Città del Vaticano - Nel giorno in cui la Chiesa celebra san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e della comunicazione, Papa Leone XIV ha firmato il Messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Il testo mette al centro una parola-chiave: custodia.
Custodire la persona prima ancora del contenuto; custodire volto e voce nell’epoca in cui la tecnologia può riprodurli, simularli, usarli. Il Papa non parla da tecnico, ma da pastore: indica una posta in gioco antropologica che riguarda chi comunica, chi informa e chi riceve notizie.
“Volto e voce sono sacri”: la comunicazione come luogo della persona
Il Messaggio si apre con una considerazione fondamentale: “Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro”. Il Papa lega questa unicità alla tradizione cristiana e alla rivelazione: “Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza”. Per questo, quando la comunicazione perde il riferimento alla persona, si altera il modo stesso di stare al mondo. Leone XIV insiste che l’uomo non è un prodotto predeterminato: “Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile”. In questa prospettiva, informare e comunicare non sono soltanto competenze: diventano responsabilità davanti alla dignità dell’altro.
La sfida dell’IA: quando la simulazione invade il rapporto umano
Il Papa entra nel cuore del tema contemporaneo sul quale sta lavorando anche per offrire una enciclica: la tecnologia digitale e i sistemi di intelligenza artificiale. Il rischio, avverte, riguarda i pilastri della convivenza e persino la profondità delle relazioni: “La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana”. E poi la frase che suona come un campanello d’allarme per chi lavora nei media: “Simulando voci e volti umani… i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale… invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane”. Per Leone XIV la questione non si riduce all’efficienza: “La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica”. La tecnologia va accolta con discernimento, senza chiudere gli occhi su “punti critici, opacità, rischi”.
“Non rinunciare al proprio pensiero”: algoritmi, bolle e polarizzazione
Una parte del testo è dedicata a ciò che già oggi accade nei flussi informativi. Il Papa descrive gli algoritmi come meccanismi orientati a massimizzare l’attenzione: “algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento… premiano emozioni rapide e penalizzano… lo sforzo di comprendere e la riflessione”. Silere non possum ha messo spesso in evidenza questi rischi mettendo in guardia da quei blog e pagine social che favoriscono l’insulto, lo scontro, la polarizzazione. Il risultato, spiega Leone, è una comunicazione che divide: “Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione… aumentano la polarizzazione sociale”. A questa dinamica si aggiunge un rapporto ingenuo con l’IA: l’affidamento a un’“amica onnisciente”, “oracolo di ogni consiglio”, capace di logorare la capacità di pensiero “analitico e creativo”. Il monito è esplicito: “Sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero… rischia… di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative”. In filigrana, un messaggio preciso per l’informazione: senza pensiero critico, l’ecosistema mediatico diventa fragile.
Finzione, deepfake e “allucinazioni”: la crisi della verifica
Leone XIV affronta anche la zona grigia tra realtà e finzione, dove la simulazione rende tutto più incerto: “diventa… sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei ‘bot’”. Il Papa avverte sulla persuasione occulta e sulla capacità dei modelli di “imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione”, con un impatto particolare sulle persone vulnerabili. Poi c’è la distorsione: i bias e gli stereotipi incorporati nei sistemi, capaci di “manipolare i nostri pensieri” e “approfondire le disuguaglianze”. E infine il punto che tocca direttamente il mestiere giornalistico: la mancata accuratezza e le “allucinazioni”. Qui Leone XIV lega l’inaffidabilità delle risposte automatiche alla crisi del “giornalismo sul campo” e alla verifica: “Una mancata verifica delle fonti… può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando… sfiducia, smarrimento e insicurezza”. È un richiamo a ricostruire autorevolezza attraverso metodo e presenza nei luoghi dove i fatti accadono. I risultati di questo giornalismo becero, più improntato ad agitare le folle che informare, lo abbiamo visto anche nelle scorse ore dove alcuni millantatori di titoli hanno dato per “scoop” informazioni false copiate dai tweet in circolazione.
Responsabilità, cooperazione, educazione: la via per una “alleanza”
Il Papa non propone allarmismi, ma una linea di governo della complessità: un’“alleanza” possibile, fondata su tre pilastri: responsabilità, cooperazione ed educazione.
La responsabilità riguarda tutti: dalle piattaforme chiamate a non ridurre le strategie alla “massimizzazione del profitto”, agli sviluppatori a cui è chiesta “trasparenza e responsabilità sociale”, fino ai legislatori chiamati a vigilare sulla dignità umana. Per il mondo dell’informazione, il passaggio è un’indicazione editoriale e professionale: “Le imprese dei media e della comunicazione non possono… permettere che algoritmi… prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità”. E ancora: “La fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la trasparenza”. I contenuti generati o manipolati dall’IA “vanno segnalati e distinti”, e l’informazione viene definita senza ambiguità: “L’informazione è un bene pubblico”.
San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti: la parola scritta come missione
Questo splendido messaggio del Santo Padre che, come al solito, tocca i punti nevralgici, viene firmato oggi nella festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Si tratta di una figura che unisce mitezza, intelligenza pastorale e uso innovativo della comunicazione. Nato nel 1567 nel Castello di Sales a Thorens (Alta Savoia), cresce dentro le attese familiari di una carriera brillante. Studia giurisprudenza a Padova, ma sceglie il sacerdozio. Diventa vescovo di Ginevra nel 1602, in un contesto segnato dalla presenza dei riformatori protestanti ispirati da Giovanni Calvino; per questo trasferisce la sede ad Annecy. La sua forza è la capacità di dialogo e di persuasione, esercitata con la predicazione e con la parola scritta: riesce a far rientrare nel cattolicesimo migliaia di calvinisti.
Per raggiungere più persone, inventa un mezzo di comunicazione di massa: il manifesto. Scrive foglietti, li stampa e li diffonde sui muri e sotto le porte delle case. È anche per questo che viene riconosciuto patrono dei giornalisti, degli scrittori, della stampa e dei mass media. Nel 1610 fonda con Giovanna Francesca de Chantal l’Ordine della Visitazione di Santa Maria; scrive oltre duemila lettere e opere come la Filotea e il Trattato dell’amore di Dio. Muore a Lione il 28 dicembre 1622, lasciando una lezione semplice e attuale: comunicare significa raggiungere le persone dove vivono, con parole che non schiacciano, ma offrono speranza. In questa luce, il Messaggio di Leone XIV appare come continuità: custodire la comunicazione come spazio della persona, perché la tecnologia non prenda il posto dell’umano, ma lo serva.
d.C.V.
Silere non possum