Milano - C'è un dettaglio della Commedia che continua a sembrarmi il più scomodo di tutti, e anche il più contemporaneo. Dante, che pure non è tenero con nessuno, riserva agli ignavi un trattamento peggiore di quello che riserva ai lussuriosi. Chi ha peccato per amore - Paolo e Francesca, Didone, Cleopatra - sta dentro l'inferno, sì, ma sta dentro l'inferno vero. Gli ignavi no. Gli ignavi non meritano nemmeno l'inferno. Stanno in un'anticamera, un vestibolo, un luogo che non è né cielo né abisso, perché perfino l'abisso ha bisogno di una qualche forma di scelta per accoglierti.
«Questo misero modo tegnon l'anime triste di coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro» (Inferno, III, 34-39)
"Sanza 'nfamia e sanza lodo." Senza infamia e senza lode. È una delle definizioni più feroci mai scritte sulla mediocrità morale, e Dante la scaglia contro chi ha attraversato la vita senza prendere posizione su niente. Non i traditori, non gli assassini, non i lussuriosi: i tiepidi. Quelli che non si sono compromessi. Quelli che hanno tenuto il piede in due staffe per non bagnarsi mai.
Il verso che chiude il ritratto è ancora più duro:
«Non ragioniam di lor, ma guarda e passa» (Inferno, III, 51)
Virgilio liquida queste anime in mezzo verso. Non meritano discussione. È una sentenza di irrilevanza assoluta, peggiore di qualunque condanna. Almeno ai lussuriosi Dante dedica un canto intero, ascolta la loro storia, sviene per la pietà. Agli ignavi nemmeno una conversazione. Guarda e passa.
Perché peccare per amore è meno grave
Bisogna fermarsi un attimo su questo paradosso, perché non è ovvio. Francesca da Rimini è una peccatrice - è all'inferno, dannata per l'eternità - eppure il poeta la tratta con una delicatezza che sfiora la complicità. Quando lei racconta come è stata travolta dalla passione, Dante usa parole che non sono di condanna ma quasi di riconoscimento:
«Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona» (Inferno, V, 100-105)
E alla fine del canto, il poeta crolla:
«e caddi come corpo morto cade» (Inferno, V, 142)
Francesca ha sbagliato, e Dante non lo nega - è all'inferno, dopotutto. Ma ha sbagliato per qualcosa. Ha amato troppo, ha amato la persona sbagliata, si è lasciata travolgere. C'è un eccesso, e l'eccesso è una forma di vita. Chi pecca per amore ha scelto, ha sentito, si è esposto. Ha rischiato qualcosa di sé.
Gli ignavi no. Gli ignavi non hanno rischiato niente. E per Dante questo è il peccato più imperdonabile, perché tradisce la natura stessa dell'essere umano, che è fatto per scegliere, per amare, per schierarsi. Vivere "per sé" - come gli angeli neutrali del canto III - significa non vivere affatto.
L'apatia come forma di male contemporaneo
Ed eccoci a noi. Perché questa pagina di Dante, scritta sette secoli fa, sembra parlare del nostro presente in modo quasi imbarazzante.
Viviamo dentro una forma di apatia diffusa che non ha precedenti recenti. Gli ideali sono evaporati - non per un complotto, ma per esaurimento. Le grandi narrazioni del Novecento sono cadute e al loro posto non è arrivato altro che il consumo, lo scrolling infinito, l'opinione tiepida da postare e ritirare in caso di backlash. La forma più diffusa di partecipazione pubblica è il like, che è esattamente l'equivalente digitale del non prendere posizione: un cenno minimo, ritrattabile, senza costi.
Il male, intanto, si è banalizzato. Non nel senso arendtiano del funzionario nazista - quello era ancora un male organizzato, ideologico. Il male contemporaneo è più sottile: è il male che non si riconosce come tale. Si commettono crimini senza percepirli come crimini. Si distruggono vite - la propria, quella degli altri - senza la coscienza di starlo facendo. Pensiamo agli omicidi commessi da ragazzi giovanissimi che, interrogati, sembrano genuinamente non capire cosa hanno fatto. Non è cinismo: è qualcosa di peggio, è l'incapacità di sentire. Ragazzi che uccidono perché non sanno amare, perché il sentimento è stato sostituito dal possesso, dal controllo, dall'algoritmo emotivo. Sono i nipoti spirituali degli ignavi danteschi: persone che attraversano la propria vita senza abitarla, e quando sbattono contro la realtà non sanno riconoscerla.
Dante questo l'aveva visto. Aveva capito che il peggior nemico dell'umano non è la passione, anche quella sbagliata, ma l'assenza di passione. Non è il peccato d'eccesso, ma il peccato di sottrazione. Chi ama male può ancora essere salvato - perché ama. Chi non ama, chi non sceglie, chi vive solo per sé senza compromettersi mai con niente, ha già abdicato all'essere umano prima ancora di morire.
L’ignavia nelle nostre comunità
C'è un luogo, però, dove questa apatia fa più male che altrove: la Chiesa. Perché la Chiesa, per sua stessa natura, dovrebbe essere il posto dove l'ignavia è impossibile. E invece anche nelle nostre comunità oggi vediamo, troppo spesso, lo spettacolo di un cristianesimo tiepido, prudente, calcolatore. Un cristianesimo che non prende posizione perché "chissà cosa potrebbe dire qualcuno", "chissà cosa potrebbe succedere", "meglio non esporsi su questo tema, è divisivo". Si parla per non dire, si convoca per non decidere, si scrivono documenti che potrebbero essere letti in due modi opposti - e questa ambiguità viene perfino spacciata per virtù pastorale.
È curioso, perché Dante quando scrive il canto III aveva in testa con ogni probabilità un passo molto preciso del Nuovo Testamento, ed è uno dei più feroci che siano mai stati scritti contro la mediocrità religiosa. È la lettera alla Chiesa di Laodicea, nell'Apocalisse: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Apocalisse 3, 15-16).
Non c'è molto da aggiungere. È una delle pagine più dure di tutta la Scrittura, e non è rivolta ai pagani, ai persecutori, agli avversari della fede: è rivolta ai cristiani. A quelli che credono ma senza ardore, che professano ma senza compromettersi, che si dicono discepoli ma stanno attenti a non disturbare nessuno. Il giudizio è netto: meglio il rifiuto esplicito che la tepidezza. Meglio il no di Pietro al canto del gallo che il silenzio prudente di chi non si pronuncia mai.
Lo stesso Gesù, nel discorso della montagna, aveva chiesto una cosa apparentemente semplice e in realtà rivoluzionaria: «Sia invece il vostro parlare: "sì, sì", "no, no"; il di più viene dal Maligno» (Matteo 5, 37)
Tradotto: prendete posizione. Dite quello che pensate. Non nascondetevi nelle formule, nei distinguo, nei "da un lato dall'altro lato". L'ambiguità, dice Gesù - e bisogna tornare a rileggerlo bene - viene dal Maligno. Non è prudenza, non è saggezza, non è equilibrio: è male. Esattamente quello che Dante avrebbe detto secoli dopo collocando gli ignavi peggio dei lussuriosi.
E invece oggi, dentro le nostre comunità, si vive spesso in una specie di sotterfugio permanente. Si calcola cosa dire e cosa non dire in base alle reazioni che potrebbe scatenare. Si ha paura di sporcarsi le mani: perché prendere posizione sporca sempre, in qualche modo, ed è proprio questo il punto. Chi entra nelle questioni reali si compromette, si fa nemici, paga un prezzo. Ma chi non si compromette mai, chi resta sempre a metà strada per non perdere nessuno, finisce per non essere niente per nessuno. Esattamente come gli angeli neutrali di Dante che "per sé fuoro": né con Dio né contro Dio, solo con se stessi, e per questo rifiutati da entrambe le parti.
C'è qualcosa di profondamente non cristiano nella prudenza calcolata. Cristo non è stato prudente. È stato crocifisso proprio perché ha preso posizione, ha rovesciato i tavoli al tempio, ha chiamato "sepolcri imbiancati" chi andava chiamato così. Una Chiesa che ha paura di parlare chiaro tradisce sé stessa.
La pena come specchio
C'è un'ultima cosa, che è forse la più crudele. La pena degli ignavi è perfettamente speculare alla loro vita: «Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch'eran ivi» (Inferno, III, 64-66)
"Mai non fur vivi." Non sono morti - non sono mai stati vivi. E ora corrono nudi dietro a un'insegna che gira senza meta, punti da insetti, in una agitazione che è la caricatura eterna della loro inerzia terrena. Si sono mossi senza andare da nessuna parte in vita, continueranno a farlo per sempre.
È un'immagine che fa pensare. Quanti di noi corrono dietro a insegne che girano? Quante vite si consumano in un'agitazione che assomiglia all'azione ma non lo è: produrre contenuti, accumulare follower, riempire calendari, evitare il silenzio? L'ignavia oggi non ha più la faccia del pigro che non si alza dal divano. Ha la faccia dell'iperattivo che non sceglie nulla, che non si schiera mai, che cambia opinione in base al vento e che, alla fine, non lascia traccia di sé.
Dante non ci offre consolazione. Ci dice una cosa sola, ed è una cosa difficile: che la peggiore vita possibile non è quella sbagliata, ma quella non vissuta. Che meglio amare male che non amare. Meglio sbagliare schierandosi che salvarsi standosene fuori. Meglio finire all'inferno con Francesca che restare nel vestibolo con i tiepidi.
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
Vale la pena chiedersi, ogni tanto, se quel verso non stia parlando anche di noi.
d.M.C.
Silere non possum