New York - «Signore, prendi la mia vita nuova… tu chiamami a servire». Con i versi di Alma misionera, S.E.R. Mons. Ronald A. Hicks ha dato il tono all’inizio del suo ministero, nel giorno in cui, venerdì 6 febbraio 2026, ha preso possesso canonico dell’Arcidiocesi di New York.
L’avvio della celebrazione liturgica è stato segnato da un gesto dal forte valore simbolico: il nuovo arcivescovo ha bussato tre volte con un martelletto d’oro alla porta della Cattedrale di San Patrizio. Hicks è apparso emozionato, consapevole del peso di una soglia che non è soltanto fisica: è l’inizio concreto della responsabilità di governo pastorale.
Ad accogliere il nuovo pastore c’erano cardinali, numerosi vescovi e sacerdoti, consacrati e una presenza significativa di laici: un’immagine che, già nella disposizione dell’assemblea, raccontava l’Arcidiocesi nella sua pluralità di ministeri e vocazioni.

La presa di possesso canonica
Il discorso del nunzio apostolico, il cardinale Christophe Pierre - che si avvia anche alla conclusione del proprio mandato - ha rappresentato l’incipit della celebrazione. Quando Pierre si è rivolto al cardinale Timothy Dolan, l’assemblea ha reagito con un applauso lunghissimo culminato in una standing ovation. A rendere ancora più singolare la scena è intervenuto un dettaglio che ha spezzato la solennità del momento: il Nunzio ha invitato l’assemblea a cantare Happy Birthday per il cardinale Dolan, perché era il suo compleanno.
Il cuore della presa di possesso canonica si è compiuto con la lettura della bolla di nomina del Papa: il Nunzio l’ha proclamata secondo il rito, quindi il nuovo arcivescovo l’ha mostrata pubblicamente passando tra il clero e i fedeli, come previsto dal rito. È un atto che rende visibile l’origine del mandato episcopale e la sua destinazione: il popolo affidato a quel ministero. Subito dopo, Dolan e lo stesso Pierre hanno accompagnato Hicks alla sede: sedendosi solennemente sulla cattedra, il nuovo pastore è divenuto ufficialmentel’arcivescovo dell’Arcidiocesi.

Monsignor Hicks: «Il mio cuore è colmo di gratitudine»
Nell’omelia, Hicks ha scelto una chiave personale e insieme programmatica. Ha detto che il suo canto preferito è Anima Missionaria e non si è limitato a citarlo come semplice preferenza musicale: lo ha presentato come sintesi della vocazione di una Chiesa chiamata a vivere da “discepola missionaria”. Il coro ha poi cantato quel brano durante il rito di comunione. L’Arcivescovo ha detto: «Io amo Gesù. Amo la Chiesa. E amo le persone». E ha collocato al centro non un programma organizzativo, ma una relazione. E nei ringraziamenti ha espresso riconoscenza al Nunzio e al predecessore Dolan.
Il presule ha ripreso la consegna evangelica del “andate e fate discepoli” come orizzonte operativo: una Chiesa che si muove, che non si ripiega su se stessa, che coltiva la formazione e la testimonianza pubblica. Hicks ha richiamato anche un insegnamento recente di Papa Leone XIV e lo ha collegato all’identità missionaria della Chiesa: annunciare il Vangelo con credibilità, difendere la dignità umana, prendersi cura dei vulnerabili, costruire ponti, ascoltare, promuovere guarigione.
d.T.R.
Silere non possum