Qlayaa - Padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa, nel Sud del Libano, è stato ucciso oggi in un bombardamento mentre tentava di prestare soccorso a un parrocchiano rimasto ferito in un primo attacco. Il sacerdote, cinquantenne, è stato raggiunto da un nuovo bombardamento che ha colpito la stessa abitazione. Trasportato d’urgenza in ospedale, è morto “dopo quindici minuti”.

A confermare la notizia è stato padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco dei latini nelle comunità di Tiro e Deirmimas, che ha appreso la morte del confratello con profondo sgomento. Secondo la sua ricostruzione, l’attacco è avvenuto alle 14 (ora di Beirut), a una settimana dall’avvio dell’offensiva israeliana sul Paese dei cedri. Padre Pierre era accorso insieme a decine di giovani per soccorrere un uomo ferito nel primo bombardamento. Mentre il gruppo cercava di intervenire, un secondo attacco ha colpito la stessa casa. Il parroco è rimasto gravemente ferito ed è morto subito dopo. La sua morte ha colpito duramente una zona già provata da giorni di violenza e da continui avvisi di evacuazione.

Nella testimonianza di padre Toufic emerge il profilo di un sacerdote che aveva scelto di restare accanto alla propria comunità. Padre Pierre El Raii era considerato un punto di riferimento per i cristiani della zona, soprattutto in una fase in cui molte famiglie vivono nell’incertezza di dover lasciare tutto. La sua presenza aveva rappresentato un sostegno concreto in un contesto segnato da paura, precarietà e isolamento crescente. La notizia della sua uccisione ha provocato dolore e smarrimento nei villaggi del Sud. Molti abitanti avevano deciso finora di resistere, pur sotto la minaccia dei raid. Ora, però, la percezione è cambiata radicalmente. Restare significa esporsi ogni giorno al rischio delle bombe; partire significa abbandonare la propria casa, la propria terra, la memoria familiare, spesso senza avere risorse sufficienti per trovare un rifugio. Intanto l’emergenza umanitaria si aggrava di ora in ora. A Beirut si contano circa cinquecentomila sfollati, mentre quasi trecentomila persone hanno lasciato il Sud del Paese. Decine di migliaia stanno abbandonando anche la Bekaa. Le strutture di accoglienza sono sotto pressione e molte persone dormono nelle automobili o per strada. Il Libano si trova a gestire una fuga di massa che coinvolge una parte rilevante della popolazione e che mette a dura prova le già fragili risorse del Paese.

Nel convento di Tiro, affidato ai francescani, sono ospitate circa duecento persone, tutte musulmane. La priorità resta offrire riparo a chi arriva, senza distinzioni, in una regione dove la convivenza viene colpita insieme alle case e alle persone. In questo quadro di devastazione, le parole che giungono dalle comunità ecclesiali insistono sulla necessità di non cedere alla disperazione. Resta la richiesta di poter vivere con dignità, di fermare la guerra e la violenza, di interrompere una spirale che continua a produrre morti, odio e distruzione. La morte di padre Pierre El Raii consegna alla cronaca il volto concreto di questa crisi: quello di un sacerdote rimasto con il suo popolo fino all’ultimo, colpito mentre cercava di salvare una vita.

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