Oslo - Nel cuore della modernità permane una domanda che non si lascia disperdere dalle mode del pensiero né addomesticare dagli apparati: se la fede conservi ancora la statura di un accadimento umano, riconoscibile, verificabile, capace di incidere nella vita. In questi giorni, attraversando paesaggi di neve e sostando presso comunità in cui la fede assume forme sorprendentemente diverse dalle nostre, ho portato con me un libro ricevuto in dono da un amico. Sfogliandolo, mi sono imbattuto nella voce di un sacerdote, don Luigi Giussani, e nella sua domanda essenziale: come può l’uomo contemporaneo credere che Gesù Cristo sia Dio, presente nel tempo?
Giussani non ha mai risposto a questa domanda difendendo un sistema. Al contrario, ha scelto di esporre la fede al rischio della realtà. Per questo, nelle lezioni raccolte in Qui e ora (1984–1985), la fede non viene mai trattata come un possesso, ma come un avvenimento che accade. Qualcosa che irrompe nella vita e la costringe a prendere posizione.
Il punto decisivo non è l’adesione a un’idea religiosa, ma l’incontro con una Presenza contemporanea. «Cristo - diceva il Gius - è risorto, cioè è contemporaneo alla storia». E se è contemporaneo, allora deve poter essere incontrato, visto, toccato. Non nel vago, ma dentro la trama concreta dell’esistenza. Da qui nasce l’affermazione tanto semplice quanto rivoluzionaria: la presenza di Cristo coincide con un fenomeno visibile e umano, la compagnia dei credenti. Questa affermazione, se presa sul serio, smonta molte rassicurazioni. Perché non consente di rifugiarsi né nell’interiorismo né nella nostalgia. La fede non vive nel ricordo di un passato né nella proiezione di un futuro ideale. Vive nel presente, dentro rapporti reali, dentro volti, dentro una storia concreta che può anche deludere. Ed è proprio lì che si gioca la sua verità.
Giussani non teme di dirlo: la Chiesa, se non viene percepita come aderente alla vita quotidiana, resta un’astrazione. Non basta nominarla, bisogna sperimentarla come compagnia che accompagna il lavoro, lo studio, l’amore, la solitudine. Una compagnia che non anestetizza le domande, ma le rende più acute. Per questo uno dei passaggi più radicali di Qui e ora riguarda il superamento della logica di gruppo. Non perché l’esperienza cristiana sia individualistica, ma perché la fede non può reggersi su dinamiche collettive. «Anche se andassero via tutti - spiega Giussani - chi ha una coscienza personale generata dalla fede non può che ricominciare». È una frase che mi ha sospeso il fiato, mentre dal finestrino del treno scorreva la quiete severa dei paesaggi innevati e, nel fondo della coscienza, tornava a vibrare l’interrogativo del salmista: «Che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura?». Un’affermazione di tale gravità non passa senza lasciare traccia: grava come un peso specifico sull’oggi, soprattutto in un tempo in cui l’impulso a ripararsi nel consenso, a misurarsi nei numeri, ad affidarsi alle architetture delle strutture si fa quasi irresistibile.
In queste parole di questo sacerdote emerge una concezione dell’io lontana tanto dall’autosufficienza moderna quanto dalla deresponsabilizzazione. L’io, per don Giussani, non è qualcosa che si costruisce, ma qualcosa che si scopre come appartenenza. Appartenere non come forma di dipendenza, ma come riconoscimento di un’origine. «L’essenza dell’io è appartenenza a un Altro», afferma. E senza questa appartenenza, l’uomo finisce per appartenere a ciò che lo domina: il potere, l’opinione, la paura. Non si tratta di sofismi. Giussani scorgeva già negli anni Ottanta i prodromi di una servitù più impercettibile di quella meramente politica: una soggezione mentale e psicologica, insinuante, capace di disseccare il gusto stesso dell’esistere. Parole che, a distanza di decenni, risuonano con una nettezza quasi profetica. La dissanguazione dell’umano, infatti, raramente assume i tratti di una frattura improvvisa; procede piuttosto per lenta corrosione, per logorìo quotidiano, finché ciò che pareva essenziale diventa opaco e ciò che era vivo si affievolisce. In questo contesto, la fede si manifesta nella sua natura più propria: come principio di rigenerazione dell’umano, capace di restituire alla vita densità, gusto e destinazione. Essa dischiude un’intelligenza nuova del reale, una luce che non elude la complessità delle cose ma la attraversa. «Vivo, non io, ma un Altro vive in me»: non formula devota da ripetere, bensì criterio sperimentabile, riconoscibile nei tratti di un’esistenza che, pur esposta a tutte le sue vulnerabilità, si scopre più vera, più libera, più lieta.
Il cristiano che affiora dalle parole di don Giussani non coincide con la figura del militante, né con quella del “funzionario del sacro”, per riprendere un’espressione cara a papa Francesco. È piuttosto un uomo vulnerato e, proprio per questo, destato: uno che, avendo incontrato qualcosa di più grande di sé, impara a guardare ogni cosa secondo un’angolatura nuova. Il dolore, il fallimento, persino l’usura del tempo cessano di essere soltanto scarti o minacce e diventano luoghi in cui la verità della vita domanda di essere riconosciuta.
Forse qui sta il tratto più arduo, e insieme più ineludibile, dell’eredità di Giussani: la fede non reclama di essere protetta, bensì abitata. Non chiede paladini, domanda testimoni. E lo domanda nel presente, senza comode dilazioni, senza alibi, senza la riduzione a lessico o a tattica. Perché ciò che non diventa esperienza, ciò che non imprime un segno concreto nella vita, alla prova dei giorni non regge. E allora la domanda brucia, come una ferita feconda: Cristo è davvero presente oggi? Se lo è, la sua presenza deve poter incidere, lasciare un segno, operare una svolta nella trama concreta dell’esistenza. Se, invece, non muta nulla, il problema raramente sta in Lui: sta nel modo in cui lo abbiamo ridotto a un’idea innocua, addomesticata, inoffensiva.
Giussani non consegna una risposta accomodante. Consegna un criterio. E affida a ciascuno la responsabilità di metterlo alla prova, qui e ora.
d.S.A.
Silere non possum