Città del Vaticano - Alle ore 9.30 di questa mattina, primo Giovedì Santo del pontificato di Papa Leone XIV, il Santo Padre ha presieduto nella Basilica Vaticana la Santa Messa Crismale, una delle celebrazioni più significative dell’intero anno liturgico. Con lui hanno concelebrato cardinali, vescovi e presbiteri, diocesani e religiosi, presenti a Roma.
Nel corso della celebrazione i chierici hanno rinnovato le promesse fatte il giorno dell’ordinazione. Successivamente hanno avuto luogo la benedizione dell’olio degli infermi, dell’olio dei catecumeni e del sacro crisma, segni che accompagnano la vita sacramentale della Chiesa e che, nella liturgia di questo giorno, esprimono in modo particolarmente eloquente il legame tra Cristo, l’Unto del Padre, e il suo popolo.
Nell’omelia Leone XIV ha collocato la celebrazione alle soglie del Triduo Pasquale, spiegando che ciò che la Chiesa si appresta a rivivere nella passione, morte e risurrezione di Cristo non è soltanto memoria liturgica, ma principio di trasformazione per l’identità stessa del credente e per la missione ecclesiale. Il Papa ha descritto l’azione del Signore con immagini molto significative: «La libertà di Gesù cambia il cuore, cura le ferite, profuma e fa brillare i nostri volti, riconcilia e raduna, perdona e risuscita». Semplici parole che ci offrono il nucleo di questa omelia che ha colpito i sacerdoti presenti: la missione cristiana nasce da una libertà redenta, ricevuta, capace di sanare e ricomporre.
Una missione sola, quella di Cristo
Essendo il primo anno in cui presiede la Messa Crismale come Vescovo di Roma, Leone XIV ha spiegato di voler riflettere con la Chiesa sulla missione alla quale Dio consacra il suo popolo. Il Papa ha insistito sul fatto che esiste una sola missione autenticamente cristiana, che è quella stessa di Gesù Cristo. «È la missione cristiana, la stessa di Gesù, non un’altra», ha detto. Ogni vocazione vi partecipa in modo proprio, ma sempre dentro una logica di comunione: «mai però senza gli altri, mai trascurando o rompendo la comunione». In questo passaggio si comprende bene il taglio dell’intera meditazione offerta stamane. Il Papa non parla del ministero ordinato come realtà isolata o autosufficiente, bensì come servizio reso all’interno di un popolo missionario. «Vescovi e presbiteri, rinnovando le nostre promesse, siamo a servizio di un popolo missionario», ha affermato, ricordando che tutti i battezzati sono membra del Corpo di Cristo, «unti dal suo Spirito di libertà e di consolazione, Spirito di profezia e di unità».
Non stiamo parlando di un Papa populista che parla di missione ma non è mai stato in missione, non stiamo parlando di discorsi aleatori ma è l’esperienza concreta, incarnata, di un uomo che ha vissuto molti anni in missione e ha sperimentato personalmente quanto oggi predica a noi tutti.
© Vatican MediaIl significato della consacrazione: Dio consacra per inviare
Il riferimento evangelico scelto dal Papa è quello di Gesù nella sinagoga di Nazaret. Leone XIV ha spiegato che nell’ora pasquale appare in modo definitivo il senso della consacrazione: Dio consacra per inviare. Per questo ha richiamato le parole di Cristo, «Mi ha mandato», e ha mostrato come il movimento missionario di Gesù leghi il suo Corpo ai poveri, ai prigionieri, a chi vive nel buio, agli oppressi. Da qui deriva il carattere apostolico della Chiesa, inviata oltre sé stessa e consacrata nel servizio delle creature di Dio. Citando il Vangelo di Giovanni, il Papa ha ricordato: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi».
Il primo segreto della missione: il distacco
Una parte centrale dell’omelia è stata dedicata a ciò che il Papa chiama il primo “segreto” della missione: il distacco. Essere mandati, ha osservato, comporta anzitutto il rischio di lasciare ciò che è familiare e certo per inoltrarsi nel nuovo. Gesù stesso ritorna a Nazaret «dove era cresciuto», ma proprio quel luogo diventa il punto dal quale occorre partire. Per Leone XIV questa dinamica riguarda anche la vita ecclesiale: nessun luogo deve diventare un recinto, nessuna identità una tana. È una formulazione molto netta, che mostra come il Papa guardi con sospetto a ogni ripiegamento autoreferenziale.
Il fondamento spirituale di questa partenza viene individuato nella kenosi di Cristo. Leone XIV cita l’inno paolino della Lettera ai Filippesi: Gesù «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso». Da qui trae una conseguenza decisiva: «ogni missione comincia da quel tipo di svuotamento in cui tutto rinasce». Il Papa non invita a cancellare la propria storia. Al contrario, riconosce che affetti, luoghi, esperienze originarie e persino i limiti della formazione ricevuta fanno parte del cammino personale. Però chiede di vivere tutto questo in una forma riconciliata, senza restarne prigionieri. Perciò afferma che «non c’è missione senza riconciliazione con le nostre origini» e, allo stesso tempo, «non c’è pace senza partenze, non c’è consapevolezza senza distacco, non c’è gioia senza rischio». È uno dei passaggi più densi di questa riflessione, perché unisce memoria, purificazione e libertà.
© Vatican MediaL’incontro contro ogni logica di dominio
Il secondo grande asse dell’omelia è quello dell’incontro. Dopo il distacco, Leone XIV indica come legge propria della missione cristiana la rinuncia a ogni forma di potere e di possesso. «L’amore è vero soltanto se disarmato», ha detto, aggiungendo che esso «ha bisogno di pochi ingombri, di nessuna ostentazione». Per il Papa, non può esserci annuncio evangelico autentico ai poveri se ci si presenta «coi segni del potere», né autentica liberazione se non si diventa liberi dal possesso. In questa parte dell’omelia il Pontefice offre anche una lettura critica della storia della missione, riconoscendo apertamente che essa è stata talvolta «stravolta da logiche di dominio, del tutto estranee alla via di Gesù Cristo».
Per esprimere questa coscienza ecclesiale Leone XIV richiama san Giovanni Paolo II, citando la Bolla Incarnationis mysterium e quel passaggio in cui il Pontefice polacco riconosceva che tutti, nel Corpo mistico, portano il peso degli errori e delle colpe di chi li ha preceduti, pur senza responsabilità personale. Questo riferimento è servito al Papa per ricordare che la Chiesa deve guardare anche alla propria storia con verità, senza autoassolversi e senza trasformare la missione in autocelebrazione.
Da qui deriva un’affermazione di forte rilievo anche sul piano pastorale e sociale: «è ormai prioritario ricordare che né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico il bene può venire dalla prevaricazione». Questa considerazione ha un respiro ampio e oltrepassa i confini del solo discorso intraecclesiale. Il Papa lega la credibilità della missione a uno stile fatto di condivisione della vita, servizio disinteressato, rinuncia a strategie di calcolo, dialogo e rispetto. È in questa prospettiva che introduce il tema dell’inculturazione, presentata come forma concreta dell’incarnazione. La salvezza, osserva, può essere accolta solo «nella lingua materna» di ciascuno. Ecco allora il richiamo alla Pentecoste: «Come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?». Il Vangelo raggiunge l’uomo quando non viene imposto dall’esterno come forma estranea, ma si lascia ascoltare nella concretezza di una storia, di una cultura, di un linguaggio.
L’inculturazione e la lingua materna della fede
Molto significativo è anche il riferimento al cardinale Carlo Maria Martini che il Papa ha fatto questa mattina. Citandolo, Leone XIV ha ricordato che lo Spirito Santo «c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli», arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi. Il Papa sembra voler correggere qui una tentazione pastorale ricorrente: quella di pensare la missione come iniziativa posseduta, controllata o prodotta dall’efficienza ecclesiastica. Al contrario, l’azione della Chiesa deve riconoscere un’opera di Dio già in atto.
Siamo ospiti: evangelizzare senza conquistare
Leone XIV ha affermato anche che chi evangelizza deve arrivare con semplicità nei luoghi in cui è inviato, onorando il mistero custodito da ogni persona e da ogni comunità. «Siamo ospiti», ha detto il Papa, applicando questa espressione a vescovi, preti, religiosi e cristiani. E ha aggiunto un’osservazione tanto profonda quanto veritiera: per ospitare bisogna imparare a farsi ospitare. Anche dove la secolarizzazione appare più avanzata, non si è davanti a una terra di conquista. Prevost ha ricordato che le nuove culture producono linguaggi, simboli e paradigmi che il cristiano è chiamato a incontrare in profondità, portando la Parola di Gesù «nei nuclei più profondi dell’anima delle città». La missione, dunque, non è impresa individuale né gesto eroico di pochi, ma «testimonianza viva di un Corpo dalle molte membra».
La croce, l’incomprensione e la prova
La terza dimensione della missione indicata dal Papa è la più radicale: il rifiuto, l’incomprensione, la croce. Leone XIV torna al racconto di Nazaret e ricorda la reazione violenta di coloro che, ascoltando Gesù, si riempiono di sdegno e tentano di gettarlo giù dal monte. Il Papa trae da questo episodio una lezione decisiva per noi che ci apprestiamo ad entrare nel Triduo: non bisogna fuggire dalla prova, ma attraversarla. «La croce è parte della missione», ha affermato senza attenuazioni. L’invio, in quel momento, «si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente». Proprio là dove la missione sembra spezzata, può manifestarsi la fecondità di Dio.
© Vatican MediaLa fedeltà oltre il fallimento: il richiamo a Óscar Romero
A questo punto l’omelia si apre a una riflessione esistenziale e pastorale molto concreta. Il Papa parla delle risurrezioni che possono essere sperimentate quando si discende nel servizio «come un seme nella terra». Riconosce che nella vita si attraversano situazioni nelle quali tutto sembra finito e ci si domanda se la missione sia stata inutile. Diversamente da Gesù, osserva, noi viviamo anche fallimenti che dipendono dalle nostre insufficienze o da quelle altrui. Eppure la speranza rimane possibile. Per illustrarla Leone XIV richiama una testimonianza a lui «particolarmente cara», quella di san Óscar Romero, citandone il testo scritto un mese prima della morte. Le parole dell’arcivescovo martire di San Salvador, riportate dal Papa, parlano di fiducia in Cristo fino all’ultimo respiro, ma soprattutto del valore di «dargli tutta la vita e vivere per Lui». In questo modo Leone XIV mostra che la missione cristiana non si misura sul successo immediato, bensì sulla fedeltà.
Un popolo di testimoni in un tempo oscuro
Nella parte conclusiva il Papa ha guardato al tempo presente. Citando l’Apocalisse - «Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra» - Leone XIV descrive il mondo come uno spazio «conteso tra potenze che lo devastano». Dentro questa situazione, dice, nasce un popolo nuovo, fatto di testimoni. Il compito affidato oggi alla Chiesa è quello di «diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte». La missione, ci spiega il Papa, è una presenza capace di cambiare l’aria dei luoghi feriti dalla violenza, dalla paura, dalla decomposizione morale e spirituale.
Il Santo Padre conclude con un appello rivolto ai presbiteri: «Rinnoviamo il nostro “sì” a questa missione che ci chiede unità e che porta la pace. Sì, noi ci siamo! Superiamo il senso di impotenza e di paura!». In questa Santa Messa Crismale si tratta di una precisa consegna ecclesiale. Leone XIV ha indicato una Chiesa che serve, che parte, che si svuota, che si lascia ospitare, che rinuncia al dominio, che accetta la prova e che resta fedele alla propria missione nel cuore di un tempo oscuro.
d.N.E.
Silere non possum