Città del Vaticano – «Sorelle, fratelli, non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e ben vigilate da sembrare inamovibili».
In queste parole, pronunciate da Leone XIV durante l’omelia della Veglia pasquale c’è già il cuore di questa Notte Santa: il peso delle pietre, la fatica dell’uomo, l’impressione che alcune chiusure siano definitive. Eppure la Pasqua entra proprio lì, dove tutto sembra fermo, sigillato, sorvegliato dal dolore e dalla paura. Alle ore 21, nella Basilica Vaticana, questa sera il Papa ha presieduto la solenne Veglia nella Notte Santa di Pasqua. Il rito si è aperto nell’atrio con la benedizione del fuoco e la preparazione del cero pasquale. Poi la processione verso l’altare, il lento diffondersi della luce, la grande basilica che poco alla volta usciva dall’oscurità. In quel passaggio di fiamma in fiamma si è resa visibile, ancora una volta, la verità custodita dalla Chiesa da secoli: la morte non ha l’ultima parola. Un solo fuoco, una sola luce, e da quella luce una moltitudine di candele accese. La fede pasquale si lascia contemplare anche così, nella semplicità di un segno che dice la sovrabbondanza di Cristo: ciò che viene da Lui si comunica, si diffonde, raggiunge altri cuori e continua a vincere il buio.
Il canto dell’Exsultet, eseguito dal diacono, ha dato voce a quella gioia che nella notte di Pasqua si trasforma in vero e proprio stupore davanti all’opera di Dio. Le parole antiche del preconio pasquale hanno riempito San Pietro con la loro forza intatta: Haec nox est. Questa è la notte. La notte in cui il mare diventa strada, la colpa viene lavata, la tristezza conosce la consolazione, l’odio arretra, i poteri del mondo si piegano davanti a una sovranità che non schiaccia, ma salva. Ogni anno la Chiesa torna a questo annuncio, e ogni anno sembra ascoltarlo come se fosse la prima volta, perché ogni epoca conosce le sue tenebre e ogni uomo porta in sé qualche regione ancora in attesa di luce.
© Vatican MediaLa Veglia è proseguita con la Liturgia della Parola, la Liturgia Battesimale e la Liturgia Eucaristica, concelebrata con i cardinali, gli arcivescovi, i vescovi e i presbiteri. Nella lunga trama delle letture, la Chiesa ha ripercorso la storia della salvezza come si attraversa una memoria viva, non un repertorio di episodi lontani. La creazione, il sacrificio fermato di Abramo, il passaggio del Mar Rosso, la parola dei profeti, la promessa di un cuore nuovo: tutto conduce a questa notte, tutto converge verso il sepolcro aperto e verso la vita restituita. La Pasqua non è un frammento isolato del calendario liturgico. È il punto in cui si comprende che Dio non ha mai cessato di inseguire l’uomo, nemmeno quando l’uomo si perdeva. Nel cuore della celebrazione, il gesto battesimale ha mostrato in modo commovente che la Risurrezione non è soltanto una verità da proclamare, ma una vita da ricevere. Dieci catecumeni hanno ricevuto il Battesimo in questa Notte Santa: cinque provenienti dalla diocesi di Roma, uno dalla Corea, due dalla Gran Bretagna e due dal Portogallo.
Dal cero pasquale madrine e padrini hanno attinto la luce per accendere le candele dei neofiti. In quella scena si è manifestata una verità semplice e profonda: la fede non è mai un fatto privato, né un’esperienza chiusa nell’intimo. Raggiunge personalmente il cuore, ma lo apre a una comunione, lo lega a volti concreti, lo innesta in una storia che precede e accompagna. Nessuno varca da solo la soglia della Chiesa. Ogni nascita alla vita nuova porta con sé una custodia, una prossimità, una responsabilità condivisa.
L’acqua versata sul capo, la veste bianca indossata, il segno dell’olio santo che sigilla il dono dello Spirito: ogni gesto ha avuto la forza di un principio. Su quei volti si poteva intuire la serietà del cammino compiuto e insieme la delicatezza di un inizio. Ricevere il Battesimo da adulti, nella notte di Pasqua, significa attraversare in modo quasi visibile quella soglia che per tanti cristiani si colloca all’inizio remoto dell’esistenza. Per loro, invece, il passaggio si imprime nella memoria con i tratti netti di un evento scelto, desiderato, atteso. Quando Leone XIV ha detto: «Camminate sempre come figli della luce», quelle parole erano la consegna di una responsabilità e, nello stesso tempo, la carezza di una paternità ecclesiale. Poco dopo, quegli stessi neofiti hanno partecipato all’Offertorio e si sono accostati per la prima volta all’Eucaristia. La Chiesa li ha visti nascere e nutrirsi nella stessa notte.
Nell’omelia, il Papa ha legato la luce del cero pasquale alla missione dei battezzati. Da quell’unico fuoco, ha detto, tutti hanno acceso i loro lumi, diventando nella Chiesa “lampade per il mondo”. La fede cristiana non viene consegnata per essere custodita come un possesso privato, ma per illuminare. La risurrezione di Cristo non chiude i credenti in uno spazio separato dal dramma umano; li manda dentro la storia con una responsabilità più esigente. Per questo Leone XIV ha parlato di sepolcri ancora da aprire: quelli interiori della sfiducia, della paura, dell’egoismo, del rancore; e quelli che feriscono i rapporti tra i popoli, come la guerra, l’ingiustizia, la chiusura tra nazioni. La Pasqua chiede di guardare in faccia il male senza concedergli l’ultima definizione della realtà.
C’è stato un passaggio dell’omelia che ha toccato un nervo profondo dell’esperienza cristiana: Dio, ha ricordato il Papa, risponde alla durezza del peccato che divide e uccide con la potenza dell’amore che unisce e ridona vita. È qui che la Veglia pasquale rivela tutta la sua portata. La fede non nasce da un’ingenuità circa il mondo, né da una rimozione del dolore. Nasce da un incontro con una presenza che attraversa la morte e la vince. I riti della Settimana Santa hanno accompagnato i fedeli dentro il mistero della Passione, hanno mostrato il Figlio di Dio come uomo dei dolori, disprezzato, torturato, crocifisso. La notte di Pasqua non cancella il Venerdì Santo; lo porta a compimento. La luce che ora riempie la basilica è credibile proprio perché viene dopo il sangue, il silenzio, l’umiliazione, la pietra rotolata sul sepolcro.
© Vatican MediaAnche per questo il Vangelo delle donne che si recano alla tomba conserva una forza inesauribile. Leone XIV ha richiamato Maria di Magdala e l’altra Maria, il loro cammino ferito e coraggioso, il loro andare verso un luogo che sembrava definitivamente chiuso. Si aspettavano una tomba sigillata, una pietra pesante, soldati a guardia. Hanno trovato invece il segno di una potenza diversa, quella dell’amore di Dio, più forte del male e della morte. In quella scena evangelica c’è qualcosa che continua a riguardare ogni credente: si può andare verso il sepolcro portando nel cuore il lutto e l’apparente sconfitta, e trovarsi davanti a una vita che ricomincia dove tutto sembrava finito. La Pasqua si manifesta così: non allontana dal peso del reale, ma lo trasfigura con una forza che sorprende. San Pietro, in questa notte, è sembrata raccogliere tutta questa tensione tra il peso delle tenebre e l’irruzione della luce. C’era la maestà della liturgia, la precisione dei riti, la solennità dei canti, ma c’era soprattutto qualcosa di più difficile da descrivere: un senso di attesa compiuta, di sollievo trattenuto, quasi di respiro ritrovato. La notte di Pasqua è una notte che parla anche ai cuori stanchi, a chi ha pregato senza vedere, a chi ha continuato a sperare quando tutto sembrava contraddire la speranza. Per questo l’Exsultet resta uno dei testi più vertiginosi della tradizione cristiana: osa chiamare beata questa notte, osa persino benedire la ferita da cui è venuta la redenzione, perché sa che in Cristo niente è perduto per sempre.
La Chiesa, nella Veglia pasquale, non celebra una semplice ricorrenza. Torna alla sua sorgente. Riascolta la ragione della sua esistenza. Ricorda al mondo e a se stessa che il cristianesimo nasce da un sepolcro vuoto e da un incontro vivo. Tutto, questa notte, lo ha ripetuto con forza: il fuoco acceso all’esterno, il cero portato in processione, la basilica illuminata da piccole fiamme, il canto del diacono, l’acqua battesimale, la veste bianca, l’olio santo, il pane e il vino offerti sull’altare, le parole del Papa rivolte ai neofiti e all’intero popolo di Dio.
In questa Santa Pasqua, la prima celebrata da Leone XIV dopo la sua elezione, la liturgia ha rimesso davanti alla Chiesa una domanda essenziale: che cosa cambia davvero, quando si ascolta ancora una volta l’annuncio della Risurrezione? Il Papa ha offerto una risposta esigente e concreta: fare della propria esistenza un Alleluia vissuto, lasciando che ciò che si proclama con le labbra prenda forma nelle scelte, nelle parole, nelle opere. La Pasqua chiede cristiani capaci di portare la luce del Risorto dentro i luoghi in cui l’uomo resta schiacciato dal peso della paura, dell’ingiustizia, della solitudine. Chiede persone che sappiano rimuovere le pietre che serrano il cuore, parlare con verità, agire con la forza che viene da Dio e seminare il Vangelo nelle ferite del nostro tempo.
p.V.B.
Silere non possum