Città del Vaticano – Dopo la visita a sorpresa di ieri, consumata con discrezione durante il loro pranzo fraterno, questa mattina Leone XIV ha ricevuto in udienza i vescovi del Perù giunti a Roma per la Visita ad limina ApostolorumL’incontro si è svolto nella Sala del Concistoro, secondo una prassi antica: il pellegrinaggio alle tombe degli Apostoli e i colloqui con i Dicasteri trovano il loro compimento nell’abbraccio con il Successore di Pietro e in una parola che orienta. 

Ad aprire l’incontro è stato il saluto del presidente della Conferenza episcopale, mons. Carlos García Camader, con un breve intervento di ringraziamento. Leone XIV ha risposto con un discorso denso, costruito come una consegna spirituale e pastorale: una lettura della situazione ecclesiale peruviana “con sguardo di fede”, a partire dai rapporti inviati dai presuli (“Siate certi che sono stati letti con attenzione”, ha detto Leone), e una proposta di metodo capace di attraversare le crisi senza irrigidirsi in tattiche di breve respiro. L’abitudine di rivolgere un discorso alle Conferenze episcopali che si recano dal Papa in Visita ad limina Apostolorum appartiene a quelle consuetudini che, col passare degli anni, si sono progressivamente affievolite fino quasi a scomparire. Con i vescovi peruviani Leone XIV ha scelto di riprendere questa forma, senza che al momento sia chiaro se intenda adottarla stabilmente anche con altri episcopati. Nelle prime due Visite ad limina accolte nei giorni scorsi, infatti, non si era seguito lo stesso schema.

Unità, comunione, fedeltà al Vangelo e dedizione totale

Il Papa ha collocato l’Ad Limina dentro un orizzonte provvidenziale: il 300° anniversario della canonizzazione di san Toribio de Mogrovejo, richiamato come figura-matrice dell’episcopato latinoamericano. Il Papa ha utilizzato Toribio come criterio di discernimento, memoria viva di un governo pastorale che unisce visita, riforma, annuncio, cura del clero e amore concreto per il popolo. Leone XIV ha ricordato che “vivere ad instar Apostolorum”, “alla maniera degli Apostoli” significa vivere con semplicità, coraggio e piena disponibilità a lasciarsi guidare dal Signore. È un’espressione che, nelle parole del Papa, si traduce quasi in un piccolo “programma” episcopale articolato per nuclei.

Il primo è l’unità e la comunione. Il Papa lega la credibilità dell’evangelizzazione alla qualità delle relazioni tra i pastori e tra questi e il Popolo di Dio: “la credibilità del nostro annuncio passa attraverso una comunione reale e affettiva”, capace di superare divisioni, protagonismi e ogni forma di isolamento. Qui la memoria di Toribio viene utilizzata da Prevost come una vera e propria lezione di governo: i Concili di Lima sono il segno di una Chiesa che affronta le fratture convocando, ascoltando, decidendo insieme, custodendo l’unità senza spegnere la verità.

Il secondo nucleo riguarda la fedeltà al Vangelo e l’annuncio integro. Leone XIV insiste su un punto che taglia trasversalmente le discussioni contemporanee: l’evangelizzazione non nasce dall’originalità del predicatore, ma dall’obbedienza a una Parola ricevuta. “San Toribio non proclamò una parola propria, ma una Parola ricevuta”. Da questa radice, il Papa chiede un annuncio “chiaro, coraggioso e gioioso”, capace di dialogare con la cultura senza smarrire l’identità cristiana. Il Papa parla di chiarezza (contro l’ambiguità), coraggio (contro la timidezza che si traveste da prudenza), gioia (contro una pastorale ridotta a gestione di emergenze).

Il terzo nucleo è la dedizione totale al ministero. Il Santo Padre richiama l’esempio degli Apostoli “che non riservarono nulla per sé”, fino al martirio, e lo accosta alla biografia di Toribio: pericoli e sofferenze affrontati “per un solo motivo: l’amore per le anime”. In questa frase c’è un’idea precisa di episcopato, quella di Leone: l’autorità come consumo di sé, come disponibilità a farsi attraversare dalle fatiche del popolo senza trasformarle in retorica. È una consegna che vale anche per le periferie interne: diocesi segnate da fragilità sociali, ferite istituzionali, tensioni ecclesiali.

Il quarto nucleo è la vicinanza pastorale, descritta con pragmaticità: “andare incontro”, “ascoltare”, “accompagnare”, “comprendere”. Il Papa cita Paolo: “mi sono fatto tutto per tutti”, e applica quella logica a un episcopato chiamato a camminare dentro la vita reale, non sopra di essa. La vicinanza, nelle sue parole, abbraccia il presbiterio, i seminaristi, la vita consacrata e tutto il Popolo di Dio, con una particolare predilezione per i più fragili e i bisognosi. Qui affiora una delle immagini più profonde dell’intero discorso, presa dalla Positio di san Toribio: l’amore pastorale capace di “portarli nelle sue viscere come se fosse padre di ciascuno”. È un linguaggio che non cerca effetti: esprime un modello di paternità spirituale che si misura nella cura, nella pazienza, nella prossimità quotidiana.

Infine, Leone XIV ha voluto ricordare che “il Perù occupa un posto speciale nel mio cuore”. E con i suoi vescovi ha ricordato le “gioie e fatiche” condivise, la “fede semplice” della gente, la forza di “una Chiesa che sa attendere anche in mezzo alle prove”. Il Papa indica così un tratto della sua lettura ecclesiale: la pazienza come virtù storica, la capacità di attraversare tempi lunghi senza cedere all’irrequietezza. In questo quadro, l’invito conclusivo assume la forma di un vero e proprio mandato: far fruttificare oggi l’eredità dei santi peruviani - Toribio, Rosa, Martino, Giovanni - come patrimonio operativo, non celebrativo.

Un discorso, rivolto ai vescovi peruviani ma valido per tutti noi, che propone una grammatica di Chiesa: comunione come condizione di credibilità, verità annunciata senza timore, dedizione come stile di governo, vicinanza come forma della paternità pastorale. In tempi in cui l’episcopato è spesso osservato con lente politica, Leone XIV riconduce l’ad limina alla sua sostanza: un atto di fede, e insieme una responsabilità storica. 

d.F.M.
Silere non possum