Città del Vaticano – Dal 7 gennaio 2026 Leone XIV ha avviato un lungo percorso di meditazione sui documenti del Concilio Vaticano II, e nelle ultime settimane si è soffermato sulla Costituzione dogmatica Lumen gentium. Proprio l'8 aprile scorso aveva offerto la settima catechesi del ciclo, dedicata al tema «Santità e consigli evangelici nella Chiesa». Questa mattina, però, il Pontefice ha scelto di concedersi una pausa nel cammino conciliare per ritornare con il cuore al terzo Viaggio apostolico internazionale del suo pontificato, da poco concluso, e condividere con il clero e i fedeli presenti in piazza San Pietro le impressioni e le idee maturate in quei giorni intensi.

Come è noto, Leone XIV si è giustamente lamentato con i giornalisti che hanno tentato di strumentalizzare il viaggio apostolico in chiave politica: anche per questo motivo è stata presa la decisione, in questa cornice di una Piazza San Pietro gremita, di riprendere personalmente quanto vissuto e di offrire egli stesso la chiave di lettura di un pellegrinaggio che ritiene molto importante. Davanti ai pellegrini riuniti per l'udienza generale, il Papa ha così incentrato la sua meditazione sul tema «Il Viaggio Apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale», prendendo come traccia il mandato missionario di Matteo 28,16-20.

«Un viaggio pensato fin dall'inizio del pontificato»

«Fin dall'inizio del pontificato ho pensato a un viaggio in Africa», ha esordito Leone XIV, ringraziando il Signore «che mi ha concesso di compierlo, come Pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio». Ed è qui che il Papa ha consegnato ai fedeli la prima e decisiva chiave di lettura del pellegrinaggio compiuto dal 13 al 23 aprile: quel viaggio è stato vissuto «anche come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale».

Una cornice, questa, che riposiziona l'intero pellegrinaggio nel suo orizzonte autentico, quello pastorale e profetico, lontano dalle letture geopolitiche cui pure è stato sottoposto in questi giorni. Dopo aver espresso il proprio «grazie» più sentito ai Vescovi, alle Autorità civili e a quanti hanno collaborato all'organizzazione, il Papa ha cominciato il racconto Paese per Paese.

Algeria: i tre ponti e le radici di Sant'Agostino

«La Provvidenza ha voluto che la prima tappa fosse proprio il Paese dove si trovano i luoghi di Sant'Agostino, cioè l'Algeria». Per Leone XIV, l'approdo in terra algerina ha avuto un duplice significato: «ripartire dalle radici della mia identità spirituale» e, al tempo stesso, «attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi». Tre ponti, ha precisato il Papa: «il ponte con l'epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano».

L'accoglienza ricevuta - «non solo rispettosa ma cordiale» - ha permesso, ha detto il Santo Padre, di «toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso». E poi la figura di Sant'Agostino, evocata come maestro «nella ricerca di Dio e della verità»: una testimonianza, quella del santo di Ippona, «oggi quanto mai importante per i cristiani e per ogni persona».

«Come Gesù tra le folle di Galilea»

Negli altri tre Paesi visitati, ha spiegato il Papa, la popolazione è invece «a larga maggioranza cristiana», e l'esperienza vissuta è stata quella di «un clima di festa della fede, di accoglienza calorosa, favorito anche dai tipici tratti della gente africana». Un'esperienza che Leone XIV ha collocato nella scia dei suoi Predecessori, con un'immagine evangelica di rara intensità: «Ho sperimentato anch'io un po' di quello che accadeva a Gesù con le folle della Galilea: Lui le vedeva assetate e affamate di giustizia, annunciava loro: "Beati i poveri, beati i miti, beati gli operatori di pace…" e, riconoscendo la loro fede, diceva: "Voi siete sale della terra e luce del mondo"».

Camerun, l'«Africa in miniatura»

In Camerun il Papa ha voluto rafforzare «l'appello a impegnarci insieme per la riconciliazione e la pace», in un Paese «purtroppo segnato da tensioni e violenze». Significativa la tappa a Bamenda, nella zona anglofona, dove Leone XIV si è detto contento di essersi recato per incoraggiare «a lavorare insieme per la pace».

Qui il Pontefice ha proposto una rilettura suggestiva di un'espressione tradizionale. Il Camerun viene chiamato «Africa in miniatura» per la varietà e la ricchezza della sua natura e delle sue risorse - ma quella stessa espressione, ha osservato il Papa, «possiamo intendere anche nel senso che i grandi bisogni dell'intero continente li ritroviamo in Camerun».

E li ha elencati con precisione: «un'equa distribuzione delle ricchezze; quello di dare spazio ai giovani, superando la corruzione endemica; quello di promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile, opponendo alle varie forme di neo-colonialismo una lungimirante cooperazione internazionale». È in questo passaggio che il magistero sociale di Leone XIV si fa più tagliente, indicando senza giri di parole i nodi strutturali del continente. Il Papa ha poi ringraziato la Chiesa e il popolo camerunese, pregando che «lo spirito di unità che si è manifestato durante la mia visita sia mantenuto vivo e guidi le scelte e le azioni future».

Angola: «Chiesa libera per un popolo libero»

La terza tappa è stata in Angola, «grande Paese a sud dell'equatore, di plurisecolare tradizione cristiana, legata alla colonizzazione portoghese». Il Papa ha ricordato come, dopo aver raggiunto l'indipendenza, l'Angola abbia attraversato «un periodo travagliato», nel suo caso «insanguinato da una lunga guerra interna». Ma proprio in quel crogiolo, ha detto, «Dio ha guidato e purificato la Chiesa convertendola sempre più al servizio del Vangelo, della promozione umana, della riconciliazione e della pace». Da qui la formula sintetica che ha racchiuso il senso della tappa: «Chiesa libera per un popolo libero!».

Particolarmente toccante il riferimento al Santuario mariano di Mamã Muxima dove Leone XIV ha sentito «pulsare il cuore del popolo angolano». E poi il racconto, quasi un affresco, di ciò che il Papa ha visto nei diversi incontri: «tante religiose e tanti religiosi di ogni età, profezia del Regno dei cieli in mezzo alla loro gente»; «catechisti che si dedicano interamente al bene delle comunità»; «volti di anziani scolpiti da fatiche e sofferenze e trasparenti alla gioia del Vangelo»; «donne e uomini danzare al ritmo di canti di lode al Signore risorto, fondamento di una speranza che resiste alle delusioni causate dalle ideologie e dalle vane promesse dei potenti».

Una speranza, ha tenuto a precisare il Pontefice, che «esige un impegno concreto»: con le Autorità civili angolane, ma anche con quelle degli altri Paesi, ha potuto assicurare la volontà della Chiesa Cattolica di continuare a contribuire, «in particolare in campo sanitario ed educativo».

Guinea Equatoriale: il canto dei detenuti di Bata

L'ultima tappa è stata la Guinea Equatoriale, raggiunta «a 170 anni dalla prima evangelizzazione». Lì, ha raccontato il Papa, il popolo guineano «ha rinnovato con grande entusiasmo la sua volontà di camminare unito verso un futuro di speranza».

Ma è un episodio in particolare che Leone XIV ha voluto consegnare alla memoria dei fedeli qui in piazza San Pietro. «Non posso dimenticare ciò che è accaduto nel carcere di Bata»: i detenuti hanno cantato «a gola spiegata un canto di ringraziamento a Dio e al Papa», chiedendo di pregare «per i loro peccati e la loro libertà». «Non avevo mai visto nulla di simile», ha confidato il Pontefice. E poi la preghiera del Padre nostro recitata insieme «sotto una pioggia battente»: «Un segno genuino del Regno di Dio!».

E sempre sotto la pioggia è iniziato anche il grande incontro con la gioventù nello stadio di Bata, definito dal Papa «una festa di gioia cristiana, con testimonianze toccanti di giovani che hanno trovato nel Vangelo la via di una crescita libera e responsabile». Una festa culminata nella celebrazione eucaristica del giorno successivo, che ha coronato «degnamente» tanto la visita in Guinea Equatoriale quanto l'intero Viaggio apostolico.

«Una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero»

A conclusione di una meditazione che è stata, più che una catechesi, una vera e propria condivisione - proprio come accade tra amici e fratelli nella fede quando si racconta un viaggio che ha lasciato il segno - Leone XIV ha consegnato la sintesi più alta del senso del pellegrinaggio: «La visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti». Felice di aver offerto loro questa possibilità, il Pontefice ha voluto ribaltare la prospettiva e ringraziare il Signore «per ciò che loro hanno donato a me, una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero».

Il pensiero a Santa Caterina da Siena

Nella parte conclusiva dell'udienza, il Papa ha rivolto il suo «cordiale benvenuto» ai pellegrini e ha poi fatto riferito a Santa Caterina da Siena, vergine domenicana e Dottore della Chiesa. «Cari giovani», ha esortato il Pontefice, «siate innamorati di Cristo, come lo fu Caterina, per seguirlo con slancio e fedeltà». Ai malati ha chiesto di immergere le loro sofferenze «nel mistero d'amore del Sangue del Redentore, contemplato con speciale devozione dalla Santa senese»; agli sposi novelli ha ricordato di essere, con il loro reciproco amore, «segno dell'amore di Cristo per la Chiesa».

s.F.V.
Silere non possum



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