© Chiesa Di Milano

Milano - “Dire la verità, fare la verità è una resistenza”. L’Arcivescovo Mario Enrico Delpini ha affidato a queste parole il cuore della sua omelia pronunciata durante la Santa Messa in Coena Domini celebrata giovedì 2 aprile nel Duomo di Milano. Il presule ha offerto una lettura del Vangelo della Passione dentro le prove della vita ecclesiale e umana, là dove la verità costa, espone, obbliga a prendere posizione. La celebrazione del Giovedì Santo si è aperta nel pomeriggio con il rito della luce, preceduto dalla lavanda dei piedi compiuta dall’arcivescovo a dodici tra religiosi e religiose francescane, nel contesto dell’ottocentesimo anniversario della morte di san Francesco. Delpini ha richiamato così la fecondità di quel carisma e il suo tratto essenziale: l’imitazione di Cristo. 

Da lì l’omelia è entrata subito nel suo tema principale: la verità. Delpini non la tratta come un concetto separato dalla storia, ma come una pratica di fedeltà dentro situazioni molto concrete. La verità, dice, si misura davanti alla menzogna, davanti alla presunzione di chi si crede saldo, davanti alla strumentalizzazione della religione per giustificare la violenza, davanti alla paura che spinge a nascondere la propria appartenenza a Cristo. Per questo l’arcivescovo guarda a Pietro: la sua colpa non è soltanto il rinnegamento finale, ma già l’illusione iniziale di una fedeltà senza crepe. La verità, in questa prospettiva, comincia dal riconoscimento della propria fragilità.

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L’omelia allarga poi lo sguardo dalla vicenda personale del discepolo alla vita delle comunità. Delpini mette in guardia da abitudine, superficialità, ricerca di sé, desiderio di primeggiare. Sono dinamiche che corrodono la comunione dall’interno e che possono svuotare perfino la celebrazione eucaristica del suo significato. La sua riflessione è severa perché non resta sul piano morale individuale: chiama in causa il modo stesso in cui una comunità cristiana vive la liturgia, la fraternità e la memoria del Signore. La menzogna, osserva, può insinuarsi anche nei momenti più santi.

A questo punto Delpini sottolinea che la verità è diventata una parola sospetta, spesso scambiata per imposizione, per dogma usato contro gli altri, per arroganza intellettuale. Per i discepoli, però, la verità ha un nome e un volto: “io sono la verità”. L’arcivescovo riporta così tutto a Cristo, al Verbo fatto carne, alla sua esposizione inerme davanti alla violenza. La verità evangelica, nella sua lettura, non coincide con un sistema di idee autosufficiente, ma con una presenza che il mondo ferisce, deride, tenta di zittire. È precisamente per questo che la verità di Gesù resta incompatibile con il compromesso. L’Arcivescovo insiste sul fatto che la parola vera è una parola che i violenti vogliono mettere a tacere e che gli indifferenti espellono dalla vita comune. La scena evangelica degli schiaffi, degli sputi, dell’accusa di bestemmia non è soltanto il racconto della Passione; diventa il criterio con cui leggere ogni tempo in cui la verità disturba gli equilibri, incrina i sistemi di potere, smaschera le manipolazioni del sacro. La figura di Cristo, così come emerge dalla profonda riflessione offerta da Delpini in Duomo, non è quella di un maestro che spiega da lontano, ma di colui che resiste rimanendo fedele a ciò che è. Nella parte finale, il presule torna ai discepoli e, con loro, alla Chiesa di oggi. Scrive che “la verità dell’uomo e della donna è la fragilità”. È una frase essenziale per capire tutto il testo. Non c’è alcuna idealizzazione del credente, del ministro, della comunità. I buoni propositi non bastano; l’ambiente ostile spinge a confondersi con la massa; lo scherno può diventare un motivo sufficiente per tacere la propria appartenenza. La fragilità, però, non è l’ultima parola. Diventa piuttosto il punto da cui ricominciare, purché sia riconosciuta senza retorica e portata davanti all’opera di Cristo.

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È qui che il Giovedì Santo riemerge in tutta la sua densità teologica. Delpini non chiude infatti su un’analisi della crisi, né su una denuncia dei guasti interni. Rimanda all’Eucaristia: al pane dato, al calice della nuova alleanza, all’intimità con Gesù come unica via per diventare sinceri, liberi, capaci di fraternità e di missione. La verità, nella sua omelia, non è un possesso da esibire ma una dimora in cui restare. Solo una vita unita a Cristo può rendere possibile, fuori dalla chiesa, una testimonianza non piegata alla paura, all’opportunismo o al conformismo.

Questa notte contempliamo, nel sepolcro, proprio quella verità di cui Delpini ha parlato in Duomo: una verità che non si impone con la forza, che non cerca consenso, che non si difende con il potere, ma rimane fedele fino alla fine. Nel corpo deposto di Cristo, nel silenzio del Sabato santo ormai vicino, la Chiesa riconosce il punto più radicale di quella resistenza evocata dall’arcivescovo: la resistenza dell’amore, della mitezza, dell’obbedienza al Padre. È lì che cadono le illusioni di autosufficienza, lì che la fragilità dell’uomo smette di essere un alibi e diventa una domanda di salvezza, lì che la comunità cristiana è chiamata a verificare la propria verità. Davanti al sepolcro non restano le parole solenni, né le apparenze, né le proclamazioni di fedeltà: resta Cristo, consegnato e sepolto, e resta la possibilità per ciascuno di tornare a Lui con sincerità. Le parole dell’Arcivescovo ci conducono davanti al mistero di un Dio che, anche nel silenzio della morte, continua a chiedere ai suoi discepoli di dimorare nella verità.

d.L.V.
Silere non possum



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