Trondheim - La cattedrale di Sant’Olav era aperta: ordinata, sobria, silenziosa. Ma soprattutto era vuota. Nessun movimento, nessun gruppo, nessuna di quelle traiettorie continue di corpi e sguardi che, in Italia, finiscono quasi sempre per trasformare ogni chiesa “importante” in un luogo di passaggio, di sosta, di consumo estetico. Qui no. Qui restava l’essenziale. Nel cuore dell’edificio, senza effetti scenici e senza bisogno di spiegazioni, c’era ciò che per la fede cattolica è centro reale, non metafora: Gesù nel Tabernacolo. Nessuna regia, nessuna “cornice culturale” a sostenerne il peso. Solo una Presenza che non chiede pubblico e non si misura sulla partecipazione. Una sola luce rossa a dichiararlo, e tutto il resto ridotto al suo vero ordine: adorazione e incontro. «Facciamo un po’ di compagnia al Signore», mi sono detto.
Poco distante, nella grande cattedrale di Nidaros, la scena era l’opposto: visitatori, turisti, curiosi. Si entra, si alza lo sguardo, si fotografa, si resta colpiti dalla bellezza. Molti, però, non sanno nemmeno che quella cattedrale non è cattolica. All’uscita, un gruppo di turisti italiani ci ferma. Vedono alcuni sacerdoti del nostro gruppo in talare e chiedono, con naturalezza: «A chi è dedicata questa chiesa? Quando c’è la Messa?». Spieghiamo la storia del luogo e precisiamo che non si tratta di una chiesa cattolica. La risposta arriva immediata: «Ah, sembrano uguali». È un dettaglio che dice molto. Siamo abituati a trattare questo patrimonio come se fosse, quasi per definizione, un’estensione della fede cattolica e, in fondo, della tradizione italiana / europea. Non tanto perché crediamo davvero - e quindi distinguiamo ciò che è essenziale da ciò che è solo forma - ma perché lo abbiamo imparato come patrimonio culturale “dei cattolici”: un’identità estetica e storica che spesso precede, e talvolta sostituisce, la consapevolezza della fede.

Il Nidarosdomen è uno spazio magnifico: architettura, luce, stratificazione di storia. Un edificio che sa parlare anche a chi non condivide la fede per cui è nato, perché la bellezza, quando è vera, possiede una forza di attrazione che supera le appartenenze. Il contrasto, però, non è sociologico e non nasce da un riflesso polemico. È un nodo teologico, e riguarda da vicino anche noi. Quella che può sembrare un’eccezione è, in realtà, una fotografia ingrandita di ciò che accade ogni giorno nelle nostre città d’arte. Le chiese cattoliche - soprattutto nella Città Eterna - sono spesso affollate, eppure non sempre abitate nel senso più pieno. Si entra per Caravaggio, per Bernini, per un mosaico, per “cultura”. È legittimo, talvolta persino prezioso: la bellezza può essere una soglia. Il problema nasce quando la soglia diventa il traguardo, quando tutto si ferma davanti alla cornice, quando la bellezza smette di rimandare alla sua sorgente. In quel momento l’opera non è più segno, ma destinazione: trattiene lo sguardo, senza più aprirlo.
L’arte cristiana non è mai nata come ornamento neutro. È fiorita dentro una fede vissuta: da persone e comunità capaci di sottrarre risorse persino alle proprie famiglie pur di edificare qualcosa di bello in onore di Dio. È nata da uomini e donne segnati da un incontro con Cristo e, insieme, da artisti di straordinario talento che hanno saputo evangelizzare attraverso la bellezza, facendo dell’arte una forma di annuncio prima ancora che un bene da ammirare. Quando oggi accettiamo che quell’arte “funzioni” prescindendo da tutto questo, la riduciamo a patrimonio inerte: la conserviamo, ma non la leggiamo; la difendiamo, ma non la accompagniamo. Così si perde la posta più alta. Perché se l’arte e la cultura vengono presentate come un circuito autosufficiente, un linguaggio da decifrare, un patrimonio da consumare, una “bellezza” da visitare, finiscono per chiudersi su se stesse. Diventano esperienza estetica, esercizio intellettuale, identità collettiva. Tutto legittimo, persino utile. Ma non basta.
Il punto decisivo è un altro: quell’arte non nasce per “dire” soltanto qualcosa di bello, nasce per condurre a Qualcuno. «Έγώ είμι ό ποιμήν ό καλός - Io sono il pastore, quello bello», dice Gesù. Quell’arte è stata pensata come soglia, come invito, come spazio capace di orientare lo sguardo e la vita verso un incontro con Cristo. Quando questa direzione si perde, la bellezza smette di essere segno e diventa fine; non accompagna più oltre, trattiene. E così ciò che dovrebbe aprire alla Presenza viene ridotto a cornice: un cristianesimo tradotto in cultura, senza più il rischio e la libertà della risposta personale. In questo senso, il silenzio della cattedrale cattolica della prelatura di Trondheim dice più di molte analisi pastorali. Ricorda che la fede non si misura sui flussi, ma sulla fedeltà; che può attraversare la storia anche senza riconoscimento sociale; che resta vera anche quando non attrae, quando non produce numeri, quando non genera “movimento”. E che, proprio allora, rivela la sua natura più autentica: non un consenso da conquistare, ma una Presenza da custodire.
È una logica che attraversa anche la letteratura e molta riflessione contemporanea. In Norvegia, davanti a questo panorama, viene inevitabilmente in mente Jon Fosse: capace di sfiorare Dio non per accumulo di parole, ma per sottrazione, per ascolto, per silenzio. Nel suo orizzonte, il silenzio non coincide con un vuoto sterile: è uno spazio in cui torna possibile udire ciò che, di solito, copriamo con il rumore. Per questo una chiesa apparentemente deserta può essere colma di senso, se custodisce ciò che conta. Non serve una folla perché esista una presenza; basta che quella presenza venga riconosciuta come il cuore del luogo, e non come un dettaglio marginale dell’arredo sacro. La tradizione cattolica non ha mai separato bellezza e verità; allo stesso tempo non le ha mai sovrapposte, come se la prima bastasse da sola a garantire la seconda. Cristina Campo lo intuì quando scrisse che la bellezza autentica non è un abbellimento, ma una disciplina dello sguardo, un’educazione interiore che chiede rispetto, attenzione, misura. La liturgia, e tutto ciò che da essa nasce, forma a riconoscere che non tutto è disponibile, che non tutto è consumo, che esiste un ordine che precede il nostro desiderio e non si lascia piegare alle nostre abitudini. Quando questa consapevolezza si perde, l’arte rimane. Ma smette di parlare: diventa muta, perché è stata separata dalla sorgente che le dava voce. Lo stesso vale per lo sguardo teologico sull’immagine. Pavel Florenskij ha insistito su un punto decisivo: l’immagine sacra non nasce per trattenere lo sguardo, ma per rimandarlo oltre. Non chiede di essere consumata come un oggetto estetico; chiede di essere attraversata, perché è segno di un Altro. Quando lo sguardo si arresta alla superficie, l’immagine perde la sua funzione. E questa categoria aiuta a leggere molte delle nostre chiese diventate luoghi di passaggio: splendide, visitate, fotografate, eppure spesso incapaci di condurre oltre l’emozione estetica, fino a ciò che quell’arte era stata pensata per indicare

Il poeta inglese Gerard Manley Hopkins parlava di un mondo “carico della grandezza di Dio”. Ma questa densità non si impone da sola: chiede uno sguardo educato, capace di contemplazione. Quando tale disposizione manca, anche il sublime si appiattisce: resta la forma, si perde la profondità, e ciò che dovrebbe aprire diventa semplice superficie. Il problema, allora, non è la bellezza: è lo sguardo che vi si posa, l’abitudine con cui la attraversiamo. Bernanos ha mostrato davvero che la grazia non coincide con un’atmosfera religiosa ben riuscita. Può farsi strada nella povertà, nella solitudine, nella spogliazione, là dove non ci sono sostegni emotivi né cornici rassicuranti. Per questo una chiesa vuota, se custodisce l’Eucaristia, può risultare più vicina al Vangelo di una chiesa piena quando è ridotta a scenario: un luogo che ospita presenze, ma non necessariamente un incontro; che produce affollamento, ma non sempre adorazione.
Quando l’esperienza viva si affievolisce, prende il sopravvento la gestione. Péguy aveva colto questo scarto: ogni realtà spirituale, se si separa dalla propria sorgente, finisce per essere sempre più amministrata, organizzata, normalizzata. E così anche la fede rischia di ridursi a un’eredità da custodire con procedure, invece che a una vita da trasmettere con testimonianza. È per questo che qui, seppur senza la maestosità architettonica del Duomo di Nidaros, possiamo contemplare ciò che di più bello possiamo ammirare: Gesù nel Santissimo Sacramento. E, forse, qui possiamo respirare qualcosa che a noi ancora spaventa ma che Joseph Ratzinger aveva capito perfettamente: «Il futuro della Chiesa può risiedere e risiederà in coloro le cui radici sono profonde e che vivono nella pienezza pura della loro fede. Per dirla in modo più positivo: il futuro della Chiesa, ancora una volta come sempre, verrà rimodellato dai santi, ovvero dagli uomini le cui menti sono più profonde degli slogan del giorno, che vedono più di quello che vedono gli altri, perché la loro vita abbraccia una realtà più ampia. Facciamo un altro passo. Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poiché il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. In contrasto con un periodo precedente, verrà vista molto di più come una società volontaria, in cui si entra solo per libera decisione. In quanto piccola società, avanzerà richieste molto superiori su iniziativa dei suoi membri individuali».
M.P. e d.M.S.
Silere non possum