Città del Vaticano - Questo pomeriggio, nell'Aula della Benedizione, il Santo Padre Leone XIV ha ricevuto in udienza i membri della Comunità di Villa Nazareth: la Fondazione Sacra Famiglia di Nazareth, l'Associazione e la Fondazione Comunità Domenico Tardini, e gli studenti del Collegio universitario romano.
A introdurre l'incontro è stato il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato e - circostanza che converrà tenere a mente - attuale presidente della realtà. Nel suo indirizzo di saluto il porporato ha ripercorso la vicenda di Villa Nazareth: la fondazione nel 1946 per mano del cardinale Domenico Tardini, l'accoglienza degli orfani di guerra e dei bambini delle famiglie più povere, il passaggio sotto la guida di Antonio Samorè e poi di Achille Silvestrini, fino alla trasformazione in collegio di merito. Dopo di lui, sono stati due studenti a prendere la parola, ripercorrendo a loro volta la medesima storia: la stella nello stemma ricevuta da Tardini, il «cammino» comunitario, l'eredità di chi li ha preceduti.
La parte di storia che non è emersa
Villa Nazareth non è soltanto la nobile intuizione caritativa di Tardini. È anche, e soprattutto, il luogo nel quale per decenni ha esercitato il proprio magistero il cardinale Achille Silvestrini, il vigoroso oppositore anche pubblico di Joseph Ratzinger. Diplomatico di razza, erede dell'Ostpolitik di Casaroli, Silvestrini è stato uno degli artefici di quel cenacolo di porporati passato alla storia come «gruppo di San Gallo»: il consesso che nel conclave del 2005 cercò di sbarrare la strada all'elezione di Benedetto XVI e che nel 2013 fece di tutto, riuscendoci, per fare eleggere Jorge Mario Bergoglio. Alla vigilia di quel conclave, infatti, i cardinali appartenenti a questo gruppo furono ricevuti proprio a Villa Nazareth. Nel 2016 Francesco si recò addirittura a Villa Nazareth in visita.
Silvestrini è stato, sul fronte interno, uno degli oppositori più tenaci della linea wojtyliano-ratzingeriana. Sul fronte civile, è stato il padre spirituale del cattolicesimo democratico italiano e del centrosinistra: amico di Romano Prodi, mentore di quel Giuseppe Conte che a Villa Nazareth si formò da studente, prima di approdare a Palazzo Chigi. Dalle stanze del collegio sono usciti ecclesiastici e uomini di governo i cui percorsi, eufemisticamente, hanno diviso tanto la Chiesa quanto l'opinione pubblica.
A presiedere oggi la Fondazione Tardini è Claudio Maria Celli, romagnolo come Silvestrini, tra gli architetti dell'accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese. Uno di quei prelati che introducono in Vaticano personaggi problematici, consentendo loro l’accesso senza una reale ragione, spesso per cene prive di qualunque utilità e per consegnare cimeli che poi vengono esibiti in giro come se fossero stati ricevuti “direttamente dalle mani del Papa”. Figure già note per atteggiamenti millantatori e allontanate, nel tempo, tanto da ambienti politici quanto da realtà ecclesiali.

Le parole di Leone XIV alla comunità
Leone XIV non ha voluto presiedere la Santa Messa nell’Aula della Benedizione che ha invece presieduto il Cardinale Pietro Parolin. Terminata la liturgia il Papa è arrivato e ha rivolto loro un discorso che, letto in controluce, possiede una sua sorvegliata eloquenza. Leone XIV ha ricordato la vocazione originaria dell'opera: formare giovani «leader nel fare il bene», rendendo accessibile a chi è ricco di talenti ma privo di mezzi un cammino spirituale, intellettuale e morale. Ha posto al centro due icone evangeliche, la Lavanda dei piedi e il Buon Samaritano, per ribadire che il discepolo «è chiamato non per essere servito ma per servire».
Soprattutto, citando la sua enciclica appena firmata Magnifica humanitas, il Pontefice ha avvertito che l'umanità si trova oggi «di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l'umanità abitano insieme», una città «in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile». E ha aggiunto che «ciò che salva l'umano non è l'autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma».
Ha richiamato infine i suoi predecessori: san Giovanni Paolo II, che nel 1996 esortava la comunità a una sapienza capace di sottrarre l'intelligenza «alla prigionia dell'orgoglio e della logica di dominio»; e Benedetto XVI, che nel 2006 - ricevendo la stessa realtà - chiedeva di formare i giovani «al coraggio delle decisioni», con «riferimento alla ragione purificata nel crogiuolo della fede».
Una citazione che pesa
C'è qualcosa di delicatamente paradossale nel sentire Leone XIV affidare a questa comunità le parole di Benedetto XVI. Il Papa ha fatto risuonare, davanti agli eredi di Silvestrini, il monito di colui che Silvestrini avversò; ha messo in guardia dalla «logica di dominio» e dalla tentazione di Babele proprio in una sala gremita da chi, di certe logiche, ha a lungo praticato l'arte. Non è dato sapere quanti, tra i presenti, abbiano colto il riverbero.
Resta una domanda. Una comunità che si racconta sempre nei suoi inizi più puri - gli orfani, la stella, la carità del Fondatore - e mai nelle sue stagioni più ambigue, è una comunità che fa davvero, con se stessa, quella «ragione purificata nel crogiuolo della fede» che oggi le è stata ricordata? E quando il Pontefice invita a custodire la dignità anziché coltivare il potere, a servire anziché dominare, c'è da chiedersi se il suo discorso sia stato un omaggio o, più sottilmente, un esame.
p.S.D.
Silere non possum