Città del Vaticano – Questa mattina il Santo Padre Leone XIV ha ricevuto in udienza S.E.R. Mons. Daniele Libanori, S.I. Nel riportare la notizia, la Sala Stampa della Santa Sede non fa nessun riferimento al singolare titolo di “Assessore del Santo Padre per la Vita Consacrata” che, il 6 aprile 2024, era stato cucito addosso a Libanori da Papa Francesco con una nomina formale che, nel medesimo giorno, vedeva silurati dal Palazzo del Laterano il vescovo ausiliare e il Vicario per la Diocesi di Roma.
Un titolo creato a tavolino e rimasto senza sostanza
La nomina del 2024 presentò Libanori come “Assessore del Santo Padre per la Vita Consacrata” e maturò in un contesto di tensioni ormai strutturali, esacerbate dal clima generato prima dalla vicenda Marko Ivan Rupnik e poi dall’inchiesta sul Vicariato di Roma, due dossier portati alla luce da Silere non possum. In quel periodo Libanori era vescovo ausiliare per il Settore Centro: molti presbiteri raccontavano di aver sperimentato un clima senza precedenti, segnato da atteggiamento scontroso, autoritario e manipolatorio, con modalità di gestione che alimentavano fratture invece di ricomporle. Se per quanto riguardava la vicenda del suo confratello gesuita sloveno Libanori aveva agito con coraggio e lungimiranza, nella sua attività di ausiliare del settore centro e nel Vicariato di Roma erano emerse non poche criticità sul suo operato.
L’escalation vi fu quando dal Vicariato di Roma venne diffuso un comunicato nel quale si sosteneva che i sacerdoti del Settore Centro avessero espresso “solidarietà” a Libanori a seguito di quanto veniva portato alla luce. Come è consuetudine non si ragionava sui fatti ma semplicemente si interveniva per mostrare i muscoli. Nel frattempo, però, anche Francesco a Santa Marta leggeva e chiedeva spiegazioni perchè "molte cose, molti documenti, emergono da questo sito ma io non li ho mai visti prima", riferiva ai collaboratori. La realtà, però, fu diversa da quella raccontata dal Vicariato: molti presbiteri scrissero a Silere non possum precisando di non aver mai firmato quel testo, smentendo di fatto l’impostazione del comunicato e mettendo il Vicariato con le spalle al muro. Da quel momento la situazione precipitò ulteriormente: nelle riunioni del Consiglio Episcopale, più che un confronto sui problemi reali della diocesi, prevalevano gli scontri tra Libanori e il Cardinale Angelo De Donatis, in un quadro che i vescovi descrivevano come ormai irrespirabile.
Fu in tale contesto che papa Francesco decise di rimuovere entrambi dalla scena del governo romano: De Donatis venne destinato alla Penitenzieria Apostolica, mentre per Libanori si optò per una soluzione di fatto anomala, confezionando una qualifica che consentisse di accompagnarne l’uscita senza esporla come un atto di sfiducia esplicito. Una scelta resa, inoltre, ancora più necessaria dalle reazioni registrate in diverse diocesi: laddove si era anche solo paventata l’ipotesi di una sua nomina come ordinario, non pochi presbiteri fecero sapere che avrebbero opposto una resistenza durissima, arrivando a prefigurare una vera e propria sollevazione nel caso in cui quella designazione fosse stata imposta.
In questi anni, però, Libanori è di fatto sparito dalla scena e non risulta abbia svolto alcun incarico per il Pontefice riconducibile a quel titolo. E questo non può che essere un bene, considerata la “gestione” dei seminaristi - o aspiranti tali - che il gesuita ha praticato negli anni, giocando a fare lo psicologo e trattando percorsi vocazionali e coscienze come situazioni "da guarire". Quel gioco, però, oggi è arrivato al capolinea.
Oggi,5 gennaio 2026, Leone XIV riceve Libanori, ma la Sala Stampa della Santa Sede lo identifica esclusivamente con il suo titolo di “Vescovo titolare di Buruni”. Non è un dettaglio. Leone non ha bisogno di "assessori personali", tantomeno su un tema su cui, molto probabilmente, Libanori dovrebbe solo che prendere lezioni da Prevost.
d.P.A.
Silere non possum