L’uso delle chiese come sedi di incontri pubblici finalizzati a “parlare con i cittadini” di un referendum sulla riforma della giustizia rappresenta un fatto di particolare gravità ecclesiale, giuridica e pastorale. Non si tratta di una questione marginale né di una disputa sul linguaggio: è in gioco la natura del luogo sacro e il rispetto dovuto alla sua destinazione propria.

Il canone 1210 del Codice di diritto canonico è di una chiarezza inequivocabile: «Nel luogo sacro sia consentito solo quanto serve all’esercizio e alla promozione del culto, della pietà, della religione, ed è vietata qualunque cosa sia aliena dalla santità del luogo».

Un ciclo di incontri esplicitamente orientati a discutere un referendum politico, con magistrati, giuristi e soggetti impegnati nel dibattito pubblico e schierati politicamente, non solo esula dal culto e dalla pietà, ma introduce nella chiesa una dinamica propriamente politica, con finalità di orientamento dell’opinione pubblica. Siamo dunque di fronte a un uso alieno dalla santità del luogo, non a un’attività culturale genericamente compatibile con la missione ecclesiale. Il confine è stato superato in modo netto.

Il contrasto con l’insegnamento della Chiesa

L’iniziativa appare in palese contrasto anche con l’insegnamento costante della Chiesa sul rapporto tra fede e politica. Il magistero, da tempo, insiste su un punto essenziale: la Chiesa non è un soggetto politico, né può diventare lo spazio nel quale si promuovono campagne, iniziative o percorsi di mobilitazione su temi oggetto di contesa politica. La distinzione tra la responsabilità dei laici nella polis e la missione propria della Chiesa non è un artificio teorico, ma un principio ecclesiologico fondamentale. Quando tale distinzione viene ignorata, il rischio è duplice: da un lato la strumentalizzazione del sacro, dall’altro la compromissione della credibilità ecclesiale. Trasformare una chiesa in una sorta di auditorium civico per discutere un referendum significa svuotare il luogo sacro della sua identità, riducendolo a contenitore piegato alle esigenze del momento. È una deriva che la Chiesa ha sempre condannato, perché mina alla radice il senso del “separato”, del “consacrato”, del “riservato a Dio”.

Un abuso grave a Trani

Alla luce di tutto questo, quanto sta accadendo nell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie configura un grave abuso. Non si è di fronte a un episodio occasionale o ambiguo, ma a una programmazione sistematica di incontri politici ospitati in chiese parrocchiali, con date, relatori e finalità dichiarate. Le diocesi coinvolte, in vero, sono addirittura tre: l'Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, la Diocesi di Andria e la Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi.

Gli Ordinari diocesani, S.E.R. Mons. Leonardo D’Ascenzo, S.E.R. Mons. Domenico Cornacchia e S.E.R. Mons. Luigi Mansi hanno il diritto ma soprattutto il dovere di intervenire, impedendo che i luoghi sacri vengano utilizzati per questioni estranee alla loro destinazione. La responsabilità del vescovo della Chiesa locale è diretta e non eludibile. Il vescovo, per mandato canonico, è custode della disciplina ecclesiastica e primo garante del corretto uso dei luoghi sacri. Il suo dovere di vigilanza non è facoltativodelegabile. Non impedire tali incontri in chiesa significherebbe venire meno a quel munus di vigilanza che il diritto canonico pone in capo all’ordinario diocesano. In questo quadro, l’assenza di un intervento equivarrebbe ad avallare implicitamente una prassi illegittima, con l’effetto di creare un precedente pericoloso e difficilmente sanabile. Se si intende discutere tali argomenti, lo si faccia in biblioteche, sale conferenze o altri spazi idonei: non in chiesa. A tal proposito, il Metropolita S.E.R. Mons. Giuseppe Satriano, sarebbe bene intervenisse su tutti ricordando le prescrizioni del codice. 

Il paradosso dei “giuristi cattolici”

Colpisce, ma fino a un certo punto per chi osserva quotidianamente il panorama ecclesiale - e persino quello vaticano - che l’iniziativa sia promossa dall’“Unione Giuristi Cattolici Italiani”. Un nome che, alla prova dei fatti, rischia di suonare come un’amara ironia. Chi si richiama pubblicamente al diritto, e per di più al diritto vissuto nella Chiesa, dovrebbe conoscere - o quantomeno rispettare - le norme fondamentali dell’ordinamento canonico. Un giurista che si definisce cattolico dovrebbe avere ben presente che la chiesa non è uno spazio destinato a dibattiti su politica e giustizia impostati con modalità da conferenza stampa. L’impressione, osservando queste locandine, è di trovarsi davanti a una preoccupante ignoranza del diritto canonico o, peggio, a una sua rimozione deliberata quando diventa scomodo. In entrambi i casi, il danno è serio: alla Chiesa, alla sua disciplina, alla sua testimonianza pubblica.

Una questione che interpella tutti

Non è una questione di essere favorevoli o contrari alla riforma della giustizia. Qui, semplicemente, non si entra nel merito: è un terreno sul quale la Chiesa non ha alcun bisogno di pronunciarsi. Il punto è più essenziale e, per certi versi, più grave: le chiese non sono sale congressi, né tribune politiche, né spazi di consultazione civica. Sono luoghi consacrati a Dio, e proprio per la loro natura non possono essere trascinati dentro la contesa delle agende, delle parti, delle contrapposizioni. Difendere questa verità è un dovere. Significa restare fedeli alla Chiesa e al suo diritto, tutelare il sacro e preservare la chiarezza dei ruoli. Tacere, in casi come questo, finisce per alimentare lo svuotamento dei luoghi sacri e la confusione tra ciò che appartiene alla missione della Chiesa e ciò che compete ad altri ambiti. È una responsabilità che nessuno può assumersi con leggerezza, a maggior ragione chi ha il compito di vigilare e custodire.

d.L.C.
Silere non possum


Ringraziamo il parroco, don Nino Prisciandaro, per la sua e-mail, che fa seguito anche a quella del Direttore dell’Ufficio delle Comunicazioni Sociali della diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, Michelangelo Parisi. Entrambi precisano che gli eventi non si svolgeranno in chiesa, ma nei locali parrocchiali e, nello specifico, nel salone-teatro parrocchiale “G. Albanese”. Diamo atto di tali precisazioni e le accogliamo con favore, auspicando che anche i “giuristi cattolici” ne siano stati messi al corrente e provvedano, di conseguenza, a correggere le locandine: quando si parla di “chiesa”, infatti, ci si riferisce allo spazio sacro, mentre in altre date degli stessi appuntamenti viene correttamente indicato quando gli incontri si tengono in “sale conferenze” o “auditorium”. Ci auguriamo che si tratti di un mero errore materiale e non di un espediente comunicativo degli organizzatori per coinvolgere strumentalmente la parrocchia in un dibattito politico. Al tempo stesso, riteniamo importante che i parrocchiani possano ascoltare posizioni diverse su un tema tanto delicato, con chiarezza di luoghi e responsabilità. Di seguito la mail del sacerdote: 

Egregio Direttore,

con la presente desidero intervenire in merito all'articolo da Lei pubblicato riguardante l'uso delle chiese come sedi di incontri pubblici finalizzati a "parlare con i cittadini" del referendum sulla riforma della giustizia, nel quale viene coinvolta anche la Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e, nello specifico, la Parrocchia Santa Maria della Stella in Terlizzi.

Pur comprendendo e rispettando la riflessione di principio proposta dall'articolo circa la tutela della natura e della destinazione propria dei luoghi sacri, ritengo doveroso segnalare una imprecisione rilevante, almeno per quanto concerne la nostra realtà parrocchiale.

L'incontro previsto a Terlizzi non si svolgerà nella chiesa parrocchiale, intesa come aula liturgica o luogo destinato al culto, bensì nel salone-teatro parrocchiale "G. Albanese", spazio autonomo e strutturalmente distinto dall'edificio sacro, ordinariamente utilizzato per attività culturali, formative e di confronto pubblico.
Il sottoscritto, in qualità di parroco, ha messo a disposizione esclusivamente tali locali e non la chiesa, proprio nel rispetto della normativa canonica e della destinazione propria del luogo sacro.

Va inoltre rilevato che anche la locandina dell'iniziativa risulta imprecisa, poiché utilizza in modo generico il termine "chiesa", senza distinguere tra edificio di culto e locali parrocchiali annessi, contribuendo così a generare un equivoco che non corrisponde alla realtà dei fatti.

La parrocchia, come comunità ecclesiale inserita nel territorio, può legittimamente mettere a disposizione spazi non sacri per momenti di dialogo e approfondimento, senza che ciò comporti alcuna strumentalizzazione del sacro né una confusione tra la missione propria della Chiesa e il dibattito politico. Proprio tale distinzione garantisce il rispetto del can. 1210 del Codice di Diritto Canonico, richiamato nell'articolo stesso. Ritenevo pertanto doveroso offrire questa precisazione, affinché l'informazione risulti corretta e aderente ai fatti, evitando generalizzazioni che potrebbero ingenerare fraintendimenti o attribuire responsabilità non sussistenti alle comunità e ai parroci coinvolti.

RingraziandoLa per l'attenzione e confidando in una rettifica o in una opportuna integrazione dell'informazione, porgo cordiali saluti.

don Nino Prisciandaro

Parroco - Parrocchia Santa Maria della Stella – Terlizzi