Milano - Sono dodici, «come gli Apostoli», i sacerdoti che questa mattina hanno ricevuto l'ordinazione presbiterale per le mani dell'arcivescovo di Milano, monsignor Mario Enrico Delpini, nella cattedrale gremita. La celebrazione è iniziata alle 9.
Vengono da percorsi tutt'altro che uniformi. Il più giovane, don Nikolas Abbate di Bresso, ha compiuto venticinque anni pochi giorni fa; il più maturo, don Nicolò Frattolillo di Dairago, ne ha trentasei ed è geologo di formazione, con un passato tra l'ufficio tecnico comunale e l'Unità bonifiche della Regione Lombardia. C'è chi viene dall'ingegneria - don Giuseppe Bianchi, varesino classe 1990, laureato al Politecnico, prima nella costruzione di autostrade e poi nella meccanica tessile - e chi, come don Stefano Magistrelli, nato in Messico e cresciuto ad Arluno, prima del Seminario ha lavorato un anno da McDonald's. Completano il gruppo don Andrea Angelini, don Gioele Bergamini, don Samuele Brancè, don Emanuele Guido, don Paolo Maccà, don Paolo Macchi, don Lorenzo Molteni e don Andrea Swich, originario di Vimercate. Diverse le età, diversi i mestieri lasciati alle spalle, identico il motto collettivo scelto per questa ordinazione: Cristo è tutto per noi.
Ed è proprio attorno a quel motto che l’Arcivescovo Delpini ha costruito l'omelia, prendendo però una via obliqua, quasi provocatoria.
© Arcidiocesi di MilanoI discepoli, «una delusione per Gesù»
L'arcivescovo non ha aperto con un elogio, ma con un rilievo critico rivolto agli Apostoli del Vangelo. «I discepoli, quegli uomini che Gesù ha scelto personalmente, quegli uomini ai quali Gesù ha dedicato tanto tempo, tante parole [...] proprio questi uomini si rivelano una delusione per Gesù», ha detto, richiamando il dialogo con Filippo e Tommaso nel Cenacolo: «non mi hai ancora conosciuto, Filippo», «Io sono la via, la verità e la vita».
Da qui la domanda che Delpini ha messo in bocca al "buon senso" di tutti noi, inclini a «dare consigli persino al Signore»: perché Gesù non ha scelto «uomini migliori, più intelligenti, più virtuosi, più adatti»? La risposta dell'arcivescovo è stata netta nel non concedere alibi agli ordinandi. Pur riconoscendo che i candidati di oggi sono presumibilmente «meglio preparati dei primi discepoli» - sei anni di studio, educatori, un discernimento maturato tra parroci, laici, religiosi e comunità -, il presule ha avvertito: «non sarei tanto sorpreso se anche loro si riveleranno una delusione per Gesù, come siamo un po' tutti noi». E ha prefigurato la realtà che li attende nelle parrocchie, fatta anche di chi «mette in evidenza i difetti», lamenta «incompetenze» e li considererà «inadeguati alla missione».
L'inadeguatezza come «condizione propizia»
Il cuore teologico dell'omelia è stato il rovesciamento di quella inadeguatezza. Citando la Prima lettera ai Corinzi - «quello che è debole per il mondo Dio lo ha scelto per confondere i forti» -, Delpini ha spiegato che l'essere inadeguati non va letto «come una obiezione alla missione, non come una motivazione o una scusa per la mediocrità, ma come una condizione propizia per essere discepoli, sempre discepoli, ancora discepoli».
Ne discende un'idea di stima di sé che, ha precisato l'arcivescovo, «non si alimenta nella illusione di essere ineccepibili ma nella gioia di essere ancora in cammino, sempre in cammino, in comunione con Gesù».
Contro il «Dio secondo me»
L'arcivescovo ha rilevato «nel nostro tempo un diffuso scoraggiamento a proposito della capacità di conoscere Dio» e ha denunciato «l'inclinazione a immaginare un "Dio secondo me"», parlando apertamente della «disperazione di molti che rinunciano a cercare la felicità pregando».
È a questa deriva che, spiega l'arcivescovo, risponde l'ordinazione di oggi: i nuovi preti sono incaricati «di testimoniare che chi vede il Cristo vede il Padre», contro ogni spiritualità generica che riduce Dio a «un enigma incomprensibile». La consegna affidata loro è quasi una formula: «Se cerchi Dio vai a incontrare Gesù». Da qui la triplice testimonianza chiesta ai presbiteri - sulla libertà («la vocazione a scegliere, a decidere, a trovare in Gesù la via»), sullo stile (la bellezza della vita nell'imitazione di Cristo «mite e umile di cuore») e, ancora una volta, sull'essere inadeguati.
L'omelia si è chiusa ricomponendo l'apparente contraddizione di partenza: «Questi nostri fratelli sono inadeguati alla missione, come del resto siamo tutti noi, eppure sono decisi a fare della missione il tutto della loro vita perché Cristo è tutto per loro».
S.F.
Silere non possum