Città del Vaticano - Alle 9 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Predicatore della Casa Pontificia, padre Roberto Pasolini, O.F.M. Cap., ha tenuto la terza predica di Quaresima, dedicata al tema della missione dentro il percorso di meditazioni su san Francesco. Nella sua riflessione la missione non è stata presentata come un’attività aggiuntiva rispetto alla conversione e alla fraternità, ma come il loro compimento: ciò che Francesco ha ricevuto non può essere custodito per sé, perché è destinato a raggiungere la vita degli altri. Pasolini ha costruito la meditazione attorno a cinque passaggi: il primato della testimonianza, il farsi accogliere, l’attesa delle domande, l’incontro con l’altro e infine il paradosso evangelico dell’essere “sottomessi a tutti”.

Il primo punto: il Vangelo non si trasmette anzitutto con formule o discorsi ben costruiti, ma attraverso una vita che si lascia cambiare. Pasolini insiste su una intuizione francescana decisiva: Cristo deve prima prendere forma dentro il credente, poi potrà essere riconosciuto all’esterno. Per questo Francesco diffida delle parole non incarnate e richiama i frati a “predicare con le opere”. La missione, dunque, non coincide con il parlare di Dio, ma con il lasciare che Dio diventi visibile nei gesti, nelle scelte, nelle relazioni. È qui che il testo introduce una delle immagini più forti della meditazione: il credente come “madre” di Cristo, chiamato a portarlo in sé e a generarlo nel mondo attraverso il santo operare.

Da qui deriva il secondo passaggio, forse il più spiazzante: prima di annunciare, bisogna lasciarsi accogliere. Pasolini legge il mandato evangelico ai discepoli e ne trae una conseguenza precisa: il missionario non entra nella vita altrui come chi porta qualcosa a chi ne è privo, ma come chi riconosce un bene già presente e gli dà un nome. Per questo l’evangelizzazione viene sottratta a ogni riflesso di superiorità. Chi si lascia ospitare riconosce che l’altro non è solo destinatario, ma anche persona da cui ricevere. La missione diventa così un gesto povero e disarmato, capace di far emergere ciò che Dio sta già operando nel cuore degli uomini.

Il terzo snodo riguarda il tempo dell’ascolto. Pasolini afferma che evangelizzare non significa riempire il silenzio di risposte, ma attendere che emergano le domande vere. L’episodio dei briganti e quello dell’eunuco etiope sono serviti a mostrare proprio questo: prima di chiedere un cambiamento, bisogna offrire accoglienza, rispetto, fiducia. Solo così la parola può raggiungere il cuore. L’annuncio, in questa prospettiva, occupa poco spazio; molto più decisivi sono il cammino condiviso, la pazienza, l’ascolto, la capacità di accompagnare senza forzare.

La parte conclusiva della meditazione si è concentrata sull’incontro di Francesco con il sultano a Damietta. Pasolini non ha letto quell’episodio come un fallimento perché non produce una conversione visibile, ma come una manifestazione riuscita del Vangelo: due uomini, in mezzo alla guerra, riescono a incontrarsi senza imporsi l’uno sull’altro. Da qui nasce anche l’ultima parola-chiave della meditazione, “sottomessi a tutti”, che non indica rinuncia o debolezza, ma una forma alta di libertà evangelica. Non stare sopra, ma sotto; non conquistare, ma fare spazio. Per Pasolini è questa la forma dell’amore di Cristo e, insieme, il criterio della missione francescana.

L’ultima meditazione di questa Quaresima sarà offerta al Papa e alla Curia venerdì prossimo.



Commenti

Ancora nessun commento...

Lascia un commento

Per prendere parte alla discussione devi far parte della community. Abbonati ora!