Roma -  C’è un’idea seducente che accompagna ogni riforma presentata come “più giusta”: togliere barriere, aprire porte, rendere il merito più “puro”. La nuova modalità di accesso a Medicina — il semestre aperto/filtro al posto del vecchio test — si colloca precisamente in questa narrativa. Ma se spostiamo lo sguardo dai titoli alla meccanica, emergono fragilità che toccano tre livelli: studenti e famiglie, atenei, sistema sanitario. Davvero qui si allarga l’accesso, o si sposta soltanto la stretta più avanti, con costi (anche sociali) più alti?

Cosa cambia davvero: il “filtro” sposta la selezione, non la elimina

Il quadro normativo è chiaro: la legge delega n. 26/2025 e il decreto legislativo 71/2025 ridisegnano l’accesso ai corsi a ciclo unico (Medicina, Odontoiatria, Veterinaria); i decreti attuativi del MUR ne definiscono contenuti e tempi, con un semestre iniziale comune, frequenza obbligatoria e prove standardizzate finali in contemporanea a livello nazionale. L’abolizione del test d’ingresso è il messaggio politico, ma la sostanza è una selezione differita dopo due-tre mesi di lezioni su biologia, chimica/propedeutica biochimica, fisica, con criteri uniformati e syllabus ufficiali.

Sul piano sociale, l’effetto annuncio ha prodotto uno “sbalzo” di domanda: decine di migliaia di iscritti in più solo per il semestre, con atenei che hanno dovuto raffazzonare aule e turni. Alcuni hanno bandito borse di tutorato ad hoc per “reggere” il carico organizzativo (accoglienza, verifiche presenze, gestione esami). È un segnale eloquente: l’apertura iniziale rende più porosa la porta, ma concentra la selezione e la pressione in un tempo molto stretto.

La letteratura di commento ha già colto l’ambiguità. C’è chi si chiede se davvero così miglioreremo la qualità dei futuri medici, o stiamo solo cambiando il modo di scegliere? E chi sottolinea che la riforma rischia di “sommarizzare” difetti vecchi e nuovi (nozionismo, stress, competizione a ondate). In altre parole: meno test upfront, più test compressi a valle.

Diritto allo studio: l’effetto forbice del semestre aperto

Qui sta la frattura più sensibile. Nel semestre aperto non sei ancora “immatricolato” al corso, ma stai frequentando a tempo pieno. Che status hai per borse, alloggi, mensa?

Il MUR garantisce che i servizi DSU (alloggi a tariffa agevolata, ristorazione calmierata) siano accessibili già nel semestre — con alcune condizioni pratiche, come il fatto che almeno il 51% delle attività si svolga in presenza. Quanto alle borse di studio, l’impostazione nazionale è: domande con finestre dedicate nei bandi regionali ed erogazione della prima rata tipicamente da marzo dell’anno solare successivo, con importo annuale comprensivo anche del periodo di semestre. Sulla carta, dunque, il diritto allo studio c’è. Nei tempi e nella cassa, però, arriva dopo.

Il problema è l’attuazione regionale. La Conferenza Stato-Regioni ha segnalato per iscritto una serie di criticità proposte dalla Regione Sardegna: rischio di non uniformità nell’accesso ai benefici; preclusione dei benefici DSU durante il semestre (salvo alloggio e mensa a pagamento, ancorché agevolato); possibili irregolarità nelle graduatorie e paradossi dopo l’immatricolazione al secondo semestre, con studenti poveri penalizzati rispetto ad altri entrati con percorsi ordinari. È un documento pesante, che cita anche profili di contrasto con art. 34 (uguaglianza di accesso per i capaci e meritevoli, privi di mezzi) e con la disciplina sui LEP. Alcune Regioni (Toscana, Campania, Sardegna, Umbria, Puglia) hanno espresso parere contrario nella seduta, proprio su questi punti.

E sul territorio? Il mosaico è evidente: 

Regioni e enti DSU che si sono adeguati in fretta, con guide e bandi ad hoc. Esempi: EDISU Piemonte (guida dedicata agli studenti del semestre filtro e procedura con finestra 25/7–9/9), DI.S.Co Lazio (bando che ammette esplicitamente gli iscritti al semestre filtro), ERSU Catania (addendum che apre alle domande), ESU Verona (posti letto dedicati). In Piemonte è comparsa perfino una riserva di 1 milione per gli studenti del semestre filtro.

Altre realtà hanno comunicato in modo più tardivo o ambiguo, alimentando la percezione — e talora la realtà — di trattamenti differenziati tra regione e regione, o addirittura tra ateneo e ateneo. Lo mostrano anche le note critiche diffuse sulla stampa di settore e riprese dagli ordini professionali.

Il punto non è cavillare sul comma: è chiedersi chi sostiene il rischio nel frattempo. Uno studente non abbiente può permettersi tre mesi di affitto “a tariffa” e la mensilità di deposito mentre attende la borsa di marzo? E se non supera il filtro, quante di queste spese resteranno un costo sunk? La promessa “ti paghiamo dopo” ha effetti concreti sul qui e ora delle scelte familiari. Il documento sardo lo dice con crudezza: la riforma può generare disparità anche tra studenti dello stesso corso in condizioni reddituali diverse.

L’onda d’urto sugli atenei: aule, personale, calendario

Aumentare gli ingressi di settembre significa riempire aule e laboratori prima di sapere chi resterà da febbraio. Università che già faticano sul turn-over del personale si trovano a gestire coorti ampliate, frequenza obbligatoria, prove in contemporanea nazionale e controllo “puntiglioso” delle presenze. Non stupisce che Sapienza abbia messo a bando 70 borse di tutorato per sostenere logistica e didattica del semestre filtro: un costo di attuazione che passa in secondo piano nel racconto pubblico, ma che qualcuno deve pur pagare — in ore, coordinamento, spazi.

Il tempo, poi. Il semestre si concentra in poco più di due mesi (settembre-novembre), con tre esami standardizzati al termine. La compressione temporale rischia di premiare la resistenza allo stress e l’abilità nel “fare performance” su tre materie scientifiche — appena riformulate — più che quella costellazione di competenze (motivazione, relazione, etica, lingua, ragionamento clinico) che il percorso medico richiede. La domanda è scomoda: stiamo selezionando chi studia meglio biologia, chimica e fisica in dieci settimane o chi può diventare un buon medico?

“Più medici” a valle? Il collo di bottiglia rimane nelle specializzazioni

Ammettiamo pure che il filtro funzioni bene. Che succede alla fine del percorso? Qui la riforma non tocca il vero imbuto: i contratti di formazione specialistica.

Gli ultimi atti dicono che i contratti SSM finanziati dallo Stato sono poco meno di 14–15 mila (per l’a.a. 2023/24: 14.576), con integrazioni regionali. Le stime diffuse dalle associazioni mediche e sindacali sono nette: se i posti a Medicina saliranno verso 24 mila e i contratti SSM non seguiranno la stessa curva, tra pochi anni migliaia di neolaureati resteranno senza specializzazione, e quindi fuori dai percorsi ospedalieri e dalla gran parte delle carriere pubbliche. Il rischio di una nuova pletora è stato richiamato anche dagli ordini. In breve: si immette più acqua a monte senza allargare lo scolo a valle.

Vale per tutte? No. Alcune Regioni stanno finanziando contratti aggiuntivi di area medica, ma si tratta di pezze non strutturali e non omogenee sul territorio. Anche qui la geografia decide: dove vivi può fare la differenza su sé e quando entri in specializzazione.

Una selezione più “equa” o più “cara”? (costi invisibili e disuguaglianze)

Selezionare dopo la frequenza obbligatoria produce effetti redistributivi silenziosi. Nelle famiglie benestanti il semestre aperto è un investimento: si può affittare un posto letto, anticipare spese, finanziare i viaggi per le prove. Nelle famiglie senza mezzi, ogni ritardo della borsa e ogni incertezza dei bandi si trasforma in soglia di ingresso. La Conferenza Stato-Regioni ha scritto nero su bianco che così si rischia di trattare studenti, pur con i requisiti di eleggibilità LEP, “in maniera non uniforme” rispetto ad altri corsi: un vulnus non marginale, perché è strutturale.

C’è poi il tempo come costo. Tre mesi di frequenza-studio a ritmo serrato per poi — in molti casi — non passare il filtro e ricollocarsi altrove con qualche CFU riconosciuto. È sufficiente a compensare l’investimento emotivo ed economico? Oppure stiamo trasferendo sul singolo (e sulle famiglie) costi che prima erano anticipati dallo Stato con un test nazionale relativamente meno oneroso?

Gli atenei come “cuscinetto” e il rischio di riforme “logistiche”

Molti rettori hanno accolto con disciplina, ma preoccupazione, la rapidità del cronoprogramma: decreto a giugno, iscrizioni in piena estate, lezioni a settembre, esami a novembre. Il pericolo è che il primo anno diventi una prova di carico per strutture già vissute al limite, con l’effetto paradossale per cui l’efficienza logistica (trovare aule, personale, piattaforme) condizioni più del dovuto la qualità della selezione. Lo si coglie anche nella pletora di FAQ e “spiegazioni” che circolano per tappare buchi informativi: se una riforma esige tanta manualistica operativa per farsi capire, forse la norma è troppo complicata.

Borse e servizi: dov’era il problema? (e perché non si è evitato)

La linea MUR — diritto allo studio assicurato, prime rate da marzo, bandi regionali armonizzati — ha un pregio: esiste. Ma non basta formularla: va sincronizzata con i calendari degli enti DSU, che storicamente chiudono i bandi tra luglio e settembre.

L’esperienza delle ultime settimane mostra tre realtà concomitanti:

1. Enti che hanno integrato i bandi con clausole per il semestre filtro (es. Lazio, Piemonte, Sicilia), con guide in lingua e call center dedicati. 

2. Enti che hanno previsto alloggi e ristorazione a tariffa agevolata per i mesi del semestre, rimandando al secondo semestre l’immatricolazione piena e quindi la borsa, in linea con i decreti. 

3. Regioni che hanno denunciato rischi di disparità e irregolarità (Sardegna), chiedendo aggiustamenti per evitare paradossi in graduatoria e revoche postume.

In controluce si vede il punto politico: se prevedi una finestra nazionale di riforma così rapida, devi guidare molto più da vicino la uniformità regionale. Altrimenti l’uguaglianza dei diritti si sfilaccia in 26 versioni locali.

Una promessa di qualità? Domande aperte (sul come e sul perché)

Qualità della selezione. Tre prove su materie scientifiche, a valle di un mini-ciclo, misurano davvero le competenze cliniche potenziali o rinforzano l’allenamento al test “spalmato”? E quanto questo premia chi ha potuto seguire preparazioni private mirate? 

Stress e benessere. Concentrando frequenza obbligatoria ed esami nazionali in 10-12 settimane, chi stiamo premiando? La tenuta psicologica rischia di pesare più del dovuto, con possibili selezioni indirette per censo (chi può permettersi di ridurre lavoro/trasferte, etc.). 

Sbocco professionale. Se non allineiamo il numero dei contratti SSM al nuovo bacino, stiamo producendo una illusione ottica: “più accesso” oggi, stesso imbuto domani.

Riforma dell’accesso o riforma del percorso?

Guardata da vicino, la riforma apre l’accesso formalmente, ma sposta la selezione dopo aver chiesto agli studenti tre mesi pieni di impegno logistico, economico, psicologico. Sul diritto allo studio, le intenzioni nazionali (garanzie, borse calcolate sull’intero anno, servizi nel semestre con criteri minimi) si scontrano con tempi di erogazione e asimmetrie regionali che possono scoraggiare proprio i “capaci e meritevoli, privi di mezzi”. Lo dicono anche atti ufficiali della Conferenza Stato-Regioni.

Quanto agli atenei, l’idea di “aprire la porta e stringere il corridoio” produce costi organizzativi reali e rischia di trasformare il primo semestre in un collaudo di logistica più che in un’esperienza formativa. E il sistema sanitario? Se non si interviene sulle specializzazioni, l’onda che entra oggi si infrangerà domani contro il solito scoglio: troppi laureati per troppi pochi contratti.

La domanda finale, allora, non è polemica ma di responsabilità pubblica: questo Governo voleva più equità o ancora una volta più consenso? Se la prima, la strada è una sola — uniformare e anticipare i benefici DSU per il semestre (anche con rate ponte e alloggi riservati), rafforzare le dotazioni degli atenei nel trimestre critico, e soprattutto programmare per tempo contratti di specializzazione congrui ai nuovi numeri. Altrimenti, il semestre aperto rischia di diventare ciò che molti temono: una promessa di inclusione che scarica i costi sui più fragili e un filtro che — invece di selezionare meglioseleziona prima chi può permettersi di provarci.

S.A. e L.E.
Silere non possum