Nello Studio Ovale, mentre gli Stati Uniti affrontano una nuova fase di tensione con l’Iran, un gruppo di leader evangelici ha pregato attorno a Donald Trump, imponendogli le mani e invocando su di lui protezione e guida. L’immagine, rilanciata dalla Casa Bianca e circolata rapidamente sui social, ha riportato al centro una questione che attraversa da tempo la vita pubblica americana: il rapporto tra religione, potere e guerra.
Pregare per chi governa appartiene alla tradizione cristiana. Da secoli le Chiese accompagnano con la preghiera la vita delle istituzioni, chiedendo per i responsabili politici sapienza, prudenza, senso del limite. In questo caso, però, il quadro appare più complesso. La scena si colloca infatti nel pieno di una crisi internazionale e assume, per forza di cose, un significato che va oltre la devozione privata. Più che il gesto in sé, colpisce il contesto in cui avviene e il messaggio che può trasmettere: quello di una vicinanza religiosa che finisce per sovrapporsi alla legittimazione dell’azione politica. Negli Stati Uniti questo intreccio non è nuovo. Una parte dell’evangelicalismo ha sviluppato negli anni una lettura fortemente provvidenzialistica della storia americana, nella quale la nazione viene percepita come soggetto investito di una missione particolare. È una linea culturale che affonda le radici nell’idea del manifest destiny, riemersa più volte nella politica estera americana, e che in alcuni ambienti religiosi si è saldata con una visione del Medio Oriente letta anche in chiave profetica e apocalittica. In questo orizzonte la politica smette di apparire come campo del limite, della mediazione e della responsabilità, e viene percepita come terreno di una investitura superiore.
La storia mostra quanto questo slittamento sia delicato. È accaduto nel Medioevo con il linguaggio della guerra santa. È accaduto in epoca coloniale, quando le conquiste venivano accompagnate da una retorica religiosa capace di giustificare dominio e violenza. È accaduto ogni volta che il potere ha cercato, accanto agli strumenti della forza, anche il conforto di una consacrazione simbolica. In quei momenti la religione perde la sua funzione critica e viene assorbita dentro una grammatica di governo. Anche sul piano psicologico la sacralizzazione del leader produce un effetto inquietante perchè attenua la percezione della sua responsabilità ordinaria. Se il capo viene circondato da figure religiose che lo indicano come destinatario di una speciale benedizione, la critica rischia di apparire meno legittima, il dissenso si carica di una tonalità morale, l’avversario viene progressivamente sottratto alla dimensione politica per essere ricondotto a una categoria quasi assoluta del male. Da qui in avanti il passaggio è rapido: il conflitto storico si carica di significati ultimi e il linguaggio della prudenza arretra.
Il sacro piegato al potere
La cultura italiana ha già visto, anche in anni recenti, il tentativo di piegare il linguaggio religioso alla costruzione del consenso politico. È accaduto anche con Matteo Salvini, quando simboli, rosari, invocazioni ai santi e richiami alla Madonna sono entrati nella scena pubblica non come espressione di fede personale custodita con discrezione, ma come segni esibiti dentro una strategia di legittimazione. Non è un fenomeno nuovo. La nostra letteratura, molto prima della politica contemporanea, aveva già riconosciuto questa tentazione e ne aveva mostrato il carattere distruttivo. Dante è il primo grande testimone di questa degenerazione. Nel canto dei simoniaci non se la prende soltanto con la corruzione morale di alcuni papi: mette a nudo una Chiesa che ha scambiato il servizio con il dominio, che cerca l’alleanza dei potenti, che trasforma le realtà spirituali in strumenti di comando e di ricchezza. Quando denuncia pastori che si prostituiscono ai re della terra e accusa chi ha fatto “Dio d’oro e d’argento”, Dante descrive proprio questo: il momento in cui il sacro viene sequestrato dal potere e ridotto a copertura delle sue ambizioni. Anche Manzoni si muove in una direzione opposta rispetto a ogni sacralizzazione della forza. Nei Promessi sposi la Provvidenza non coincide mai con chi prevale, con chi intimorisce o con chi dispone di relazioni e prestigio. Don Rodrigo resta un potente, ma il suo potere non acquista per questo alcuna giustizia. E l’Innominato mostra con ancora più chiarezza dove Manzoni colloca l’azione di Dio nella storia: non nella benedizione della violenza, ma nella crisi della coscienza, nel cedimento interiore del dominatore, nella possibilità della conversione. La Provvidenza, in Manzoni, non consacra il sopruso: lo giudica e ne apre la ferita. Con Ungaretti, davanti alla guerra, ogni costruzione ideologica cade. Restano gli uomini. Restano i corpi. Restano la paura, la solitudine, l’attesa della morte. In “Veglia” c’è un soldato che passa la notte accanto al cadavere di un compagno, con la bocca digrignata e le mani contratte: non c’è alcuna retorica eroica, ma la violenza nuda della guerra che entra nella carne. In “San Martino del Carso” il paese distrutto diventa il riflesso delle perdite interiori: “Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro”. E in “Soldati” tutto si condensa in quei versi essenziali, “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”, che non glorificano nulla e non giustificano nulla: restituiscono soltanto la precarietà radicale dell’uomo esposto alla storia. È questa la guerra, prima di ogni discorso che pretenda di rivestirla di senso religioso: città colpite, famiglie spezzate, esistenze sospese, vite che possono cadere da un momento all’altro.
La preghiera, il potere e il confine morale della politica
Per questo la scena della preghiera nello Studio Ovale solleva interrogativi che non sono soltanto politici. La questione tocca il modo in cui il nome di Dio entra nello spazio pubblico. La preghiera cristiana, nella sua forma più autentica, accompagna il potente ricordandogli che non è assoluto, che deve rendere conto delle sue decisioni, che la forza non basta a fondare la giustizia. Quando invece il gesto religioso si colloca accanto alla possibilità della guerra, e viene percepito come sigillo di una scelta già in atto, il rischio di ambiguità diventa evidente. Negli ultimi giorni Papa Leone XIV ha chiesto di “fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”, riportando la crisi entro l’orizzonte della responsabilità politica, del dialogo e della diplomazia. Nelle scorse ore questo richiamo ha trovato un’ulteriore conferma nel video diffuso dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa, registrato nella Chiesa di San Pellegrino in Vaticano, dove il Pontefice invoca il “Signore della Vita”, chiede che “le nazioni rinuncino alle armi e scelgano la via del dialogo e della diplomazia”, e domanda ai leader il coraggio di “abbandonare i progetti di morte”. In queste parole si misura una distanza precisa: da una parte l’uso del linguaggio religioso per accompagnare il potere mentre esercita la forza; dall’altra una preghiera che richiama la politica al suo limite morale, rimette al centro i più vulnerabili e riafferma il primato della pace.
In sostanza, quando la fede rinuncia a interrogare la coscienza di chi esercita il potere e finisce per accompagnarne la forza, resta una domanda che attraversa i secoli: in quel gesto si sta ancora pregando Dio, o lo si sta usando per dare al male una veste religiosa?
d.F.M.
Silere non possum