una possibile presenza di agenti ICE per la sicurezza della delegazione statunitense durante Milano-Cortina 2026. Il ministro dell’Interno Piantedosi ha dichiarato che “al momento non risulta”, mentre altre ricostruzioni parlano di una prassi di cooperazione tra apparati di sicurezza per grandi eventi, con delegazioni che portano propri uomini di protezione. La domanda è: anche il governo Meloni che da anni esalta Donald Trump parlando anche di premio nobel, non ha nulla da dire in merito?
In Italia, il dibattito sull’uso proporzionato della forza e sulla tutela dei più vulnerabili nelle operazioni delle Forze di Polizia resta un nodo serio e irrisolto. Il governo Meloni si è più volte schierato pubblicamente a sostegno degli appartenenti alle Forze dell’Ordine; tuttavia, la cronaca e le inchieste giudiziarie hanno mostrato come, nella quotidianità, possano verificarsi abusi, omissioni e dinamiche di copertura che rendono difficile l’accertamento tempestivo delle responsabilità. I casi Cucchi e Aldrovandi restano due esempi emblematici, anche per l’impatto che hanno avuto sul rapporto tra cittadini, istituzioni e controllo democratico dell’uso della forza.
Importare, anche indirettamente, modelli operativi percepiti come aggressivi e opachi significa aumentare il rischio di normalizzare pratiche che si reggono sulla paura: paura di essere fermati per strada, paura di filmare, paura perfino di fare un reportage per i giornalisti.
L.S.
Silere non possum