Roma - Nelle scorse ore Leone XIV si è recato all'Università La Sapienza di Roma per la sua prima visita pastorale nel mondo accademico. Tra i presenti, ad applaudire, c'era anche Giorgio Parisi: premio Nobel per la fisica ed emblema di una certa ideologia che da troppo tempo aleggia nelle aule universitarie italiane - un mondo, lo sappiamo, retto in non poca misura da favoritismi, cordate e parentele. Lo stesso Parisi che, nel 2008, fu tra i firmatari della lettera indirizzata al rettore della Sapienza per chiedere che Joseph Ratzinger non fosse accolto in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico.

Questa mattina su Repubblica - che strano! - appare una sua intervista che merita di essere presa sul serio proprio perché suona così disinvolta. Il premio Nobel, tornando sulla lettera del 2008 con cui sconsigliò al rettore della Sapienza di accogliere Benedetto XVI, oggi spiega che la differenza con l'attuale Leone XIV starebbe tutta nel contesto: "come non si invita il presidente della Repubblica ad aprire l'Anno Santo, così non si invita un Papa ad aprire un anno accademico". Una battuta elegante, che fa effetto. E che non regge a un esame serio. Insomma, a sentire Parisi, il problema non sarebbe stato invitare Benedetto XVI in sé, ma averlo invitato proprio per l'inaugurazione dell'anno accademico. Solo che la simmetria su cui poggia tutto il ragionamento è falsa, e basta poco a smontarla. L'Anno Santo è un atto strettamente sacramentale e liturgico: apertura della Porta Santa, indulgenza plenaria, struttura penitenziale. Un capo di Stato, un laico, lì dentro non avrebbe nessuna funzione possibile - non per snobismo istituzionale, ma perché il rito è quello che è. L'inaugurazione di un anno accademico è tutt'altra cosa: un atto civile e culturale, a cui parlano abitualmente ministri, premier, magistrati, scrittori, premi Nobel, intellettuali di ogni provenienza. Non è un rito chiuso a una sola categoria professionale, ed è anzi nella sua natura mescolare voci diverse. C'è poi un dettaglio che “il grande premio nobel” Parisi omette. La Sapienza nasce nel 1303 con la bolla In Supremae praeminentia Dignitatis di Bonifacio VIII. Che un Papa ci metta piede non è l'intrusione di un corpo estraneo: è semmai un ritorno alle origini dell'istituzione. Ratzinger stesso, nel discorso che avrebbe dovuto pronunciare il 17 gennaio 2008 e che fu costretto a non leggere, riconobbe il punto con grande onestà intellettuale, distinguendo accuratamente le due fasi della Sapienza: quella delle origini sotto autorità ecclesiastica e quella moderna come università laica, dotata di "quell'autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università".

Il principio implicito di Parisi - "ognuno al suo posto istituzionale" - peraltro nessuno lo applica davvero. Se valesse sul serio, bisognerebbe escludere dalle aule magne anche ministri, leader di partito, presidenti di Authority, magistrati. Non lo fa nessuno, perché non è quella la regola. Il criterio salta fuori solo quando l'invitato è ideologicamente scomodo. Mascherare un giudizio politico-culturale da principio sui ruoli istituzionali è una mossa intellettualmente debole.  Ma non è finita qui. C’è un punto decisivo, quello che Parisi finge di non vedere: Ratzinger era un accademico. Professore di teologia a Bonn, Münster, Tubinga, Regensburg. Vicerettore a Regensburg. Una delle figure intellettuali europee più rilevanti del Novecento, con una bibliografia sterminata. Trattarlo come se fosse soltanto un'autorità religiosa estranea al mondo dell'università è una mistificazione. Lui stesso, nel testo che avrebbe dovuto leggere, ricordava di aver tenuto la celebre lezione di Ratisbona "nella veste del già professore di quella mia università". Alla Sapienza si sarebbe presentato in entrambe le vesti, da vescovo di Roma e da studioso, ed è esattamente quel doppio registro che rende prezioso il testo.

Vale la pena ricordarlo, quel discorso, perché chi non l'ha letto continua a immaginarsi un'omelia, un'invasione di campo clericale, una predica fuori posto. È il contrario. È un'allocuzione strutturata come un intervento accademico di alto livello, con tesi articolate, riferimenti puntuali, e - sorpresa per chi non l'ha mai aperto - Jürgen Habermas e John Rawls citati esplicitamente, e non per far polemica.

Il filo è questo. Ratzinger parte da una domanda classica:cos'è l'università? Risponde, attraverso Socrate e il dialogo con Eutifrone, che la sua origine sta nella brama umana di conoscere la verità: la stessa brama da cui i cristiani dei primi secoli si lasciarono interrogare, accogliendo l'inquietudine socratica anziché respingerla. Da lì rilegge la struttura delle quattro facoltà medievali (medicina, giurisprudenza, filosofia, teologia) come articolazione del rapporto tra teoria e prassi, tra sapere e bene. Affronta poi la questione decisiva del nostro tempo: come si fonda la legittimità di un ordinamento democratico? E qui cita Habermas, riconoscendogli di aver detto bene quando sostiene che i processi democratici non possono ridursi a una lotta per maggioranze aritmetiche, ma devono caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità". Rawls compare poco dopo, sulla questione della "ragione pubblica" e dei criteri di ragionevolezza. Si potrà concordare o no con le conclusioni di Ratzinger, il punto non è quello. Il punto è che chi rifiutò di ascoltarlo respinse una riflessione che dialogava in modo diretto con i due maggiori filosofi politici contemporanei, uno dei quali apertamente laico. Il rischio che Ratzinger denunciava era preciso: che la ragione, oggi, "si pieghi davanti alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità", e che la filosofia, "non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo". È una diagnosi che si può discutere, ma è una diagnosi filosofica, non un anatema. La conclusione, persino umile, era che il Papa nell'università "sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà".

Questo era il discorso che 67 docenti della Sapienza - Parisi in testa - giudicarono incompatibile con la dignità dell'università. Questo era il pensatore che oggi viene liquidato con una battutina sui ruoli istituzionali, come si scaccia una mosca a tavola. Viene da domandarsi che idea di università abbiano in testa professori che, di fronte a un testo di questo livello, hanno avuto la prontezza intellettuale di firmare una lettera per non sentirlo. E viene soprattutto da domandarsi se siano davvero loro le persone a cui affidare la formazione delle coscienze dei nostri ragazzi. Forse, prima di iscriversi, conviene guardarsi intorno: di atenei, in Italia, ce ne sono altri. E con ben altra statura.

d.E.B.
Silere non possum

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