Norcia – Le celebrazioni per la solennità di San Benedetto hanno scandito in città giornate intense, nelle quali la dimensione liturgica si è intrecciata con quella civile, la partecipazione delle autorità con quella dei fedeli, e il riferimento alla pace ha attraversato l’intero svolgimento degli eventi.
Il primo appuntamento si è svolto venerdì 20 marzo nella chiesa abbaziale di San Benedetto in Monte, dove, intorno alle 17.30, è arrivata la fiaccola “Pro pace et Europa una”, portata da un gruppo di tedofori della città. La fiaccola era stata accesa il 1° marzo e benedetta da Papa Leone XIV in piazza San Pietro l’11 marzo 2026. Ad accoglierla c’erano l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, S.E.R Mons. Renato Boccardo, l’abate Dom Benedetto Nivakoff, O.S.B., la comunità monastica, il sindaco Giuliano Boccanera e numerosi fedeli.
© Archidiocesi Spoleto - NorciaI Primi Vespri a San Benedetto al monte
Durante i Primi Vespri della Solennità, l’abate Nivakoff ha proposto una meditazione che ha legato la figura di San Benedetto al tema della verità, indicata come fondamento della pace. Ha ricordato un episodio della vita del Santo: una sera, di ritorno da un lungo viaggio, Benedetto si mise a tavola mentre un giovane monaco gli reggeva una lampada. Quel monaco, però, si era interiormente spazientito e pensava di essere costretto a servire invece di riposare. Benedetto lo riprese proprio per questa frattura interiore, perché pensava una cosa e ne faceva un’altra. Da qui il richiamo dell’abate: alla base di ogni pace vera deve esserci una profonda unità interiore, perché soltanto nella verità si può affrontare il conflitto. Il riferimento alle guerre in corso, dall’Ucraina alla Terra Santa fino all’Iran e ad altre aree del mondo, ha collocato questo insegnamento benedettino dentro il presente.
La sera, alle 19.30, la fiaccola ha raggiunto piazza San Benedetto. Sotto la statua del Santo è stato acceso il tripode, mentre le campane della Basilica suonavano a festa. La piazza era gremita di fedeli e vi era una nutrita presenza di autorità civili, ecclesiastiche e militari. Dopo gli interventi del sindaco Boccanera e di due rappresentanti dell’Assemblea legislativa regionale, ha preso la parola l’arcivescovo Boccardo. Il suo intervento ha ripreso il segno della luce, affidandogli un significato preciso: la fiaccola che attraversa il buio e giunge in piazza diventa invocazione di luce per l’intelligenza dei “signori della guerra”, perché rispettino i popoli e le nazioni. Boccardo ha detto con chiarezza che la pace non si costruisce con le armi, ma con gesti quotidiani di perdono, e ha indicato in San Benedetto un maestro del cammino della verità e della giustizia.
© Archidiocesi Spoleto - NorciaDopo 10 anni: la celebrazione in Basilica
Nel giorno della solennità, la celebrazione si è tenuta nella Basilica di San Benedetto, edificata sul luogo natale del Santo e di sua sorella Scolastica. Dopo la riapertura dello scorso ottobre, si è trattato della prima solennità di San Benedetto nuovamente celebrata in Basilica, a dieci anni dal terremoto che aveva profondamente ferito questa comunità. Il solenne pontificale è stata presieduto dall’arcivescovo Renato Boccardo e concelebrato da numerosi sacerdoti diocesani. Hanno assistito alcuni monaci benedettini dell’Abbazia di San Benedetto in Monte, tra i quali lo stesso abate Benedetto Nivakoff O.S.B.. In presbiterio era presente anche la reliquia di San Benedetto: un prezioso manufatto contenente un dente del patrono d’Europa, conservato nella Basilica dalla sua riapertura e offerto alla venerazione dei nursini e dei pellegrini che ogni giorno entrano nella chiesa. Nell’omelia pronunciata nella Basilica il 21 marzo, l’arcivescovo Boccardo ha sviluppato un itinerario spirituale che parte da una parola esigente e controcorrente: il silenzio. Riprendendo la prima lettura e la Regola di San Benedetto, ha ricordato che “il dovere del discepolo è di tacere e ascoltare”, per poi domandarsi che cosa significhi davvero tacere e perché il silenzio sia così importante nella vita cristiana. La sua risposta è stata netta: il silenzio non è vuoto, assenza o sterilità, ma pienezza, presenza, grembo nel quale la parola umana e la Parola di Dio possono essere accolte e custodite. Non è una tecnica, ma uno stile; non è fuga, ma disponibilità del cuore. Senza silenzio, ha detto, non si può ascoltare nulla, non si può amare nulla, non si può generare nulla.
Da questo punto di partenza Boccardo ha collegato il silenzio alla domanda che Pietro rivolge a Gesù: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?”. Per l’arcivescovo, questa domanda dà voce a inquietudini profonde che attraversano ogni credente: per che cosa vale davvero la pena essere cristiani, quale sia la vera contropartita del seguire Cristo. L’omelia ha insistito sul fatto che il Vangelo non chiede di disprezzare o dimenticare persone e cose, ma di non fondare su di esse l’idea di felicità. Il nodo, ha spiegato, è il passaggio dall’avere all’essere. La vera felicità non dipende dal possesso, ma dall’identità profonda della persona davanti a Dio. E questo non riguarda una élite spirituale: seguire Gesù è la chiamata di ogni battezzato, nella concretezza della vita quotidiana.
La meditazione si è poi allargata al dramma dei conflitti contemporanei. Nel silenzio, ha detto Boccardo, risuona anche il grido di sofferenza che sale dalle popolazioni ferite dalla guerra. Quel grido raggiunge il cuore e interpella la responsabilità di ciascuno. Per questo, alla scuola di Benedetto, definito “messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà”, l’arcivescovo ha affermato da Norcia che non si può “fare la guerra per fare la pace”, che la logica della forza non può prendere il posto della ragione e della diplomazia, e che il rumore delle armi non può soffocare la dignità e le aspirazioni dei popoli.
© Archidiocesi Spoleto - NorciaÈ in questo quadro che Boccardo ha evocato l’immagine di un mondo nel quale icosiddetti potenti sembrano produrre infelicità per i popoli, mentre aumentano le vittime, si invoca la crescita della produzione di armi e i vincitori esibiscono i volti di coloro che sono riusciti a uccidere. Di fronte a questo scenario, ha detto, dalla Basilica di Norcia si eleva una preghiera per una pace “disarmata e disarmante” e si manifesta la volontà di non essere contro nessuno, ma di vivere a favore di tutti. L’arcivescovo, inoltre, ha spiegato che i cristiani, quando pregano, non chiedono a Dio di fare ciò che essi non riescono a fare, ma domandano il dono dello Spirito per individuare la strada da percorrere. Il presule ha poi fatto un riferimento diretto a Papa Leone XIV e alla necessità di “disarmare il linguaggio”. Boccardo ha richiamato le parole del Pontefice affidate al messaggio per la Quaresima contro le parole taglienti, il giudizio immediato, il parlar male di chi è assente, le calunnie. Ha osservato che in famiglia, tra amici, sul lavoro, sui social, nei dibattiti pubblici e perfino nella comunità cristiana, la lingua diventa spesso un’arma. Una frase di troppo può rovinare una giornata, un giudizio affrettato lascia ferite, una battuta velenosa avvelena l’aria. Per questo il tempo presente, così segnato dalla violenza, può diventare un tempo di allenamento alla carità attraverso la custodia delle parole e l’esercizio della gentilezza.
Il punto più concentro dell’omelia è un invito a rileggere la festa non come semplice memoria del passato, ma come appello presente. Boccardo ha chiesto di raccogliere dall’insegnamento di San Benedetto la disponibilità ad aprirsi nel silenzio all’azione dello Spirito Santo, a non temere che Dio chieda troppo e a lasciarsi guidare dalla sua Parola nelle azioni quotidiane. Solo così, ha concluso, si può costruire una “catena di pace” capace di unire uomini e donne di buona volontà, custodendo libertà e verità, promuovendo giustizia e solidarietà.
d.G.B.
Silere non possum