Istanbul – Nel quarto giorno del Viaggio Apostolico in Turchia e Libano, segnato dagli ultimi appuntamenti in terra turca, Papa Leone XIV ha vissuto una mattinata interamente dedicata al tema dell’unità dei cristiani: prima l’incontro con il Patriarca armeno apostolico a Istanbul, poi la partecipazione alla Divina Liturgia al Fanar con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I. Nel pomeriggio il Pontefice lascerà la città sul Bosforo per raggiungere Beirut, dove avrà inizio la seconda parte del viaggio.
Il congedo dalla Delegazione Apostolica: gratitudine “di casa”
Alle 09.15 (le 07.15 in Vaticano) il Papa ha lasciato la Delegazione Apostolica, dove ha alloggiato in questi giorni, ringraziando i diplomatici e il personale che lo hanno accolto e assistito, facendolo sentire “a casa”. Leone ha mostrato la propria gratitudine ai diplomatici e al personale lasciando anche un dono.

Alla Cattedrale Armena: unità come “scambio di doni”
Il Papa si è quindi recato in auto alla Cattedrale Armena Apostolica, dove è stato accolto dal Patriarca. Dopo l’indirizzo di saluto, Leone XIV ha pronunciato un discorso che si inserisce chiaramente nel filo rosso del viaggio: la commemorazione del Primo Concilio di Nicea e la ricerca dell’unità visibile tra le Chiese.
Leone ha ricordato i legami storici tra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica, citando due passaggi cruciali: la visita a Roma del Catholicos Khoren I nel 1967 e la prima dichiarazione congiunta firmata nel 1970 da Vasken I con san Paolo VI. È il modo con cui Leone XIV vuole ricordare che il cammino verso l’unità non nasce oggi, ma poggia su passi precisi, su gesti già compiuti e su un “dialogo della carità” che ha portato frutto.
Il cuore del suo messaggio alla comunità armena è duplice: la gratitudine per la “coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno” anche in circostanze tragiche e la convinzione che l’unità non significhi assorbimento o dominio, ma “scambio di doni” tra Chiese che riconoscono l’opera dello Spirito nelle rispettive tradizioni.
Richiamando il Credo di Nicea in occasione del 1700° anniversario del Concilio, il Papa spiega che la via dell’unità passa dal tornare insieme alle radici apostoliche: non un generico “andare d’accordo”, ma lasciarsi giudicare dalla stessa fede professata. Per questo auspica che la Commissione mista internazionale tra Chiesa Cattolica e Chiese Ortodosse Orientali possa riprendere presto il suo lavoro. Infine, Leone XIV indica una figura-chiave della tradizione armena, il Catholicos e poeta Nerses IV Shnorhali, come modello di instancabile operatore di riconciliazione. Il riferimento è chiaro: l’unità non è solo un tema dottrinale, ma una vocazione alla santità che passa attraverso persone concrete, capaci di costruire ponti.
Al termine della visita, dopo lo scambio dei doni, il Papa ha benedetto una targa commemorativa all’ingresso della Cattedrale prima di trasferirsi al Phanar per la Divina Liturgia nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio.

Al Fanar con Bartolomeo I: “non possiamo tornare indietro”
Alle 10.30, giunto alla Chiesa Patriarcale di San Giorgio, il Papa è stato accolto da due Vescovi e ha preso parte alla Divina Liturgia presieduta dal Patriarca Bartolomeo I, nella festa di Sant’Andrea e nel contesto del 1700° di Nicea. Qui Leone XIV ha tenuto un nuovo discorso, sviluppando tre linee principali.
La fede comune prima delle divisioni
Il Papa ha ricordato che la fede dell’Apostolo Andrea “è la nostra”, la stessa definita dai Concili ecumenici e professata oggi nel Credo Niceno-Costantinopolitano. Questo dato, spiega, non è secondario: la professione di fede comune crea una “comunione reale” che permette ai cattolici e agli ortodossi di riconoscersi già oggi come fratelli e sorelle, nonostante gli ostacoli alla piena comunione.
Per questo Leone XIV insiste su un punto: dopo secoli di malintesi e persino conflitti, non è più possibile “tornare indietro” nell’impegno per l’unità, né smettere di considerarsi fratelli in Cristo. È una correzione implicita a chi, in un campo o nell’altro, vorrebbe riaprire i conti del passato o irrigidire le posizioni.
Le scomuniche cancellate dalla memoria della Chiesa
Il Papa richiama poi il gesto compiuto sessant’anni fa da san Paolo VI e dal Patriarca Atenagora, quando le reciproche scomuniche del 1054 furono dichiarate “da cancellare dalla memoria della Chiesa”. Leone XIV legge quell’atto non come un fatto simbolico relegato al passato, ma come sorgente di un processo: da allora, spiega, si è aperto un cammino di riconciliazione, fatto di incontri personali, dialogo teologico e collaborazione.
In questa prospettiva ringrazia il Patriarcato ecumenico per il sostegno alla Commissione mista internazionale tra cattolici e ortodossi, chiedendo che tutte le Chiese ortodosse autocefale tornino a partecipare attivamente. Da parte sua, ribadisce che la piena comunione dei battezzati è una delle priorità del suo ministero di Vescovo di Roma, inteso come servizio all’unità, non come potere sugli altri.
Tre sfide comuni: pace, creato, nuove tecnologie
La parte finale del discorso sposta l’attenzione dall’interno della Chiesa al mondo:
In un tempo di guerre e violenze “vicine e lontane”, cattolici e ortodossi sono chiamati a essere costruttori di pace. Il Papa ricorda che la pace non è solo frutto di trattative o strategie, ma anche dono di Dio da invocare con preghiera, penitenza e contemplazione.
Di fronte alla crisi ecologica, Leone XIV riprende la sensibilità più volte espressa da Bartolomeo: serve una vera conversione spirituale, non solo misure tecniche. Le Chiese sono chiamate a educare a una mentalità in cui tutti si sentano custodi del creato.
Infine, il Papa cita la sfida delle nuove tecnologie, in particolare nel campo della comunicazione: riconosciuti i benefici, chiede un impegno comune per un uso responsabile e per una accessibilità universale, perché i vantaggi non restino privilegio di pochi. In tutti e tre i fronti, Leone XIV vede la possibilità di una collaborazione più ampia: tra tutti i cristiani, tra le religioni e con “molti uomini e donne di buona volontà”, in vista del bene comune.
Prevost ha concluso il suo intervento con gli auguri per la festa di Sant’Andrea, il ringraziamento per l’accoglienza ricevuta e l’invocazione dell’intercessione di Pietro e Andrea, di San Giorgio, dei Padri del Concilio di Nicea e dei santi pastori della Chiesa di Costantinopoli. Il saluto “Hrònia Pollà, Ad multos annos!” suggella una fraternità che il Papa vuole più visibile e concreta.

Benedizione congiunta, pranzo fraterno e partenza per Beirut
Al termine della Divina Liturgia, il Papa e il Patriarca si sono affacciati dal balcone del Patriarcato per una benedizione ecumenica congiunta, segno pubblico di una fraternità che non è solo proclamata nei testi, ma condivisa davanti al popolo di Dio. A seguire, il pranzo comune all’interno del Patriarcato Ecumenico. Nel primo pomeriggio è prevista la cerimonia di congedo all’aeroporto di Istanbul/Atatürk e la partenza del Pontefice per Beirut.
Con il volo verso il Libano si apre la seconda parte del Viaggio Apostolico: dopo i giorni di Istanbul, segnati soprattutto dalla memoria di Nicea e dal cammino ecumenico, lo sguardo di Leone XIV si sposterà ora sulle ferite e sulle attese di una regione che porta in sé, in modo drammatico, il bisogno di pace, unità e speranza.
d.E.C.
Silere non possum