Città del Vaticano - Questo pomeriggio, alle ore 17.30, dopo aver celebrato con i suoi sacerdoti la Santa Messa Crismale, Papa Leone XIV si è recato nella cattedrale di Roma per celebrare la Santa Messa vespertina nella “Cena del Signore”, con la quale la Chiesa entra nel Triduo pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo. Nel corso della liturgia il Pontefice ha compiuto il rito della lavanda dei piedi a dodici sacerdoti della diocesi di Roma, collocando così al centro della celebrazione il gesto evangelico che accompagna l’istituzione dell’Eucaristia.
Nella sua omelia ha voluto offrire una meditazione sul senso profondo del Giovedì Santo. Leone XIV ha invitato i fedeli a varcare la soglia del Triduo con consapevolezza, spiegando che la Chiesa non assiste da lontano al mistero pasquale, ma vi entra come convocata dal Signore. “Varchiamo questa soglia non come spettatori, né per inerzia, ma coinvolti a titolo speciale da Gesù stesso”, ha detto il Papa. Il punto di partenza è la Cena del Signore, nella quale “il pane e il vino diventano per noi Sacramento di salvezza” e nella quale Cristo manifesta fino in fondo il suo amore: “avendo amato i suoi, che erano nel mondo, li amò fino alla fine”. Fin dalle prime battute Leone XIV ha insistito sul carattere totale e definitivo di questo amore. Gesù, ha spiegato, ama “proprio lì dove il male imperversa”, e ama “definitivamente, per sempre, con tutto sé stesso”. L’Eucaristia non appare così come un semplice rito commemorativo, ma come il luogo in cui il Signore continua a consegnarsi, rivelando “la giustizia di Dio” dentro una storia segnata dal peccato, dalla violenza e dall’infedeltà.
© Vatican MediaDa qui il legame strettissimo tra la mensa eucaristica e la lavanda dei piedi. Il Papa ha ricordato che il gesto compiuto da Cristo verso gli apostoli non è un elemento secondario della narrazione evangelica, ma una chiave decisiva per comprendere il mistero celebrato. “Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”, ha citato da Giovanni, soffermandosi sul termine greco ὑπόδειγμα (upódeigma), che indica “ciò che è mostrato proprio sotto gli occhi”. Secondo Leone XIV, ciò che Gesù mostra non è soltanto una lezione morale né un invito generico all’umiltà: è la sua stessa forma di vita. “Lavare i piedi è gesto che fa sintesi della rivelazione di Dio”, ha affermato, “segno esemplare del Verbo fatto carne”. Dio si lascia conoscere nel servizio, ha sottolineato. Il Figlio, assumendo “la condizione del servo”, rivela la gloria del Padre e insieme smonta i criteri mondani con cui l’uomo misura la grandezza. Il Papa ha parlato di “criteri mondani che sporcano la nostra coscienza”, indicando una deformazione profonda dello sguardo religioso e umano. Per questo ha richiamato le parole di Benedetto XVI il quale osservava che l’uomo tende “sistematicamente” a desiderare “un Dio del successo e non della Passione”.
Leone XIV ha fatto propria questa diagnosi, spiegando che anche oggi resta forte la tentazione di cercare un Dio funzionale ai propri interessi, “che ci faccia vincere, che sia utile come il denaro e il potere”. Invece, ha detto, “Dio ci serve davvero, sì, ma col gesto gratuito e umile di lavare i piedi: ecco l’onnipotenza di Dio”. In questo modo vengono rovesciate le categorie con cui spesso interpretiamo la forza divina: la potenza di Dio si manifesta nell’abbassamento, nella prossimità, nella capacità di chinarsi sull’uomo.
Il Papa ha poi allargato la riflessione, mostrando che il gesto di Cristo purifica insieme l’immagine di Dio e quella dell’uomo. “Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata”, ha detto, “ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto”. In queste parole c’è una critica severa a ogni logica di dominio e una denuncia delle forme di brutalità che attraversano il mondo contemporaneo. Cristo, vero Dio e vero uomo, propone un’altra misura: la dedizione, il servizio, l’amore. Un altro snodo decisivo dell’omelia riguarda il rapporto tra misericordia e conversione. Leone XIV ha chiarito che l’amore del Signore precede la purificazione dell’uomo e ne è la causa. “Il Signore non ci ama perché siamo buoni e puri: ci ama, e perciò ci perdona e ci purifica”. E ancora: “Il Signore non ci ama se ci facciamo lavare dalla sua misericordia: ci ama, e perciò ci lava”. In questo modo viene riaffermato il primato della grazia: non è l’uomo a rendersi degno dell’amore di Dio, ma è l’amore di Dio a rendere possibile la purificazione dell’uomo. Da questa iniziativa divina nasce anche il compito ecclesiale. Il Papa ha richiamato il comando del Signore: “Dovete lavare i piedi gli uni agli altri”. Il servizio reciproco, ha spiegato, non è un gesto facoltativo né una pratica esteriore, ma la forma concreta dell’esistenza cristiana. Per questo ha evocato anche l’omelia di Papa Francesco del 28 marzo 2013, ricordando quelle parole semplici e incisive: “è un dovere che mi viene dal cuore. Lo amo. Amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato”. Leone XIV ha sottolineato che non si tratta di un “astratto imperativo” né di un comando “formale e vuoto”, ma dell’obbedienza della carità all’esempio di Cristo. Il servizio evangelico non sopporta calcolo, convenienza o ipocrisia; può nascere soltanto dall’amore.
Molto significativo anche il passaggio in cui il Santo Padre torna al dialogo tra Gesù e Pietro. “Se non ti lasci lavare”, dice il Signore, “non avrai parte con me”. Leone XIV ne trae una conseguenza precisa: lasciarsi servire da Cristo è la condizione per servire davvero come Lui. Accogliere il Signore come servo è ciò che consente di riconoscerlo come Signore. È una prospettiva che tocca il cuore della vita spirituale, perché chiede di uscire dall’autosufficienza religiosa e di lasciarsi raggiungere da una misericordia che salva. L’omelia si è poi aperta a un orizzonte più ampio, segnato dalla condizione dell’umanità ferita. “Davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità, inginocchiamoci anche noi come fratelli e sorelle degli oppressi”, ha detto il Papa.
È un modo per collegare questo rito liturgico così significativo alla storia concreta. Prevost chiede alla di collocarsi dalla parte di chi subisce violenza, sopraffazione, ingiustizia. Il gesto di Cristo nel Cenacolo diventa così criterio di giudizio per la vita dei credenti e per la presenza ecclesiale nel mondo.
© Vatican MediaNell’ultima parte dell’omelia Leone XIV ha collegato strettamente il Giovedì Santo all’istituzione dell’Eucaristia e dell’Ordine sacro. “Rinnovando i gesti e le parole del Signore, proprio questa sera facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e dell’Ordine sacro”, ha affermato. Il Santo Padre ha definito “intrinseco” il legame tra i due sacramenti, vedendovi la forma della perfetta donazione di Gesù, “sommo Sacerdote ed Eucaristia vivente in eterno”. Da qui anche il riferimento diretto ai vescovi e ai presbiteri, chiamati a essere “segno della sua carità verso tutto il Popolo di Dio” e a servire “con tutto noi stessi”. Il tono con cui Leone XIV si è rivolto ai sacerdoti è stato quello della gratitudine e della fraternità. Il Giovedì Santo, ha detto, è “giorno di ardente gratitudine e di fraternità autentica”. Nell’adorazione eucaristica di questa sera, celebrata nelle parrocchie e nelle comunità, il Papa ha chiesto di contemplare il gesto di Gesù, di mettersi in ginocchio come ha fatto Lui e di domandare la forza di imitarlo nello stesso amore.
Al termine della Santa Messa, il Santissimo Sacramento è stato portato all’altare della reposizione e il Santo Padre si è fermato brevemente in preghiera. Si è conclusa così la celebrazione con cui Leone XIV ha dato inizio al Triduo pasquale, affidando alla Chiesa parole che chiedono di essere accolte e vissute. Già nell’omelia pronunciata questa mattina nella Basilica Vaticana, Prevost aveva proposto una riflessione densa e concreta, destinata a rimanere come riferimento anche nei mesi prossimi. Questa sera contempliamo, nelle nostre comunità, questo mistero facendoci accompagnare dal queste parole.
p.B.S.
Silere non possum