Beirut (Libano) - Leone XIV ha aperto il suo primo pomeriggio in terra libanese senza concedere al linguaggio diplomatico l’abito comodo della circostanza. Fin dai saluti rivolti alle autorità nel Palazzo Presidenziale del Libano, il Pontefice ha messo al centro della scena un concetto concreto, ripetuto come criterio di governo prima che come auspicio: la pace non come tregua, ma come processo esigente, strutturale, bisognoso di coraggio politico e cura sociale.

Alle 16:45 locali (le 15:45 a Città del Vaticano), il convoglio papale ha raggiunto il cancello principale del Palazzo Presidenziale. Ad aprire la sequenza di accoglienza, la scorta solenne della cavalleria libanese, schierata per accompagnare il Pontefice lungo il viale d’ingresso. All’arrivo, il Presidente della Repubblica e la First Lady hanno ricevuto Leone XIV nel piazzale, mentre un gruppo di dabke, la danza tradizionale levantina, introduceva la visita con un linguaggio coreografico di appartenenza. Due giovani hanno offerto fiori al Papa, preludio generazionale agli incontri politici.

Il cerimoniale ha poi lasciato spazio alla diplomazia: accompagnato dal Presidente e dalla consorte, il Papa ha fatto ingresso nel “Salone degli Ambasciatori”, dove si sono susseguiti la foto ufficiale, un incontro privato, la presentazione della famiglia presidenziale e lo scambio dei doni. Conclusa la parte protocollare, la famiglia del Presidente ha lasciato la sala per consentire al Papa l’incontro con il Presidente dell’Assemblea Nazionale. A ruota, l’incontro con il Primo Ministro, nel rispetto della scansione istituzionale. Il passaggio al “Salone 25 Maggio” ha segnato l’apertura pubblica della serata. Prima di raggiungere la sala, il Pontefice ha firmato il Libro d’Onore nella hall principale. Alle 18, Leone XIV ha incontrato Autorità civili e religiose, rappresentanti della società civile e della diplomazia.

Il discorso del Papa: gli operatori di pace

Dopo il saluto del Presidente, Leone XIV ha aperto il suo intervento con le parole di Gesù: «Beati gli operatori di pace!». Non un’esortazione astratta, ma un criterio di giudizio per chi esercita l’autorità nel Libano contemporaneo. Il Papa ha definito la pace come “desiderio e vocazione”, insieme “dono” e “cantiere sempre aperto”, inscindibile dall’esercizio responsabile dei ruoli istituzionali.

Al centro del discorso, tre caratteristiche dell’operatore di pace declinate al contesto libanese:

Ricominciare senza soccombere: Leone XIV ha invitato le élite a «interrogare la propria storia» per riconoscere «la lingua della speranza» come motore della resilienza nazionale. Il Libano, «comunità di comunità», non è celebrato solo per il suo arabo levantino, ma per un idioma più profondo: quello che permette di ripartire dopo crisi economiche e conflitti regionali.

Riconciliazione e guarigione della memoria: Il Papa ha avvertito del rischio di restare «prigionieri del dolore e delle proprie ragioni» senza una cura istituzionale delle ferite collettive. «Verità e riconciliazione crescono sempre insieme», ha ribadito, e la pace diventa «comunione» solo quando istituzioni e famiglie politiche riconoscono il «bene comune superiore alle parti». Nessuna pace duratura, ha aggiunto, nasce dalla pretesa di «chiarire tutto e risolvere tutto» prima di muovere passi: la strada è il «confronto reciproco, anche nelle incomprensioni».

Restare quando costa sacrificio: Il tema dell’emigrazione è stato affrontato frontalmente. Pur riconoscendo l’apporto positivo della diaspora libanese, Leone XIV ha insistito su un principio: «non dimenticare che restare o tornare nel proprio Paese resta “qualcosa di molto apprezzabile”». La pace «cresce sempre in un contesto concreto, fatto di legami geografici, storici e spirituali».

«La Chiesa, infatti, non è soltanto preoccupata della dignità di coloro che si muovono verso Paesi diversi dal proprio, ma vuole che nessuno sia costretto a partire e che chiunque lo desideri possa in sicurezza ritornare» ha detto il Papa. 

L’asse geopolitico della serata non ha abbandonato lo spartito economico delle crisi recenti, ma lo ha convertito in progettualità: il Libano «può vantare una società civile vivace, ben formata, ricca di giovani»; il Papa ha invitato a farne «polifonia» dove «ogni gruppo sia la voce di una sinfonia di speranza». Lungimirante, il richiamo magisteriale alla complementarità globale-locale, con l’eco dell’enciclica “Fratelli tutti”, evocata per proteggere «fraternità universale» e «amicizia sociale» come «poli inseparabili». Investitura specifica anche per donne e giovani: «Beate le operatrici di pace e beati i giovani che restano o ritornano», ha detto, riconoscendo «il ruolo imprescindibile delle donne» nel «faticoso e paziente impegno per la pace», per la loro «capacità di custodire e sviluppare legami profondi con la vita».

Il cedro dell’amicizia: un sigillo simbolico

Concluso il segmento politico, il Papa si è spostato all’aperto per annaffiare e benedire un cedro, ribattezzato “cedro dell’amicizia”. L’albero, simbolo nazionale, è diventato nel rito civile un gesto di diplomazia ecologica e spirituale: la pace come crescita lenta che esige “tenacia” e “perseveranza”.

Verso Harissa: la pace del cuore

Alle 18:30 circa, a margine degli incontri ufficiali, Leone XIV ha fatto una sosta di 30 minuti presso il Monastero delle Sorelle Carmelitane della Theotokos a Harissa. Qui il racconto ha mutato ritmo. Incontrate individualmente le religiose, il Papa ha ricevuto il saluto delle Superiore delle due comunità carmelitane, concludendo con la recita corale del Padre Nostro e impartendo la benedizione ai presenti. L’incontro, pur breve, ha confermato l’attenzione di Prevost per la vita contemplativa, luogo dove si custodisce prima di tutto la pace del cuore. Ripartito in auto, il Pontefice ha poi raggiunto la Nunziatura Apostolica in Libano, suo alloggio ufficiale per le prossime ore.

p.E.S.
Silere non possum