Milano - Quella che inizialmente era stata presentata come una reazione inevitabile di fronte a una minaccia armata si è trasformata, nel giro di poche settimane, in un'indagine per omicidio volontario e depistaggio. La morte di Abderrahim Mansouri, ucciso a 28 anni da un colpo di pistola esploso da un agente della Polizia di Stato italiana alla periferia di Milano, ha sollevato interrogativi inquietanti sull'operato delle forze dell'ordine e acceso un forte dibattito politico.
Domande che riaffiorano ogni volta che la verità riesce a incrinare il muro di omertà che spesso avvolge l’operato delle forze dell’ordine in Italia. Ogni tragedia sembra risvegliare una consapevolezza sopita, portando qualcuno a esclamare: «Ah, le nostre Forze dell’Ordine hanno un problema». Sì, un problema c’è, ed è tanto più grave quando al Governo siedono individui che, invece di affrontarlo, scelgono di proteggere queste dinamiche con strumenti come gli “scudi penali”.
Diciamolo chiaramente, per amore di verità e per smentire subito chi crede che raccontare i fatti significhi screditare un'istituzione. Non è affatto così. Al contrario, fare chiarezza significa rendere onore a un'istituzione che non può permettersi di essere opaca o di diventare un rifugio per comportamenti criminali. È importante riconoscere che molti membri delle forze dell’ordine svolgono il loro lavoro con dedizione e profonda convinzione nella loro missione. Giovani, spesso nostri coetanei, che indossano la divisa con autentico spirito di servizio e la onorano ogni giorno. Tuttavia, è tempo di superare la retorica delle “mele marce”, perché il problema è di natura sistemica. Riguarda il modo in cui questi operatori vengono formati, addestrati e il contesto culturale e professionale in cui operano. Un contesto che, soprattutto per i più anziani, è stato spesso influenzato da una visione della divisa non come simbolo di servizio, ma come strumento di superiorità sugli altri.
Leone XIV, lo scorso mercoledì, ha ricordato: «Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie “strutture di peccato” di ordine economico, culturale, politico e persino religioso». Ecco, l’ambiente reale in cui crescono e operano molti appartenenti alle forze dell’ordine non è affatto limpido, e questo è evidente. Ignorare questa realtà è inutile, soprattutto considerando che, nell’ordinamento italiano, un appartenente alle forze dell’ordine è presunto dire sempre la verità, lasciando a te l’onere di dimostrare il contrario. Una stortura che appare ancora più assurda alla luce delle numerose menzogne e coperture reciproche emerse in casi come quelli di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi.

Cosa è successo a Rogoredo?
Ecco come si sono evoluti i fatti, dalla prima versione ufficiale fino agli arresti scattati nelle scorse ore.
La notte del 26 gennaio e la versione ufficiale
Tutto inizia la notte del 26 gennaio 2026 a Rogoredo, quartiere nella periferia sud-est di Milano noto per le piazze di spaccio. Carmelo Cinturrino, siciliano 42enne, assistente capo del commissariato Mecenate, spara un colpo di pistola che uccide Abderrahim Mansouri.
La prima ricostruzione fornita da Cinturrino e dai suoi quattro colleghi appare lineare: l'agente racconta di aver raggiunto la zona dopo aver sentito via radio di un arresto in corso. Arrivato vicino alla stazione della metropolitana di San Donato, avrebbe riconosciuto Mansouri, noto per precedenti penali. Secondo il racconto iniziale, il 28enne gli avrebbe puntato contro una pistola, ignorando l'ordine di fermarsi e continuando ad avanzare. A quel punto, Cinturrino avrebbe sparato da circa venti metri per legittima difesa.
Accanto al corpo della vittima viene effettivamente trovata una pistola, che si rivelerà essere un'arma giocattolo priva del tappo rosso.
I primi dubbi: l'autopsia e i tempi che non tornano
Nelle settimane successive, la versione della polizia inizia a mostrare gravi incongruenze. Gli avvocati della famiglia Mansouri, Debora Piazza e Marco Romagnoli, e la Procura di Milano raccolgono elementi che smentiscono la dinamica frontale descritta dall'agente.
L'autopsia: Cinturrino aveva dichiarato che Mansouri lo stava fronteggiando. L'esame autoptico rivela invece che il proiettile ha colpito l'uomo alla tempia destra mentre il volto era leggermente girato a sinistra. Secondo i legali della famiglia, questo dettaglio suggerisce che Mansouri stesse scappando e non attaccando.
Il buco di 23 minuti: I tabulati telefonici e le registrazioni mostrano un ritardo inspiegabile. Tra il momento dello sparo e la chiamata al 118 passano ben 23 minuti, nonostante l'agente avesse descritto la vittima come agonizzante.
Lo zaino misterioso: Le telecamere di sorveglianza riprendono uno dei colleghi di Cinturrino mentre, in quel lasso di tempo, si allontana per recarsi al commissariato di via Quintiliano. L'agente entra a mani vuote ed esce con uno zaino, il cui contenuto non è stato chiarito. L'ipotesi della Procura è che lo zaino servisse a trasportare la pistola finta sulla scena del crimine.
La svolta forense: DNA e impronte
Le analisi della polizia scientifica segnano il punto di non ritorno per la credibilità della versione difensiva. Sulla pistola giocattolo trovata accanto al cadavere non vengono trovate impronte di Mansouri.
Al contrario, sull'arma vengono rilevate tracce genetiche (DNA) riconducibili a Cinturrino. Questo elemento rafforza la tesi della Procura: Mansouri era disarmato al momento dello sparo e l'arma finta sarebbe stata messa accanto al corpo in un secondo momento per simulare una minaccia e giustificare l'uccisione. È la conferma dell'ipotesi di una messa in scena orchestrata per coprire l'omicidio.

L'arresto e le accuse pesanti
Di fronte a questi elementi, la situazione precipita. Ieri, lunedì 23 febbraio 2026, Carmelo Cinturrino viene arrestatomentre è in servizio. La Procura di Milano lo accusa di omicidio volontario. Non è solo: i quattro colleghi presenti quella notte sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. L'accusa ritiene che abbiano avallato il falso racconto della minaccia armata e ritardato volontariamente i soccorsi per avere il tempo di alterare la scena del crimine ("inquinamento delle prove").
Oltre all'omicidio, emergono ombre sul passato dell'agente. Alcuni quotidiani italiani riportano indagini parallele su presunte richieste di pizzo agli spacciatori della zona e un precedente episodio di furto di denaro durante un arresto, ripreso da una telecamera nel 2024.
Non si tratta di episodi isolati. Esistono anche situazioni che rimangono nell’ombra, spesso legate all’abilità dei soggetti coinvolti nel nascondere le proprie azioni. A Roma, qualche anno fa, ci fu uno scontro tra spacciatori e Carabinieri che si concluse con un morto. In quel caso, la vittima fu un carabiniere. Tuttavia, emersero diverse incongruenze tra i colleghi coinvolti, e negli anni successivi si sono aggiunte ulteriori ombre su alcuni di loro, come episodi in cui agivano per conto di “amiche” senza nemmeno informare i Pubblici Ministeri. Non si tratta, dunque, di semplici “mele marce”, e queste dinamiche non sono affatto rare. Basti pensare al caso dei carabinieri di Aulla (MS), accusati di abusare delle prostitute per poi rilasciarle o di torturare immigrati (con registrazioni audio e intercettazioni ambientali). Questi sono solo alcuni esempi, e spesso chi sceglie di essere sincero si espone a maggiori rischi, perché la logica del branco impone di «coprire il collega». Una realtà inquietante.
Il contraccolpo politico
L'arresto di Cinturrino rappresenta un notevole imbarazzo politico, soprattutto per i partiti di destra che avevano prontamente abbracciato la narrativa del “poliziotto vittima di magistrati che indagano senza motivo”. Questo episodio era stato strumentalizzato dal Governo per sostenere la necessità di una legge che tutelasse le Forze dell’Ordine, prevedendo che, in caso di reati commessi in servizio - come l’uccisione di una persona - non scattasse automaticamente un’indagine. Subito dopo i fatti, Matteo Salvini, che non coglie mai l’occasione per tacere, aveva dichiarato: "Io sto con il poliziotto senza se e senza ma", mentre la Lega organizzava gazebo e raccolte firme in solidarietà all’agente. Anche Fratelli d’Italia aveva inviato delegazioni per esprimere vicinanza, e il Governo aveva sfruttato l’episodio per promuovere il "pacchetto sicurezza" e nuove norme a favore delle Forze dell’Ordine.
Nel frattempo, giornalisti legati ai partiti politici si erano affrettati a realizzare video imbarazzanti, schierandosi apertamente dalla parte del poliziotto, senza conoscere i fatti, senza che le indagini fossero nemmeno iniziate. Questo è il livello del giornalismo italiano: lo stesso che si riempie la bocca di tesserini e leggi a tutela della stampa. Ma quale stampa? Quella che accetta come verità assoluta ciò che è conveniente per il Presidente del Consiglio che li paga e li manda in televisione a fare spettacolo? Se è così, siamo messi davvero male.
Con l'emergere della verità, la narrazione attorno alla vicenda ha subito un drastico cambiamento. Gli stessi protagonisti che si erano affrettati a schierarsi in difesa del poliziotto hanno rapidamente cambiato registro, dimenticando che il web conserva tutto e non perdona. Il Premier italiano, Giorgia Meloni, ha definito l'eventuale conferma delle accuse come un "tradimento nei confronti della nazione". Matteo Salvini, invece, ha ricalibrato la sua posizione, dichiarando che "chi sbaglia in divisa paga anche di più". Nel frattempo, l'opposizione ha chiesto al Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, di riferire in Parlamento, denunciando l'uso strumentale e politico che era stato fatto della vicenda, ben prima che i fatti fossero chiariti.
Questa vicenda non è altro che l'ennesima dimostrazione di come le istituzioni italiane riflettano un Paese incapace di comprendere che la vita delle persone e il governo di una nazione non sono un gioco, ma una questione di estrema serietà.
S.M.
Silere non possum