Chi entra in chiesa per partecipare alla Santa Messa compie, spesso senza pensarci, una serie di movimenti che si ripetono di Domenica in Domenica: ci si segna entrando, si piega il ginocchio davanti all'altare, ci si alza per il Vangelo, ci si batte il petto chiedendo perdono. Sono gesti talmente familiari da diventare automatici. Eppure ognuno di essi racconta qualcosa, e dietro la loro apparente semplicità si nasconde una storia che attraversa duemila anni e affonda le radici persino nel mondo precristiano.
Passeggiando per il Chiostro di uno splendido monastero, ne ho parlato con il monaco che si occupa della liturgia soffermandoci su alcune riflessioni spirituali su vita monastica e liturgia. «Anche per noi monaci, il rischio, è che tutto diventi automatico e routine. Ma in realtà ogni giorno è diverso», mi confida.
La liturgia non parla soltanto con le parole. Parla anche con il corpo. Inginocchiarsi, alzarsi, inchinarsi, tracciare una croce: sono modi di pregare con tutta la persona, non solo con la mente. Conoscere il significato di questi gesti aiuta a viverli con maggiore consapevolezza, trasformando un'abitudine in un atto pieno di senso.
Il segno della croce: la preghiera che apre e chiude
Il gesto più frequente e più riconoscibile è senza dubbio il segno della croce. Tracciandolo su fronte, petto e spalle mentre si pronunciano le parole "Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo", il fedele compie in pochi secondi una vera professione di fede: richiama insieme il mistero della Trinità e quello della redenzione attraverso la croce di Cristo. È un gesto antichissimo. Già all'inizio del III secolo lo scrittore cristiano Tertulliano lo descriveva come un'abitudine diffusa, compiuta nei momenti più ordinari della giornata. Nei primi secoli si trattava spesso di una piccola croce tracciata sulla fronte; la forma ampia che conosciamo oggi si è affermata più tardi. Una variante più discreta compare prima della proclamazione del Vangelo, quando si tracciano tre piccole croci su fronte, labbra e cuore. Il significato è bellissimo nella sua concretezza: che la Parola di Dio sia nella mente per comprenderla, sulle labbra per annunciarla, nel cuore per custodirla.

Genuflessione e inchino: il corpo che riconosce
Piegare il ginocchio destro fino a terra - la genuflessione - è un atto di adorazione. Non è un movimento generico di rispetto, ma il gesto più alto che la liturgia conosce, e proprio per questo è regolato con precisione. L'Ordinamento Generale del Messale Romano, il documento che stabilisce le norme della celebrazione, è esplicito: la genuflessione significa adorazione e per questo è riservata soltanto al Santissimo Sacramento e alla santa Croce. In altre parole, non ci si genuflette alle persone né alle cose, ma unicamente a Dio: a Cristo realmente presente nell'Eucaristia, custodita nel tabernacolo, e alla croce. Per questo il gesto si compie entrando e uscendo dal banco quando il tabernacolo si trova nel presbiterio.
L'origine di questo gesto è curiosa. Inginocchiarsi era, nel mondo antico e medievale, il modo in cui ci si presentava davanti a un re o a un sovrano: un segno di sottomissione e di omaggio al potente. Le stesse norme liturgiche ricordano questa eredità, osservando che con la genuflessione un tempo si onoravano anche alcune persone, in particolare i vescovi, mentre oggi essa significa solo adorazione ed è riservata a Dio. La fede cristiana, insomma, ha "battezzato" un'usanza profana, riservando il segno di omaggio più alto non più a un signore terreno, ma al Signore.
L'inchino è una versione più lieve di questo atteggiamento di riverenza, ma non è semplicemente "una genuflessione fatta a metà": esprime qualcosa di diverso. Se la genuflessione è adorazione, l'inchino - come precisa il Messale - indica la riverenza e l'onore che si rendono alle persone o ai loro segni. Ecco perché può essere rivolto anche a ciò che rappresenta una realtà santa senza identificarsi con essa. Il caso più chiaro è l'altare: quando il sacerdote e i ministri vi arrivano all'inizio della Messa, non si genuflettono, ma compiono un inchino profondo, perché l'altare è simbolo di Cristo, centro della celebrazione. La distinzione diventa così visibile in un solo luogo: se dietro l'altare c'è il tabernacolo con il Santissimo, l'inchino lascia il posto alla genuflessione, perché in quel caso non si onora più un segno, ma la presenza reale del Signore. Il Messale distingue inoltre due forme di inchino: quello del capo e quello del corpo. L'inchino del solo capo accompagna i nomi più sacri - quando vengono nominate insieme le tre Persone divine, al nome di Gesù, della Vergine Maria e del santo del giorno - mentre l'inchino profondo, di tutto il corpo, è riservato all'altare e ad alcuni momenti precisi della preghiera eucaristica. Una conferma indiretta di questa gerarchia tra i due gesti si trova in una piccola eccezione prevista dalle norme: chi passa davanti al Santissimo Sacramento si genuflette, ma chi in quel momento porta la croce processionale o i ceri, avendo le mani occupate, sostituisce la genuflessione con un inchino del capo. Il gesto più contenuto fa allora le veci di quello più impegnativo. In sintesi: la genuflessione è adorazione e si deve solo a Dio; l'inchino è onore e riverenza, e si rivolge anche ai segni che lo rappresentano.
Alzarsi, sedersi, inginocchiarsi: il ritmo della celebrazione
Anche le posture che assumiamo durante la Messa non sono casuali, ma seguono un linguaggio preciso. Stare in piedi è la posizione della preghiera attiva e del rispetto: ci si alza per ascoltare il Vangelo e per le orazioni, come ci si alzerebbe all'arrivo di una persona importante. Sedersi è invece la posizione di chi ascolta e medita, durante le letture e l'omelia. Inginocchiarsi, infine, è il gesto del raccoglimento e dell'adorazione, tradizionalmente legato al momento della consacrazione.
Questo continuo cambiare posizione, lungi dall'essere una formalità, scandisce il ritmo interiore della celebrazione e coinvolge il corpo nei suoi diversi momenti.
Battersi il petto: il gesto del pentimento
All'inizio della Santa Messa, durante il Confiteor, alle parole "per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa", i fedeli e il presbitero si battono il petto. È uno dei gesti più toccanti, perché esprime senza bisogno di spiegazioni il pentimento e l'umiltà di chi riconosce i propri limiti. Anche questo gesto ha radici evangeliche. Nella parabola del fariseo e del pubblicano (Vangelo di Luca, capitolo 18), è proprio il pubblicano che, battendosi il petto e non osando nemmeno alzare gli occhi, viene lodato da Gesù per la sua sincerità.
Lo scambio della pace e le mani aperte del sacerdote
Prima di ricevere l'Eucaristia, i fedeli si scambiano un segno di pace, di solito una stretta di mano. Nel rito ambrosiano avviene al termine della Liturgia della Parola, nel rito romano prima della Comunione. Non è un semplice saluto di cortesia, ma il segno della riconciliazione e della comunione fraterna: ci si presenta al Signore essendoci prima riconciliati con chi abbiamo accanto. Vale infine la pena di notare un gesto che compie il sacerdote: durante alcune preghiere allarga le braccia con le mani aperte verso l'alto. È la cosiddetta posizione "orante", e si tratta di una delle immagini più antiche della preghiera cristiana. La ritroviamo dipinta sulle pareti delle catacombe: braccia aperte, palmi rivolti al cielo, in segno di apertura e di accoglienza verso Dio.
Pregare con tutto se stessi
A ben guardare, nessuno di questi gesti è arbitrario. Molti nascono dal mondo antico - dall'omaggio ai re, dalle posture della supplica e del lutto - e sono stati accolti e trasformati dalla fede. Tutti, però, condividono una stessa convinzione: la preghiera non è soltanto un fatto del pensiero, ma coinvolge la persona intera, corpo compreso. La prossima volta che, entrando in chiesa, ci segneremo o piegheremo il ginocchio, potremo farlo sapendo che stiamo parlando una lingua antichissima, fatta non di parole ma di movimenti, che generazioni di cristiani hanno usato prima di noi per dire, con tutto il corpo, ciò che a volte le parole non bastano a esprimere.
d.W.M.
Silere non possum