Città del Vaticano - «Ho desiderato incontrarvi per conoscervi da vicino e per iniziare a camminare insieme a voi». La prima parola-chiave del pontificato di Leone XIV, quando parla della Diocesi di Roma, è questa: presenza. Il Santo Padre non intende delegare oltre misura ciò che riguarda la Diocesi di Roma, di cui è Vescovo. Per questo ha avviato un ritorno intenzionale del Vescovo di Roma nella vita concreta del suo presbiterio e delle sue comunità. Negli ambienti di Curia, questa scelta viene sintetizzata con una formula efficace: «ci penso io».

Leone XIV: «Le parrocchie le visito io»

Per capire la scelta di Leone XIV occorre tornare a una decisione precedente al Conclave, quando Papa Francesco era ancora in vita. Il 21 dicembre 2024 il cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, annunciò l’avvio di una visita pastorale “alla nostra Diocesi” a partire da gennaio 2025, descrivendola come un tempo di incontro e di ricucitura: «per dialogare, incoraggiarci, ringraziare, chiedere perdono, correggerci, aiutarsi a ricominciare». Ne chiarì anche il significato ecclesiale, richiamando la tradizione della Chiesa: «È lo strumento che da secoli la Chiesa affida ai pastori affinché dedichino del tempo alla conoscenza delle singole comunità, ne ascoltino le gioie e i dolori, riconoscano i carismi e colgano i segni attraverso cui individuare insieme i passi di crescita da compiere».

Quella lettera giungeva dopo anni di lotte intestine nel Vicariato. Anni in cui Renato Tarantelli aveva fatto più volte la spola da Santa Marta al Palazzo del Laterano per far firmare lettere, provvedimenti e nomine a Papa Francesco. Una lettera che arrivava dopo anni in cui il clero di Roma non voleva neppure più sentir parlare di Papa Francesco, a motivo di ciò che accadeva, spesso a loro insaputa, nel Vicariato.

Una missiva che arrivava dopo quegli incontri che furono consigliati a Francesco per «ricucire con il proprio presbiterio» ma che in realtà furono un boomerang terribile, perché il Papa non rispondeva alle domande scomode ma, anzi, quegli incontri diventarono il terreno in cui sparò le sue cartucce sulla «frociaggine» (per la seconda volta dopo che lo fece con i vescovi) e sulle «donne che chiacchierano».

La lettera arrivava dopo le nomine di Reina, preso dalla Sicilia per governare la Diocesi di Roma; di Di Tolve, preso da Milano per formare i preti dell’Urbe: insomma, un clima di sfiducia che i preti hanno accusato molto e rimproverato a Francesco. Diversi hanno scritto anche a Santa Marta dicendo: «Non avevamo validi sacerdoti o vescovi già in Diocesi o nella regione ecclesiastica per poter formare i nostri futuri preti e governare la nostra diocesi?».

Molti hanno rimproverato al Papa anche il potere eccessivo che aveva lasciato a Renato Tarantelli, il quale era stato ordinato presbitero in tarda età e, dopo pochissimi anni, è stato anche promosso vescovo, con quella presenza inopportuna del Papa il quale, durante il Rito di ordinazione episcopale, disse quel: «Molto volentieri» con un ammiccamento plateale, giudicato da molti inopportuno e rimasto impresso nella memoria di tutti.

Una lettera, insomma, dal tono improntato alla comunione e al servizio («non solo “per voi” ma “tra voi”»), ma che si portava dietro nodi pesanti e irrisolti. Tra questi, uno emerse subito nelle domande di molti parroci: chi visita, davvero, la Diocesi? Il Vescovo o il suo Vicario? In un tempo in cui il titolo di «Vescovo di Roma» è stato ripetutamente enfatizzato, l’idea che una visita pastorale di tale portata venisse condotta dal Vicario ha moltiplicato interrogativi e perplessità, fino a diventare un segno concreto della distanza tra il Pontefice e il clero dell’Urbe.

Un rapporto da ricucire

È dentro questo quadro che bisogna leggere la svolta di Leone XIV. Il Papa non rimette mano a un semplice dossier, ma a un legame: quello con i suoi preti e con la vita concreta della Diocesi. Il segnale più chiaro sta nel modo in cui ha scelto di impostare il suo primo incontro con il clero dell’Urbe. Nel discorso del 12 giugno 2025, in Aula Paolo VI, Leone non si è fermato ai convenevoli: ha chiesto «un forte applauso per tutti… i sacerdoti e i diaconi di Roma», ha ringraziato per «la vostra vita donata», ha dato nome alle «fatiche quotidiane» e anche a ciò che molti attraversano «nel silenzio», tra «sofferenza o incomprensione». Ne esce una fotografia pastorale asciutta, senza infiorettature: non copre le crepe, le guarda in faccia e le assume come parte del lavoro da fare.

Il cuore di quell’intervento è un atto di governo che passa dalla dimensione spirituale: ricucire l’unità, pretendere credibilità, leggere le emergenze di Roma senza scorciatoie. Leone XIV mette la comunione al primo posto e avverte che oggi è insidiata dall’«isolamento» e dall’«autoreferenzialità», ma anche da fattori interni, «specialmente quel sentimento di stanchezza… perché non ci siamo sentiti compresi e ascoltati». È qui che il Papa lega la cura alla responsabilità: «Io vorrei aiutarvi, camminare con voi… ma proprio per questo vi chiedo uno slancio nella fraternità presbiterale». Poi c’è un’altra parola che, in questa diocesi, vale più di qualsiasi ragionamento teorico: esemplarità. Leone XIV chiede trasparenza di vita e parla senza giri di parole: «impegniamoci tutti ad essere sacerdoti [e vescovi ndr] credibili ed esemplari». Avverte che Roma, «con le sue mille proposte», rischia di livellare verso il basso, fino a erodere «i valori profondi dell’essere presbiteri». Il punto è chiaro: la città e il suo contesto culturale sono una prova; la risposta non passa dall’adattamento, ma da una ripresa di identità e di disciplina interiore.

Poi allarga lo sguardo alle ferite della capitale: povertà, emarginazione, emergenza abitativa. Leone XIV tiene insieme realismo e tensione profetica, ricordando che queste condizioni «non accadono solo altrove… ma interessano anche la nostra città di Roma». E mette un imperativo che suona come un programma pastorale: «Non scappiamo di fronte ad esse!».

Il Papa torna nelle parrocchie

È dentro questa cornice che prende forma l’agenda messa a punto, per l’inizio del 2026, tra il Vicario e il Vescovo di Roma. Leone XIV tornerà a incontrare il clero della diocesi di Roma secondo la prassi degli “anni antichi”, come li chiama qualche monsignore di curia: il giovedì successivo al Mercoledì delle Ceneri, quindi giovedì 19 febbraio, alle ore 10, in Aula Paolo VI.

Nello stesso tempo, durante la Quaresima, il Papa avvierà un ciclo di visite alle parrocchie: una per ciascun settore pastorale. Le tappe indicate sono: Santa Maria Regina Pacis a Ostia Lido (Sud) il 15 febbraio; Sacro Cuore di Gesù a Castro Pretorio (Centro) il 22 febbraio; Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo (Est) il 1° marzo; Santa Maria della Presentazione (Ovest) l’8 marzo; Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo (Nord) il 15 marzo.

Come ha anticipato il cardinale Reina, saranno visite strutturate: incontri con gli organismi di partecipazione, con gli operatori pastorali e con alcune realtà giovanili, fino al momento centrale, la celebrazione eucaristica con l’intera comunità parrocchiale. Insomma, Leone applica alla lettera quanto prevede il canone 396 - §1.

Soddisfazione e speranza

«Abbiamo grande speranza in Papa Leone XIV che già sentiamo come un padre. Siamo felici che venga nelle nostre parrocchie», hanno affermato alcuni sacerdoti. 

Dopo dodici lunghi anni in cui la Diocesi di Roma è diventata un autentico terreno di scontro, segnato da intrighi di potere e lotte intestine - al punto da compromettere in modo sensibile il rapporto tra il Papa, che ne è il Vescovo, e il suo clero - Leone XIV cambia registro e ribalta l’asse del governo. Lo stile, però, resta quello che lo ha sempre contraddistinto: da religioso, da Generale degli Agostiniani, da vescovo. Confronto schietto, ascolto reale, passi misurati. Leone XIV non entra in partita con nomine eclatanti, né con “epurazioni” di chi ha sbagliato, né con mosse che alimentano lo scontro e producono, quasi automaticamente, fronti contrapposti. La sua scelta è più netta e, insieme, più pastorale: mettersi in ascolto e rientrare personalmente nel tessuto della Diocesi di Roma, anzitutto inserendosi nella visita pastorale già avviata, per incontrare i suoi preti e il popolo di Dio.

Questo non significa immobilismo. Alcuni raddrizzamenti Leone li ha disposti subito, a partire dal Motu Proprio Immota Manet (11 novembre 2025) sul Settore Centro della Diocesi. Il Papa ha stabilito che le cinque Prefetture (dalla I alla V) «ritornino a far parte di un unico Settore Centro», ricostituendolo accanto agli altri quattro settori della diocesi. È una constatazione: La vera bellezza, fatto firmare a Francesco da Tarantelli, è stato una sciocchezza.

Alla fine, ciò che distingue Leone XIV non è soltanto ciò che dice, ma ciò che fa. I suoi discorsi - ai presbiteri ma anche ai vescovi, quelli italiani in particolare - insistono con coerenza sugli stessi assi: comunione reale, responsabilità personale, credibilità del ministero, rifiuto dell’astrazione e della delega deresponsabilizzante. Queste sue parole trovano immediata traduzione nelle scelte di governo che mette in atto. Tornare a incontrare il clero, visitare le parrocchie, rimettere ordine in decisioni che avevano disarticolato la diocesi, significa riportare al centro il rapporto originario tra il Vescovo e la sua Chiesa particolare. Per Leone XIV la diocesi di Roma non è un capitolo secondario rispetto agli impegni universali del pontificato: è, al contrario, un criterio di credibilità del governo. È qui che il Papa mostra ciò che ha detto più volte nei suoi interventi: l’autorità nella Chiesa non si esercita per distanza, ma per presenza; non per slogan, ma per assunzione diretta di responsabilità. Governare, per Leone XIV, significa esserci non “comandare in modo dispotico”. E Roma, forse, diventa uno dei primi banchi di prova di questo stile.

d.R.M.
Silere non possum