Kilamba/Muxima - C'è qualcosa di commovente nel vedere Leone XIV scendere tra la gente di un Paese che porta ancora, incisa nella carne, la memoria di una guerra lunga e brutale. Il Papa non è venuto a portare risposte ma a camminare insieme a questo popolo predicando il Vangelo. Ed è il Vangelo di questa Terza Domenica di Pasqua - i discepoli di Emmaus – che sembra proprio incarnarsi in questa terra. Ieri sera l'incontro con i vescovi angolani, stamattina la Messa a Kilamba davanti a una folla che - come sanno fare i grandi raduni africani - tiene insieme preghiera e festa senza che l'una tolga nulla all'altra, poi il pranzo in nunziatura, e nel pomeriggio l'elicottero verso Muxima, il santuario mariano dove il Papa pregherà il Rosario nella spianata davanti alla "Mama Muxima", la Madonna nel cui nome questo popolo ha imparato a sperare anche quando sembrava impossibile farlo.

Leone XIV, a guardarlo, non tradisce la fatica. Anzi, sembra che il contatto con la gente lo carichi invece di consumarlo. In alcune celebrazioni lo abbiamo visto cantare coi fedeli, e in certi momenti lo abbiamo visto ridere di gusto, con una spontaneità disarmante. Eppure, negli incontri istituzionali si è fatto serio, misurato, e ha lanciato appelli che sarebbe un errore archiviare come formule di circostanza. Parole pensate, parole pesate. Il Papa sa che non saranno dimenticate.
Ma è a Kilamba che Leone XIV ha preso il vangelo del giorno e lo ha posato sull'Angola come si posa una mano sulla fronte di chi ha la febbre. «In questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell'Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità». Il Papa ha chiamato le cose col loro nome: la guerra civile, «il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà». Il rischio dei due discepoli di Emmaus - camminare senza sperare, parlare senza riuscire a ricominciare - è il rischio concreto di un popolo segnato da decenni di conflitto. Il Papa lo ha detto chiaramente: «Quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore, si corre il rischio dei due discepoli di Emmaus: perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento».
Cristo risorto che cammina accanto, che apre gli occhi, che spezza il pane. E questa esigenza concreta rivolta alla Chiesa angolana che Leone mette al centro: essere essa stessa pane spezzato. «L'Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri». Insomma, una Chiesa che sa raccogliere il grido dei suoi figli. «Occorre sempre vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale», ha messo in guardia il Papa. Un richiamo alla fedeltà ecclesiale che è un tema caldo in questa terra.
Concludendo il Pontefice ha detto: «Oggi c'è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo!»
Al termine della Messa, prima di congedarsi dalla folla di Kilamba, Leone XIV ha cantato il Regina Coeli insieme ai fedeli. Poi ha parlato dell'Ucraina: «Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi, che continuano a colpire anche i civili» e ha rinnovato l'appello perché «tacciano le armi e si persegua la via del dialogo». Poi ha accolto come «un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante» la tregua annunciata in Libano con l'incoraggiamento a chi lavora per la diplomazia a non fermarsi. Il canto del Regina Coeli, ha spiegato il Papa, non serve a «cancellare né soffocare il grido di chi soffre», ma ad abbracciarlo, a tenerlo dentro la speranza. Un equilibrio difficile, che Leone XIV sembra cercare con ostinazione ad ogni tappa di questo viaggio.
p.V.B.
Silere non possum