Diocesi di Milano

Milano – Sabato 7 marzo, nella Cappella arcivescovile, l’Arcivescovo di Milano Mario Enrico Delpini aprirà il processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Marco Gallo, adolescente morto a 17 anni in un incidente stradale mentre si recava a scuola. L’avvio del procedimento arriva dopo l’accoglimento del Supplice Libello presentato il 31 maggio 2024 dal postulatore padre Andrea Mandonico, e si colloca dentro una storia che continua a generare domande, adesioni, e - per molti - una familiarità inattesa con un ragazzo che non hanno mai incontrato.

Chi è Marco Gallo? 

Marco nasce a Chiavari il 7 marzo 1994 da Antonio e Paola Cevasco. Viene battezzato il 19 giugno nella Parrocchia di San Michele Arcangelo (Casarza Ligure). Dopo l’infanzia trascorsa a Casarza Ligure, la famiglia si sposta in Lombardia: Arese, poi Lecco, infine Monza. Marco frequenta il Liceo scientifico Liceo scientifico Don Gnocchi a Carate Brianza; dal 2008 fino alla morte partecipa con regolarità alla Scuola di Comunità di GS, espressione di Comunione e Liberazione. Nella sua quotidianità alimenta la propria fede con la meditazione del Vangelo e con una vita sacramentale intensa, attraverso la partecipazione all’Eucaristia e la confessione sacramentale.

Il 5 novembre 2011, presso Sovico, Marco rimane coinvolto in un grave incidente: viene investito da un’auto e muore. Il 7 novembre si celebrano i funerali nel Duomo di Monza; il giorno seguente la salma viene trasferita a Casarza Ligure per la sepoltura nella cappella di famiglia. Ma la cronologia dei fatti, da sola, non spiega perché - a distanza di anni - centinaia di persone, soprattutto giovani, continuino a muoversi verso di lui. A colpire, in questa vicenda, è l’intreccio tra una morte improvvisa e ciò che, nel linguaggio di chi lo ha conosciuto, appare come una vita che non si è chiusa.

La madre Paola, nel ricordare l’impatto mortale, spiega: «Il corpo di Marco, che era una potenza di vita, è stato così spezzato per un urto: non aveva un graffio, non un’escoriazione, neppure il suo zainetto o il suo casco, non una goccia di sangue versato, ma il suo collo invisibilmente spezzato». “Invisibilmente” diventa una chiave: non per attenuare l’orrore, ma per dare un nome a ciò che resta fuori dal campo delle spiegazioni immediate, persino quando il dolore è assoluto. «Come si dice madre senza figlio? Padre privato del figlio?... è indicibile», aggiunge. “Indicibile” è l’altra parola che segna il racconto: ciò che non si riesce a dire non per mancanza di parole, ma perché l’esperienza supera la grammatica comune.

Dentro questo dolore, però, emergono appunti, lettere, pensieri: testi custoditi e poi condivisi, capaci di aprire un’amicizia oltre la soglia della conoscenza diretta. Marco stesso, in una lettera legata alla beatificazione di papa Giovanni Paolo II, descrive un’esperienza che somiglia a ciò che oggi molti riferiscono vivendo l’incontro con lui: «È come se fosse nato in me un prepotente desiderio di conoscerlo (…) È come se, finalmente, qualcuno mi abbia capito. Una comprensione che va oltre quella degli amici e delle persone che ho incontrato… come se tutto il segreto della vita fosse racchiuso qui, in queste parole (spalancate le porte a Cristo)». In queste righe c’è già un criterio: quella santità che non resta venerazione a distanza ma diventa incontro personale, quasi una corrispondenza.

Un segno, in particolare, si impone come una sintesi drammatica. La sera prima di morire, Marco scrive a penna sul muro della sua camera, accanto al crocifisso: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Era rimasto colpito dalla morte di Giovanni, uno studente universitario, amico di un suo carissimo amico, anche lui morto in un incidente in moto. Quella frase - tratta dal racconto evangelico della mattina di Pasqua - resta lì, come una soglia tra la paura della fine e l’annuncio cristiano che la vita non si lascia rinchiudere nella tomba. Nella memoria di chi lo ha seguito, non appare come un dettaglio “suggestivo”, ma come un punto che costringe a prendere sul serio il Mistero: perché proprio quella frase, proprio quella notte, proprio quel luogo.

Nei suoi scritti, la fede di Marco non è ornamentale e non è ingenua. È un lavoro interiore lucido, spesso ruvido, che riguarda il desiderio, la libertà, la grazia. A 16 anni annota: «Il desiderio (…) in sé è inutile… È nell’istante in cui esso è suscitato… allora noi dobbiamo seguirlo con la nostra libertà: dobbiamo farlo atto, azione, gesto, talvolta rischio, dobbiamo farlo carne». E poi: «Suicidarsi o convertirsi? Ovvero uccidere il desiderio o rivolger nel suo verso la nostra libertà?… Non è moralismo… il moralismo cristiano è ritenere che la grazia viene dopo un’adeguata preparazione morale… è la grazia che dà la forza». In un passaggio, quasi un manifesto, scrive: «Io sono amato, amici, e QUINDI faccio tutto». Qui la spiritualità, in questo giovane, è l’esperienza di essere preceduti da un amore che rende possibile la risposta. Lo stesso realismo ritorna nel commento alla canzone “Io non sono degno” di Claudio Chieffo: «Io non valgo nulla. Ma il motivo per cui la mia vita ha senso è perché ci sei te… tu mi ridesti ogni attimo… La commozione è consapevolezza del nostro nulla e in contemporanea della tua risposta, perché senza risposta sarebbe solo dolore». È una teologia vissuta, più che elaborata: la coscienza del limite non precipita nella disperazione perché, in quella frattura, si affaccia una Presenza.

Verso la Beatificazione

L’Editto per la Causa ricostruisce anche il tratto “pubblico” di questa testimonianza. Nel liceo, Marco diventa presto un punto di riferimento: invita gli amici ad attività di aiuto scolastico a ragazzi più piccoli; gli incontri finiscono con una breve catechesi. La domenica pomeriggio li coinvolge nella compagnia agli anziani disabili dell’Istituto Don Orione (Seregno). Gianola parla di una leadership “vissuta con fede profonda e gioiosa”, capace di mostrare che seguire Gesù è sorgente di felicità reale, verificabile nella vita. C’è poi un dato che, in una prospettiva ecclesiale, pesa quanto i ricordi: dal 2012 a oggi, ogni primo novembre si fa memoria della “nascita al Cielo” del Servo di Dio con un pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Montallegro e, pochi giorni dopo, una memoria nel Duomo di Monza. La partecipazione - si legge - è in costante crescita, con “centinaia e centinaia di persone”, specialmente giovani, provenienti da realtà ecclesiali diverse. È un indicatore concreto di quella fama di santità che non si è spenta ma si è consolidata nel tempo.

Anche il cardinale Angelo Scola, Arcivescovo emerito di Milano, a dieci giorni dalla morte di Marco lo ricordò citando una sua lettera in una meditazione sugli Esercizi Spirituali di Avvento (16 novembre 2011), proponendolo come esempio di vita cristiana. È un passaggio significativo: la Chiesa, quando riconosce una testimonianza, non lo fa per costruire figure eccezionali e irraggiungibili; lo fa per indicare una possibilità di vita, praticabile dentro l’età, la fragilità, le domande di tutti.

L’Editto invita infine tutti i fedeli che abbiano testimonianze significative o scritti di Marco a presentarli al Servizio per le Cause dei Santi della Curia Arcivescovile di Milano. È un invito che rivela un metodo, quello della Chiesa, la quale verifica nel tempo, ascolta testimonianze, raccoglie documenti e misura la consistenza di una vita. Resta, come filo che tiene insieme tutto, la postura con cui la madre Paola descrive ciò che è accaduto dentro di lei: «Io capisco sempre meno, capisco che la misura del Mistero non è la mia e mi chiede tutto, e mi continuerà a chiedere tutto; percepisco però che questo Mistero mi abbraccia e in questo abbraccio io non sono persa, io posso viverci». È una frase che non cancella l’assenza e non romanticizza la ferita. Regge piuttosto una possibilità cristiana concreta: attraversare il dolore senza ridurlo, e nello stesso tempo non lasciargli l’ultima parola.

Il 7 marzo, nella Cappella arcivescovile, il processo si aprirà con un atto ecclesiale formale. Ma ciò che lo rende comprensibile anche a chi sta fuori dai linguaggi tecnici è un dato umano elementare: un ragazzo morto troppo presto continua a generare vita, domande, conversioni, scelte. Per molti, quella scritta sul muro resta una provocazione che non invecchia: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». E, dentro la fede della Chiesa, è la domanda che separa la religione come consolazione dalla fede come incontro reale con Cristo vivo.

p.C.B.
Silere non possum


Editto per la Causa


Sua Eccellenza Mons. Mario Enrico Delpini, Arcivescovo di Milano, ha accolto in data 10 giugno 2024 il Supplice Libello, presentato il 31 maggio 2024 da padre Andrea Mandonico, Postulatore legittimamente costituito nella Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Marco Gallo, laico adolescente, nato a Chiavari (Ge) il 7 marzo 1994 da Antonio e Paola Cevasco.

Egli trascorre i primi tre anni a Casarza Ligure, in diocesi di Chiavari, assieme alle sorelle Francesca, maggiore di tre anni, e Veronica, minore di tre. Marco viene battezzato il 19 giugno nella Parrocchia di San Michele Arcangelo in Casarza Ligure. Cresce in una famiglia unita e con solidi valori cristiani: i genitori fanno parte del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione. A Casarza il piccolo Marco frequenta la scuola dell’infanzia, gestita dalla Parrocchia. Nel settembre 1999 la famiglia si trasferisce ad Arese (MI) e l’anno successivo a Lecco, dove frequenta la Scuola elementare parificata “Pietro Scola”. Il Servo di Dio riceve la Prima Santa Comunione l’11 maggio 2003 nella Basilica di San Nicolò a Lecco, ove pure riceve il sacramento della Cresima, il 29 maggio 2005. Dal 2004 al 2007 Marco frequenta la scuola secondaria di primo grado “Massimiliano Kolbe” in Lecco.

Nel settembre 2007 Marco inizia il Liceo scientifico “Don Gnocchi” a Carate Brianza. All’interno del Liceo, egli diventa presto un punto di riferimento: invita i suoi amici a partecipare ad iniziative per l’aiuto scolastico ai ragazzi di Biassono e Inverigo (MB) e gli incontri con loro terminano sempre con una breve catechesi. Alla domenica pomeriggio li invita a fare compagnia agli anziani disabili dell’Istituto don Orione di Seregno (MB). La sua leadership, vissuta con fede profonda e gioiosa, testimonia a tutti che seguire Gesù è la fonte della vera felicità.

Dal 2008 alla morte, il Servo di Dio frequenta regolarmente la Scuola di Comunità di GS, espressione del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione; in modo graduale si inserisce pienamente nel predetto movimento, dove viene educato alla vita cristiana ch’egli alimenta con la meditazione del Vangelo e con una intensa vita sacramentale attraverso la partecipazione all’Eucaristia e la celebrazione del sacramento della Riconciliazione. Nel 2009 la famiglia si trasferisce a Monza.

Il 5 novembre 2011, mentre si reca a scuola, Marco rimane coinvolto in un grave incidente stradale, presso Sovico (MB): viene investito e muore. La sera prima aveva scritto sul muro della sua camera, accanto al crocifisso: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Il 7 novembre viene celebrato il funerale nel Duomo di Monza. Il giorno seguente la salma del Servo di Dio è trasferita a Casarza Ligure, dove viene celebrata l’Eucarestia, alla presenza delle spoglie mortali di Marco, a cui segue la sepoltura nella cappella di famiglia nel cimitero locale.

Dall’anno seguente fino ad oggi, il primo di novembre si fa memoria della nascita al Cielo del Servo di Dio con un pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Montallegro (Diocesi di Chiavari) e qualche giorno dopo nel Duomo di Monza: ciò che meraviglia è la partecipazione, in costante crescita, di centinaia e centinaia di persone, specialmente di giovani, provenienti da realtà ed appartenenze ecclesiali diverse. Il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo emerito di Milano, in una meditazione tenuta in occasione degli Esercizi Spirituali di Avvento, predicati ai giovani della sua Diocesi il 16 novembre 2011, lo propose come esempio di vita cristiana.

Marco amava la vita, si poneva molte domande e soprattutto aveva trovato nell’amore per Gesù e per il prossimo la fonte della vera gioia. Per questo lasciava in tutti coloro che lo conoscevano una viva convinzione di santità. Tale fama di santità, non essendosi spenta, anzi essendosi consolidata negli anni ha spinto Sua Ecc.za Mons. Giampio Luigi Devasini, Vescovo di Chiavari, a costituirsi attore della causa per ottenerne e seguirne la Beatificazione e la Canonizzazione, secondo le norme della Santa Sede.

Pertanto, conformemente all’art. 43 dell’Istruzione Sanctorum Mater del Dicastero delle Cause dei Santi (17 maggio 2007) si invitano tutti i fedeli che abbiano testimonianze significative o scritti del Servo di Dio a presentarle – anche in fotocopia – al competente Servizio per le Cause dei Santi di questa Curia Arcivescovile di Milano (Piazza Fontana,2) e su mandato dell’Arcivescovo di Milano si pubblica all’Albo della Curia Arcivescovile il presente Editto, che rimarrà esposto per un mese e sarà riportato sulle pagine dell’inserto diocesano Milanosette, allegato al giornale Avvenire.

Don Marco Gianola
Servizio delle Cause dei Santi

Milano, 2 febbraio 2026